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C’era una volta a Hollywood: il Tarantino pensiero

Ogni buon appassionato di cinema o letteratura deve essere sempre al passo con i trend e le mode del momento, che seppur non siano sempre sinonimo di qualità, definiscono l’evoluzione di ogni singola forma d’arte. Ogni anno alcune pubblicazioni rappresentano dei must: eventi attesi con trepidazione che scatenano le discussioni sui social – tra anticipazioni, spoiler e giudizi di ogni tipo – diventando eventi quasi mondani, e assolutamente imperdibili.
Personalmente, cerco di lasciar passare il clamore suscitato dalla novità, per poter godere di queste opere a mente fredda, quando l’evento è ormai passato, le discussioni si sono sgonfiate e l’opera – seguendo i ritmi folli che contraddistinguono la contemporaneità – è, seppur sia passato poco tempo, già entrata a far parte della storia, nel bene o nel male.

I film di Quentin Tarantino s’inseriscono perfettamente nella cerchia ristretta degli eventi attesi con ansia dal pubblico, non solo dallo sterminato seguito di fan – alcuni dei quali anche molto oltranzisti – che il regista può vantare in tutto il mondo.
C’era una volta a Hollywood, l’ultima fatica del celebrato regista, è stato un grande successo sia di critica che di pubblico, acclamato come una delle migliori pellicole partorite dalla mente, secondo alcuni geniale, di Tarantino. Personalmente, pur non essendo un fan accanito, ritengo Tarantino un ottimo regista, e ne apprezzo sia l’abilità dal punto di vista tecnico, che la conoscenza enciclopedica del cinema in tutte le sue forme e generi. A un anno dall’uscita di C’era una volta a Hollywood, passato quindi il clamore, e sgonfiatesi le innumerevoli discussioni sui social, ho deciso di godere di questa pellicola che, a mio avviso, è una delle più riuscite del celebre regista statunitense.

Hollywood ai tempi di Charles Manson

Anno Domini 1969. Rick Dalton (interpretato da un sempre bravissimo Leonardo di Caprio) è un celebre attore hollywoodiano la cui carriera sta attraversando una fase di declino, relegato a ruoli da “cattivo” in una Hollywood i cui canoni sono in via di trasformazione. Non se la passa tanto meglio il suo miglior amico Cliff Booth (il brillante gigione Brad Pitt), da dieci anni sua controfigura, bandito dai set a causa del suo temperamento casinista, e quindi ormai relegato al ruolo di assistente, autista e tuttofare dello stesso Dalton. Quest’ultimo vede una piccola speranza di rilanciare la sua carriera nel momento in cui, nella villa di fianco alla sua, si trasferisce il regista Roman Polanski, uno dei nomi più caldi del momento, accompagnato da sua moglie, la bellissima Sharon Tate, interpretata da un’incantevole Margot Robbie.

Tarantino

Brad Pitt e Leonardo di Caprio (comingsoon.it)

Parallelamente alle vicende che ruotano attorno a Hollywood, si muovono i numerosi hippie che vagabondano per le strade di Los Angeles: tra loro ci sono i membri della setta di Charles Manson, stabilitisi in un vecchio ranch cinematografico ormai abbandonato, lo Spahn Ranch. Questa ben riuscita ricostruzione storico-sociale della Hollywood di fine anni sessanta, è pur sempre opera di Quentin Tarantino, che, come tutti sappiamo, ama giocare con i fatti storici e le citazioni cinematografiche, mescolando cronaca, ricostruzione storica e fiction: dopo un crescendo di tensione degno dei migliori noir e un susseguirsi di equivoci divertenti, la storia sfocia in uno spassoso finale splatter dai toni grotteschi, dopo più di due ore e mezza di film che scivolano via con la facilità di una birra bevuta al termine di un’afosa giornata estiva.

Un’opera ben riuscita

Tarantino

Margot Robbie nei panni di Sharon Tate (Foto via:skytg24)

C’era una volta a Hollywood può essere considerata, senza troppi dubbi, una delle opere più riuscite di Quentin Tarantino, e in ogni caso una delle migliori sintesi del suo modus operandi: una trama brillante, originale e ben sviluppata, accompagnata da una magistrale ricostruzione storico-scenografica della Hollywood del periodo, recitata da un cast di livello altissimo. Oltre ai nomi già citati, da non dimenticare le numerose comparsate di attori del calibro di Al Pacino e Kurt Russell, tanto per citarne alcuni.

Abile mescolatore di generi ed enciclopedico “omaggiatore” della storia del cinema, Tarantino sviluppa una trama fresca, ricca di citazioni brillanti, in cui mancano i tempi morti che talvolta rendono le sue opere, a mio avviso, un po’ indigeste. Altra nota di merito, la ricostruzione scenografica del periodo e l’utilizzo di tecnologie e attrezzature vintage, tra lenti Panavision e pellicole Super8, che donano al lungometraggio una piacevole e calda atmosfera retrò.

Capolavoro o buffonata? Non è importante

C’era una volta a Hollywood è senza dubbio un’opera godibilissima e ben riuscita, che ha riscosso numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui, su tutti, gli Oscar per la miglior scenografia e per miglior attore non protagonista a Brad Pitt. I fan più accaniti di Tarantino non sono rimasti delusi da quella che può essere considerata una delle sue opere meglio riuscite, forse la migliore: un abile mescolanza di stili, tecniche, generi, conditi da un sottile ma costante crescendo di tensione, alternato a momenti di puro intrattenimento grottesco.

Coloro i quali invece non sono soliti amare il cinema del regista statunitense non cambieranno idea a riguardo, di fronte un lungometraggio che sintetizza alla perfezione il Tarantino-pensiero, ormai collaudato da quasi trent’anni di attività. Tuttavia, C’era una volta a Hollywood può essere apprezzato anche dai non cultori, da una parte per la sua indubbia qualità tecnica, dall’altra per il livello altissimo del cast, a dimostrazione che Tarantino, piaccia o no, il suo mestiere lo sa fare, anche piuttosto bene. Capolavoro o ennesima buffonata Tarantiniana? Ai posteri l’ardua sentenza. Cinema di qualità? Senza il minimo dubbio.

Alberto Staiz

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