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10 imperdibili maestri del noir

Iniziamo una nuova stagione di articoli sul blog di The Westville Series con una carrellata di consigli letterari a tema noir. Ho selezionato dieci autori a mio parere imprescindibili per capire l’evoluzione e le sfumature della letteratura noir degli ultimi decenni. Ovviamente sia tratta di una piccola selezione, basata sulle mie letture più recenti e sul mio gusto personale: non me vogliate se ho tralasciato qualche nome degno di menzione. Ho volutamente ignorato gli scrittori italiani, semplicemente perché mi piacerebbe trattare il tema in separata sede, magari in uno dei prossimi articoli del blog. I vostri scrittori noir preferiti quali sono? Potete lasciare un breve commento con le vostre proposte di lettura. Ecco i miei suggerimenti, accompagnati anche da qualche suggerimento cinematografico. Buona lettura!

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Raymond Chandler

Come non citare il capostipite (a pari merito con Dashiell Hammett) del genere hard-boiled? Le indagini del detective Philip Marlowe – prototipo dell’investigatore solitario, tormentato, bevitore e perennemente al verde – sono entrate nell’immaginario collettivo, anche grazie a numerose fortunate trasposizioni cinematografiche. Tutti i sette romanzi con protagonista Marlowe sono di qualità altissima, e vi consiglio vivamente di leggerli tutti. Se dovessi scegliere un titolo, non esiterei a dire Il lungo addio, un capolavoro assoluto della letteratura americana del ‘900, non solo noir.

noir

Jo Nesbo

Più di trenta milioni di copie vendute (dato aggiornato al 2017, quindi sono verosimilmente molte di più): basterebbe questo ad annoverare il norvegese Jo Nesbo tra i massimi esponenti del noir mondiale. Nesbo rappresenta il portabandiera di quella scuola noir nord-europea che tanta fortuna sta raccogliendo negli ultimi anni. Trame complesse con colpi di scena a ogni finale di capitolo, e una scrittura semplice e molto scorrevole, fanno dei romanzi di Nesbo magnifici noir-thriller dall’alto tasso di coinvolgimento. La lunga serie con protagonista Harry Hole rappresenta il manifesto letterario dell’autore norvegese: i romanzi possono essere letti slegati l’uno dall’altro, anche se la vita del protagonista è in continua evoluzione. Romanzi consigliati: Il pettirosso, Polizia, e L’uomo di neve.

Jean Claude Izzo

Francese di chiara origine italiana, Izzo è un esponente di spicco della corrente chiamata noir mediterraneo. Imperdibile la sua trilogia marsigliese, da leggere in rigoroso ordine di pubblicazione, composta di Casino Totale, Chourmo e Solea. Protagonista l’ex poliziotto disilluso Fabio Montale. Scrittura semplice ma raffinatissima e molto evocativa, e intrecci brillanti che vanno a pescare nel marcio dei bassifondi di Marsiglia, sono i punti forti di una trilogia a dir poco incantevole e poetica. Unico rammarico, la morte dell’autore nel gennaio del 2000, a soli 54 anni.

James Ellroy

The Mad Dog, il cane pazzo della letteratura americana. James Ellroy è un autore unico per stile, capacità narrativa, complessità d’intreccio e produttività, con una vita privata ricca di episodi incredibili (dall’omicidio – ancora insoluto – della madre, alla vita da vagabondo prima di diventare scrittore) che aggiunge un tocco di fascino a uno scrittore che non ne avrebbe certo bisogno. Bastano, infatti, i suoi romanzi, capolavori assoluti del genere. Imprescindibile la quadrilogia di Los Angeles, un must read, tra cui spicca il magistrale L.A. Confidential, da cui è stato tratta la celebre (e godibile) pellicola.

Edward Bunker

Il re dei romanzi carcerari Edward Bunker si è meritatamente ritagliato un posto nell’élite della letteratura noir grazie a potenti drammi ambientati nelle peggiori carceri degli States. Nelle sue opere, la brutalità delle condizioni dei detenuti e l’incapacità del sistema di “riformare” i criminali sono condannate senza mezzi termini. Dopo decenni a fare dentro e fuori dalle prigioni degli Stati Uniti, Bunker inizia una felice carriera di scrittore e buon attore, ricevendo in età avanzata i doverosi riconoscimenti. Must read: Cane mangia cane, Come una bestia feroce, e l’autobiografico Educazione di una canaglia.

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Don Winslow

Letterariamente figlio di James Ellroy, Winslow si è imposto all’attenzione della scena letteraria mondiale con alcuni appassionanti noir ambientati tra California e Messico. Una scrittura più secca di un Martini e un minimalismo all’ennesima potenza fanno da contraltare a una sopraffina capacità di elaborazione di intrecci intricatissimi. L’inverno di Frankie Machine può essere il punto di partenza per un lettore che non conosce Winslow. Il suo capolavoro è senza dubbio Il potere del cane, monumentale primo volume di un’elettrizzante trilogia sul narcotraffico messicano.

Elmore Leonard

Il prolifico e poliedrico Elmore Leonard ha raggiunto la fortuna commerciale in Italia in seguito ad alcune ottime trasposizioni cinematografiche, che hanno fatto riscoprire la sua arte al grande pubblico italiano, che lo aveva ingiustamente ignorato fino a quel momento. Leonard vanta una produzione vastissima, perlopiù ambientata nei bassifondi di Detroit. La maestria nella costruzione dei dialoghi e un’attenzione meticolosa per le ambientazioni fanno di Leonard uno degli autori noir imprescindibili per ogni amante del genere. Out of Sight, Lo sconosciuto n.89 e Punch al Rum rappresentano un buon punto di avvicinamento alla sua opera. Da non disdegnare, infine, la sua produzione western.

Manuel Vazquez Montalban

Spagnolo di Barcellona, scrittore e giornalista con la passione per il calcio e la gastronomia, Vazquez Montalban deve la sua fama alla fortunata e lunghissima serie di romanzi con protagonista l’investigatore privato Pepe Carvalho, altra figura romantica entrata nell’immaginario collettivo. Per un primo approccio con il mondo di Carvalho, suggerisco di iniziare dai primi romanzi della serie, in particolare La solitudine del manager e I mari del sud.

Dennis Lehane

Il bostoniano Dennis Lehane è uno dei nomi di punti del poliziesco contemporaneo, grazie anche ad alcune celebri e ben riuscite trasposizioni cinematografiche, tra cui ricordo Shutter Island, Mystic River e La legge della notte. Una scrittura di alto livello, trame originali e un’attenzione particolare alla caratterizzazione psicologica dei personaggi sono i punti di forza della prosa elegante di Lehane. Letture consigliate: La casa buia e La morte non dimentica.

Brian Panowich

Volto nuovo della scena letteraria americana, l’ex pompiere Brian Panowich ha stupito con il suo esordio Bull Mountain, datato 2015, cui ha fatto seguito quattro anni dopo, Come leoni. I due romanzi narrano la storia della famiglia di contrabbandieri Burroughs: tra distillerie abusive, laboratori di metamfetamine, fucili, pick up e sparatorie, Panowich imbastisce una coinvolgente saga famigliare southern noir, ambientata nella natura selvaggia delle montagne della Georgia, negli Stati Uniti.

Alberto Staiz

7 sconosciuti a El Royale – l’hard boiled quasi perfetto

7 sconosciuti a el Royale è una pellicola del 2018, firmata da Drew Goddard, e interpretata, tra gli altri, da Jeff Bridges, Dakota Johnson, Lewis Pullman e Chris Hemsworth.
Il suo approccio da noir classico è sostenuto da una visione maniacale della fotografia, quest’ultima accentuata da un’ambientazione spazio-temporale evocativa e unica nel suo genere.
Le pecche non mancano, ma nel complesso il film merita di diventare una pietra miliare del cinema d’autore.

7 sconosciuti a el royal westville news copertina

Scheda Film

  • Titolo originale: Bad Times at the El Royale
  • Durata: 141 min
  • Consigliato:
  • Voto: 4.5/5
  • Guarda su: Google Play

Trama

La pellicola è ambientata nel 1969.
Come nei più classici dei noir, il film si apre mostrandoci una persona che viene uccisa a sangue freddo da un killer, di cui non conosciamo l’identità. Il regista ci presenta subito dopo i personaggi attorno ai quali si snoda tutta la vicenda. Facciamo subito la conoscenza di padre Daniel Flynn (Jeff Bridges), un prete cattolico anziano, e di Darlene Sweet (Cynthia Erivo), una donna afroamericana che viaggia da sola, con bagagli molto voluminosi. I due fanno conoscenza nel parcheggio dell’albergo, per entrambi una tappa di viaggio.
Entriamo nel lussuoso El Royale, e facciamo la conoscenza di altri due personaggi. Il venditore Laramie Seymour Sullivan (Jon Hamm), uno spocchioso chiacchierone, che racconta il decadimento che ha subito l’albergo, di cui si dice storico frequentatore. Il concierge, Miles Miller, è poco più di un ragazzo, unico dipendente dell’albergo, da quando lo stesso è andato in rovina.
Miles si esibisce nella storica presentazione dell’albergo, la cui vera particolarità è di sorgere esattamente a metà tra due stati, ovvero tra la California e il Nevada. Una netta linea di demarcazione separa il lato dell’albergo in cui è permesso il gioco d’azzardo e una vita più sregolata, dalla più lussuosa e ordinata parte californiana.
Infine si aggiunge anche Emily. La ragazza ha modi bruschi e una mise palesemente hippy. Mancano ancora due persone all’appello, ma possiamo tranquillamente affermare che è qui che si apre la vicenda.
Si scoprirà poco dopo che ogni personaggio nasconde un segreto, così come lo stesso albergo nel quale alloggiano.

Comparto tecnico

7 sconosciuti a el Royale è la seconda fatica cinematografica per Goddard, come regista. La sua carriera di sceneggiatore comincia nel 2002 a Los Angeles, al lavoro su produzioni televisive.
Si può dire che questa pellicola sia una visione completa del regista, in quanto anche la sceneggiatura è firmata dallo stesso Goddard.
Il comparto tecnico si presenta altamente preparato a sviluppare l’idea del regista. Lo stesso sceglie come direttore della fotografia un maestro del concept: Seamus McGarvey. Il direttore della fotografia inglese si è affermato con diverse pellicole di successo, tra cui Godzilla, The Avengers e Cinquanta sfumature di grigio, ma è con il film d’autore che riesce ad esprimere la sua vera natura artistica.

Chris Hemsworth 7 sconosciuti a el royale

Infatti, come per Animali Notturni, pellicola del 2016 del regista e sceneggiatore Tom Ford, anche in 7 sconosciuti a El Royale si può notare una pulizia maniacale dell’immagine, e trova sfogo il concetto di simmetria, espresso anche nella location, a cavallo tra due stati. Infine i colori, dettati dai vari scenari, incidono molto sullo stato d’animo, che passa da una scanzonata ironia da rivista patinata di fine anni ’60, a un più tetro thriller a note gialle, degne di Agatha Christie.

Il cast – Attenzione, possibile spoiler!

jeff bridges 7 sconosciuti a el royale

Il cast vanta attori navigati, e più giovani, ma tutti talentuosi. Tutta la vicenda si snoda attorno agli stessi personaggi, isolati dal mondo.
Degno di gran nota è sicuramente Jeff Bridges, che riesce a interpretare un criminale pentito, alla fine dei suoi giorni, che continua però a mentire, e a cercare di recuperare un fantomatico bottino, abbandonato anni prima – si scoprirà poi – dall’uomo ucciso all’inizio. Insomma un ruolo non facile, che vede Bridges cimentarsi in un personaggio con diverse facce.
Grande interpretazione anche da parte di Lewis Pullman, attore di appena 26 anni, e figlio d’arte. Suo padre infatti è l’attore Bill Pullman, divenuto famoso principalmente negli anni ’90 con film del calibro di Ragazze vincenti, Indipendence Day e Strade perdute di David Lynch, un esempio poco brillante di neo-noir, di cui Pullman era il protagonista.
Pullman figlio interpreta il concierge dell’albergo, unico dipendente, e tossicodipendente, vive praticamente all’interno della struttura. Con un passato da eroe del Vietnam, unico sopravvissuto del suo plotone a un raid nemico, trova impiego a El Royale, ed costretto dai suoi capi a custodire il terribile segreto dell’albergo.
In perenne ricerca di una figura paterna e di redenzione, Lewis si lascia ingannare dal personaggio di Bridges, finendo poi per trovare lo scontro con la banda di Billy Lee, interpretato dallo statuario Chris Hemsworth. Billy è un hippy violento e sovversivo, impersonificazione del male della società, che per certi versi incarna la figura di Charles Manson. Oratore e abbindolatore, il ruolo di Hemsworth compare ben dopo la prima metà, denotando un cambio di toni. Pur mantenendo l’ironia che caratterizza la pellicola, il film diventa più violento, diretto e meno misterioso.

7 sconosciuti a el royale

Considerazioni finali sul film

La vera considerazione su 7 sconosciuti a El Royal può essere una sola: il cinema ha bisogno di film di questo calibro.
Queste sono pellicole che fanno bene a Hollywood, perché riportano il lato artistico del cinema a una dimensione più profonda, dove non a tutte le domande dev’esserci necessariamente una risposta. Alcuni argomenti sono più grandi di qualsiasi possibilità, anche per i protagonisti, che in questo caso sono palesemente degli anti eroi.
Tuttavia, quest’ultimo punto è stato anche il fulcro delle polemiche che non hanno permesso al film di Goddard di spiccare il volo e diventare un pieno successo. Malgrado il film abbia riscosso per lo più critiche positive, non è riuscito a convincere tutti.
Altro punto dolente è stato lo storytelling: una narrazione lenta, che aggiunge elementi connotativi degli anni ’60, come i riferimenti alla Manson’s Family e a J. Edgar Hoover, lasciati poi in sospeso.
Malgrado tutto ciò, 7 sconosciuti a El Royale è una chicca del cinema Hard Boiled, che lascia lo spettatore appassionatopiacevolmente inquieto.

The Dirt – Netflix ci regala i Motley Crue

Devo ammettere che ho cominciato a guardare The Dirt – il film sui Motley Crue – con una certa dose di scetticismo. Quando si tratta di lungometraggi, il colosso dello streaming ha spesso deluso le aspettative del pubblico.
Reduce infatti di un appena sufficiente Triple Frontier, produzione puramente Netflix con cast da serie A, non volevo costruirmi troppe aspettative.
Come per tanti altri fan del periodo glam metal, anche per me i Motley Crue hanno segnato l’adolescenza. Pensando più in grande, i Motley sono comunque una delle più grandi e iconiche band rock-metal esistenti.
Tornando al film, come dicevo, il mio scetticismo si è dipanato dopo poche scene.

the dirt motley crue netflix locandina

Scheda Film

  • Titolo originale: The Dirt
  • Durata: 108 min
  • Consigliato:
  • Voto: 3.5/5
  • Guarda su: Netflix

Il libro – il film

neil strauss motley crue the dirt netflix
Neil Strauss

Nel 2001 i Motley Crue pubblicano la loro autobiografia. 560 pagine contenenti alcune delle storie più belle, shockanti, dissacranti della storia della musica, dagli anni 70 a inizio 2000. Il libro si chiama The Dirt (Sperling&Kupfer), e narra l’inizio, l’ascesa, il declino e la ritrovata serenità di Nikki, Tommy, Mick e Vince, a.k.a. i Motley Crue.
Con lo zampino di Neil Strauss, abile giornalista del New York Times, di Rolling Stones, e autore di altre biografie, tra cui quella di Marilyn Manson e Jenna Jameson, il libro raggiunge presto le vette delle classifiche, diventando best seller. Fin da subito si vocifera di una trasposizione cinematografica, ma il progetto è ambizioso, più per marketing che per realizzazione, e rimane in sospeso per ben 18 anni.
Sarà proprio Netflix a prendere in mano i diritti, per realizzarne il film pubblicato il 22 Marzo 2019.

Comparto tecnico

Ad essere sincero, i miei dubbi hanno cominciato a vacillare ancor prima di vedere la pellicola. Il comparto tecnico è composto da alcuni professionisti, che nel tempo hanno dato prova di saper gestire prodotti molto simili a The Dirt, sia nel concept, che nella realizzazione.
La penna è affidata alla sapiente mano di Tom Kapinos, nome che qualcuno troverà familiare. Kapinos ha firmato come sceneggiatore e produttore una delle serie fiction più cult del panorama statunitense: Californication.
Il compito di trasformare l’adattamento di Kapinos in pellicola è stato affidato a Tremaine dai Motley Crue in persona. Esatto. I quattro della gang più rumorosa di Hollywood hanno voluto essere co-produttori del film, mettendosi nella condizione di poter decidere a chi affidare la loro storia.
Jeff Tremain, co-autore di Jackass, ha dovuto convincere il quartetto di essere il visionario giusto. Forse sono state le capacità di Jeff di gestire scene d’azione documentaristiche esagitate a convincere i Motley, fatto sta che il suo lavoro non solo ha convinto la band, ma li ha emozionati.

Ecco un’intervista a Nikki Sixx che parla della scelta di affidare la regia del film a Jeff Tramaine.

Il cast

Ultima nota di merito va al cast. Un peso importante, quello di impersonare quattro leggende della musica mondiale.
Per gusto personale ho apprezzato moltissimo la performance di Colson Baker, alias del rapper statunitense Machine Gun Kelly, nei panni del batterista Tommy Lee. La sua performance, oltre ad essere spassosa, e tecnicamente convincente anche nelle parti suonate, ha un tono molto sincero.
Anche Daniel Webber riesce a risultare convincente, specialmente nelle scene drammatiche, mostrando un lato del cantante Vince Neil più inerente al libro, che all’immaginario collettivo.
Si distingue bene per recitazione Iwan Rheon, che pecca tuttavia nella fisicità, risultando ben distante dalla sua controparte reale.
Douglas Booth viene invece chiamato a interpretare il ruolo più carismatico e delicato di tutta la band. Nikki Sixx è la mente, e il canzoniere principale della band. L’attore inglese ha solo 26 anni, e riesce a portare a termine perfettamente il suo compito.

attori the dirt motley crue netflix

Differenze tra libro e film

Per ovvie esigenze di tempo, molte parti del libro sono state tagliate, accorpate, rimaneggiate e stravolte. Sono stati volutamente creati degli “errori“, forse per generare un continuo evidente, specialmente tra l’ascesa e l’apice della carriera del gruppo.
Ovviamente non si può passar troppo sopra a certi strafalcioni temporali, ma che volete farci: a volte la verità va sacrificata per un bene superiore, cioè la magia della pellicola.
Rimane comunque una fedele trasposizione, non certo documentaristica, ma d’atmosfera e di sentimento, che il pubblico chiede. Una storia tutta di pancia e attitudine, condita da aneddoti grotteschi, indecenze e un velo di nostalgica ammirazione per quattro ragazzi divenuti leggenda.

Ovviamente non a tutti è piaciuta la pellicola, spesso per concetto. La bassa morale della band, e alcune storie sulla misoginia del leader, Nikki, non sono passate inosservate. La più grande critica che viene fatta al film è proprio il modo in cui “lava via” le parti più scabrose del libro, specie quelle riguardanti l’approccio poco umano verso le donne.

Considerazioni finali su the Dirt

Il biopic dei Motley Crue è un film da vedere se siete appassionati di musica, e avete la mente abbastanza aperta da capire che il cinema non è fatto da ideali e giustizia, ma da persone, visioni, concetti e sperimentazione… e soldi.
Il film è tecnicamente ben fatto, con un ottimo storytelling e un ritmo incalzante. La fotografia è curata nelle parti concettuali, e trascurata il giusto nelle scene più frenetiche, risultando sempre dinamica.
L’interpretazione convince, anche se la recitazione a tratti lascia un po’ a desiderare.
Vera pecca? La durata. Decisamente corto per gli standard attuali.


Sicuramente il successo di Bohemian Rhapsody e A star is born, hanno acceso nuovamente l’interesse per le pellicole che hanno per sfondo il music business e i drammi da rockstar: un particolare settore di Hollywood che non si è mai fermato, ma ha avuto alti e bassi nel tempo, spesso legati all’industria discografica.
Basti pensare a film come Rock Star, forse una delle pellicole che si avvicina di più per età storica, al film dei Crue. Uscito nel 2001, in piena esplosione del rap americano, il film fu dichiarato un box-office bomb, ovvero un flop commerciale.
Ad ogni modo ho trovato The Dirt ben fatto, spassoso e romantico il giusto: un misto congeniale di depravazione hollywoodiana, dramma e musica ormai vintage, che probabilmente ha poco a che fare con quello che realmente è successo dietro le quinte, ma nel suo piccolo regala (meno di) due ore di svago con i propri amici e qualche birra.


Sabrina, e le terrificanti avventure di Netflix

Sta arrivando Halloween, e come ogni media che si rispetti, Netflix ha deciso di rilasciare alcuni titoli a tema horror. Sappiamo che la paura è uno dei sentimenti più radicati e sinceri dell’animo umano, e come ogni anno, in questo periodo, la corsa allo shock più traumatizzante è cominciata. Tra i vari titoli del colosso americano dello streaming, Netflix, spicca quello de Le terrificanti avventure di Sabrina.

le terrificanti avventure di Sabrina NetflixPer chi non lo sapesse, la serie trae ispirazione da alcune storie comparse per la prima volta nel 1962, sulla rivista Archie’s Mad House, per poi diventare una serie a fumetti a sé stante: Sabrina, the teenage witch. Il fumetto ha poi visto diverse rivisitazioni, sia nei toni, che nella grafica, e col passare dei decenni ha avuto un pubblico sempre nuovo grazie ai vari restyling.

Il suo picco di notorietà l’ha ottenuto a cavallo tra gli anni novanta e i primi anni del duemila con la produzione della sit-com Sabrina, vita da strega, nata a sua volta dal film per la tv omonimo. Malgrado questa serie fosse completamente distaccata da qualsiasi legame con il mondo horror – per favorire un pubblico più vario – ha ottenuto forti consensi. I toni da commedia hanno permesso infatti alla produzione di portare avanti la serie per ben sette anni, riuscendo a concludere la storia senza tagli prematuri. In questo lasso di tempo sono stati girati altri due film, sempre inseriti nell’universo della serie. Le attrici della serie, tra cui Melissa Joan Hart, che ha interpretato Sabrina, hanno ottenuto un notevole successo, e sono entrate nei cuori dei giovani spettatori.

Cos’ha quindi di diverso questa nuova serie, e perché Netflix ha voluto rispolverare quest’idea dal terrificante armadio impolverato della nonna?

Reboot – dalla vita da strega, a Le terrificanti avventure di Sabrina

le terrificanti avventure di Sabrina westville news Melissa Joan Hart è l’interprete della serie Sabrina, vita da strega

Ormai è tempo di reboot per qualsiasi cosa. Quindi perché non resettare anche le vecchie sit-com? Si, ma con stile!
Innanzitutto partiamo dal dire che il reboot vero e proprio arriva dal mondo dei fumetti. La rivista Archie’d Mad House, ora Archie Comics, all’inizio del 2014, decise di ringiovanire tutte le sue testate. Sabrina subisce una rivisitazione stilistica che darà vita all’idea di portare la giovane strega su Netflix.

Storia

Sabrina Spellman è una giovane mezza strega, orfana di entrambi i genitori. Viene cresciuta dalle zie, streghe anch’esse, Hilda e Zelda. Con loro vive anche il cugino Ambrose, uno stregone. La trama si concentra principalmente sul cambiamento nella vita di Sabrina, allo scadere del suo sedicesimo compleanno. Secondo la religione occulta, quel giorno coincide con un giuramento che tutte le streghe e gli stregoni sono chiamati a compiere, nei confronti della Bestia. Inoltre Sabrina dovrà conciliare la sua natura paranormale con quella di umana. Avrà quindi i problemi di una normale teenager, come la scuola, l’amicizia, l’amore e la rivalità.

Tematiche

Come ci si può aspettare da una fucina di successi (e qualche insuccesso sistematico) come Netflix, Le terrificanti avventure di Sabrina è condita di tematiche che esulano dal tema horror classico, e si addentrano nel tema dell’orrore quotidiano. Uno dei primi argomenti trattati nelle parti “umane” di Sabrina è quello del bullismo. La presenza di Susie, amica androgina di Sabrina, vuole giustificare a livello di sceneggiatura, atti di puro bullismo da parte di alcuni ragazzi popolari della scuola, anche in modo pesante.
La vendetta è anch’esso un tema trattato nella serie, infatti è Sabrina a sistemare la faccenda, convinta da un demone con le fattezze della sua professoressa, e aiutata di alcune streghe, obbligando i quattro ragazzi a compiere atti omosessuali tra di loro.
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Non è davvero chiaro se sia Sabrina a voler vendetta, spinta dal demone, o il demone stesso che insinua l’idea della vendetta. In ogni caso, il fatto che il dubbio esista la dice lunga sulle intenzioni dell’intreccio.
Arriviamo quindi al punto di comprendere come l’orrore classico, l’occulto e mistico effetto grafico, siano solo un mezzo per giungere alle paure reali. Le sequenze mostrano come i protagonisti siano più spaventati delle implicazioni morali, legali e comportamentali, che dalle attività paranormali.
Nel rapporto che c’è tra i personaggi di Sabrina e il diavolo, è la parola sottomissione a ricorrere più spesso. Anche davanti alla possibilità che l’anima della ragazza bruci per 333 anni all’inferno, è proprio il concetto della sottomissione che fa desistere la coraggiosa protagonista.

Altre tematiche interessanti, trattate in questa prima stagione, sono il rapporto con l’autorità, il maschilismo, il femminismo, la diversità di culto e la morale giurisprudenziale.

Tecnicamente…

Tecnicamente Le terrificanti avventure di Sabrina è una serie girata in modo ineccepibile. I set sono tutti architettati ottimamente, e la fotografia ben curata e varia non annoia la vista. Gli effetti speciali sono interessanti, e a volte anche più inquietanti di quello che ci si può aspettare. Tuttavia questi ultimi sono molto rari, e lasciano un po’ di insoddisfazione, se lo rapportiamo al marketing promosso da Netflix prima del lancio.

kiernan shipka westville news Kiernan Shika è la giovane interprete della nuova Sabrina

Se teniamo conto che nei gradi della paura, la paura stessa è solo al terzo posto, mentre il terrore al sesto, su sette gradi complessivi, possiamo pensare che Netflix abbia sbagliato a chiamare la sere: Le terrificanti avventure di Sabrina.

La serie è davvero ben fatta, e spicca molto anche il cast, capitanato dalla giovane ma magistrale Kiernan Shipka.
La sceneggiatura de Le terrificanti avventure di Sabrina rimane però lì a metà. Non è un horror, non è una commedia, non è un thriller e non è un drammatico, ma a suo modo è un po’ tutti questi generi… sempre che non si abbia voglia di relegarlo semplicemente nel teen drama.

Ad ogni modo la nuova serie Netflix ha convinto la critica, e questo darà spazio agli autori per osare magari un po’ di più nella prossima stagione, attualmente già in lavorazione.

Quello che ci piacerebbe, per la seconda stagione, sarebbe vedere qualcosa di più forte, che si leghi meglio con la profondità dei temi trattati, che ci accompagni nel terrificante mondo della protagonista, più che in quello di una produzione un po’ ruffiana, seppure sopraffina, che vada bene per tutti (malgrado il V.M. 14 voluto dalla censura).

Trailer

Un saluto dal vecchio cast

Blade Runner: 2049. Abbiamo aspettato, ce lo aspettavamo?

Devo ammettere che per scrivere questa recensione ho dovuto lasciar passare del tempo. Trovare l’obiettività tra le varie sensazioni che lascia questa pellicola è davvero difficile. Blade Runner Harrison Ford Westville News Blog
Blade Runner, l’originale, è uno di quei film che le persone della mia generazione hanno imparato ad amare da bambini, ma hanno capito solo da grandi. Non ricordo quanti anni avessi, ma ero piccolo, troppo piccolo per capire la profondità di un neo-noir così visuale e visionario. Tuttavia ero abbastanza grande da rimanere affascinato dagli elementi distintivi. Il caos di una Los Angeles, fino a quel momento vista in film patinati e pomposi, mai denigrata così tanto. Blade Runner era affascinante e spaventoso, personaggi grotteschi, androidi, e soprattutto i volti iconici di Harrison Ford e Rutger Hauer. Ero abituato a vedere Ford sempre con aria strafottente nelle incredibili pellicole di Guerre Stellari. Oppure ero stato colpito dall’ironia divertente di Indiana Jones, nelle sue avventure. Non era stato per niente facile assimilare il cacciatore di taglie Rick Deckard, solitario e pragmatico.
Blade Runner è stato uno di quei film capaci di surclassare l’opera principale, Il cacciatore di Androidi di Philip K. Dick. Non fraintendetemi, non penso affatto che il film sia superiore al romanzo, ma sono diventati complementari. Che in una visione come quella di Dick, l’arte audio-visiva di Ridley Scott di quegli anni, ha donato quel qualcosa in più, che nessuno si aspettava?

Blade Runner 2049: finalmente un sequel

Pro che possono essere contro, e contro che possono essere pro: questo è Blade Runner 2049

Finalmente un sequel. Lo affermo, e mi piace dirlo, perché gli ultimi tempi si sono dimostrati un po’ duri per le produzioni cinematografiche. Malgrado il proliferare di film a più non posso, il comparto di sceneggiatori di Hollywood sembra davvero in crisi. Idee scarse, sviluppate male, e soprattutto reboot e remake… reboot e remake ovunque. Non c’è pace per i grandi titoli del passato, che vengono sempre più spesso ripresi, rimaneggiati, stravolti e affondati in clamorosi flop artistici e commerciali. Si prenda esempio da Atto di Forza, che malgrado lo sforzo per raggiungere un incasso accettabile non ha saputo nemmeno avvicinarsi all’originale, in termini di qualità. Robocop? un atteso reboot… che non ha raggiunto la sufficienza.
Quello che davvero è godibile di Blade Runner 2049 è proprio il modo in cui è stato trattato. Non è solo un prodotto commerciale, ma è un’opera audio visiva. Il film non è basato sugli effetti speciali, che sono comunque incredibili e affascinanti, ma si regge sul fatto che la CGI è il contorno – indispensabile – per immergere una storia, un concetto. In secondo luogo siamo di fronte a un vero e proprio sequel. Non è un reboot, non hanno eliminato parti, non hanno stravolto un universo per adattarlo commercialmente agli spettatori odierni. Il mondo di Blade Runner è sempre lo stesso, le tematiche anche. Però è anche vero che sono passati trent’anni, e le cose sono cambiate, analogamente come sono cambiate nel nostro mondo, dal 1982 ad oggi. Per cui si potrebbe pensare che il goal più riuscito sia proprio quello di aver tenuto un universo vivo, anche nel progredire delle ere, e delle ideologie fantasiose della storia originale. Come spiega lo stesso regista (Denis Villeneuve) al New York Times in questo articolo, “… Il primo film era ambientato nel 2019 e come sapete, ora non ci sono macchine volanti nel cielo. Non c’è Steve Jobs nel primo Blade Runner. Non ci sono cellulari. Quindi abbiamo creato davvero il futuro del primo Blade Runner”.
Ma quindi il lavoro dei grafici è superficiale e di poco conto? Assolutamente no! Il visual concept di Blade Runner 2049 è davvero pazzesco, e vive di arte pura. Per capire meglio la grandezza dell’idea alla base, in questo articolo, viene spiegato come Peter Popken, il concept artist di questa pellicola, abbia gradito il lavoro di alcuni architetti di uno studio italo-spagnolo. Questo fa pensare che il comparto tecnico-artistico di questo film non si sia proprio afflosciato sull’aspetto commerciale della produzione, ma sia andato alla ricerca di una espressione artistica.

Blade Runner 2049 Westville NEws Blog Peter PopkenCast

Spesso capita che pellicole acclamate siano accompagnate da un cast ragguardevole. Questo è sicuramente il caso di Blade Runner 2049. Ormai Harrison Ford non è solo conclamato, ma ha saputo affrontare il salto generazionale con un aiuto in più, rispetto ad alcuni dei suoi colleghi più o meno della stessa epoca. Avendo come base dei personaggi più longevi, e fantasiosi, rispetto ad altre icone degli ’80s, ha avuto modo di cavalcare una seconda grande onda di successo, rispetto ad altri (ad esempio Kevin Costner). Ma la sua interpretazione in Blad Runner 2049 ci basta? Sicuramente è stata magistrale, ma ci sarebbe piaciuto avere il suo sguardo torvo qualche minuto in più sullo schermo, in un film che dura ben 2 ore e 44 minuti.

Lo stesso ragionamento, preso da un’altra angolazione, lo dobbiamo fare su Jared Leto. Il poliedrico artista ha già dato diverse prove delle sue capacità d’attore, una fra tutte in Dallas Buyers Club. Ma la presenza di Leto è davvero ridotta, limitata a poche scene, troppo sintetiche. Rimane il dispiacere di aver goduto poco della sua recitazione, in un personaggio che poteva anche calzare a pennello, se solo ci fosse stato il tempo di dimostrarlo. In generale è stato difficile legare alla storia Niander Wallace, il personaggio di Leto, che è sembrato un pretesto per raccontare una parte di trama non detta, che a figurare come un vero e proprio villain.

La maggior parte della trama è giustamente legata al personaggio di Ryan Gosling, ma talvolta il personaggio stesso sembra slegato dalla storia principale. Si percepisce che ci sono due indagini, la prima riguarda gli ultimi modelli di nexus, ancora in circolazione, la seconda quella interiore del personaggio. L’agente K, il protagonista, è alla ricerca di una sua identità, essendo esso stesso un replicante, che da la caccia ai vecchi replicanti da eliminare. Ma talvolta si perde la bussola, e si fatica a capire se l’indagine privata e introspettiva dell’agente K sia il pretesto per allungare il film, o sia effettivamente l’argomento principale, relegando l’antagonista a poche scene, giusto per dare qualche spiegazione di una trama già complessa di suo. Il volto più presente sullo schermo è sicuramente quello di Gosling, che come attore drammatico è attualmente una delle migliori proposte del cinema mondiale. La sua interpretazione è magistrale e sapiente, e supera la difficoltà del recitare in una pellicola che è sapientemente alla stregua di un film muto. Tuttavia sembra anche Gosling messo nella situazione di non poter esprimere al 100% il suo potenziale, relegato in un personaggio che interagisce poco col mondo circostante.

Una nota di merito va al Wrestler Dave Bautista, che meritevole di avere delle ottime doti da attore, da prova di essere all’altezza di un personaggio chiave.

Qui potete ascoltare un’intervista di Wired ai due attori i cui volti hanno caratterizzato questo franchise di successo.

Produzione

Tutto il comparto tecnico del film ha dato prova di essere ineccepibile. La fotografia è molto curata, ma non così maniacale da risultare cervellotica. Il punto forte è decisamente la concept art della pellicola, che riesce a prendere l’originale Blade Runner, e proiettarlo trentanni avanti nel futuro. Anche la regia di Villeneuve si dimostra solida, e riesce a riempire bene alcuni momenti meno interessanti ai fini della storia. La produzione di Ridley Scott si afferma come vincente, e porta a casa un successo che forse dovrebbe rimanere intoccato, anche con i suoi difetti. Ma come tutte le opere di fantascienza – e non solo – che si rispettano, si sente la necessità di espandere l’universo in cui le storie sono contenute.

La Warner Bros, in collaborazione con Denis Villeneuve, hanno chiesto ad alcuni filmmakers di girare tre cortometraggi che accompagnassero lo spettatore dal 2019 al 2049, mostrando alcuni fatti citati nel film.

Il primo è stato scritto e diretto dall’animatore giapponese Shinichiro Watanabe, già ferrato sul tema della fantascienza grazie alla sua opera più famosa: Cowboy Bebop. La storia animata introduce gli avvenimenti del 2022 che porteranno al bando di tutti i modelli Nexus, dopo il fallimento della Tyrell Corporation.

Il secondo cortometraggio viene diretto da Luke Scott. Il filmmaker inglese ci porta nel 2036 durante l’ascesa di Niander Wallace, che dopo anni dal Blackout vuole riportare in auge i Nexus, con una sua particolare visione. In questo corto esce tutto il potenziale di Leto, nel personaggio di Wallace, che pur restando fermo su una sedia, e parlando pacificamente, riesce a inquietare e spaventare interlocutori e pubblico.

Il terzo e ultimo cortometraggio è stato diretto sempre da Luke Scott, già impiegato in altri titoli diretti o prodotti da Ridley Scott. Il corto vede come protagonista Sapper Morton, che comparirà poi anche nel film, interpretato magistralmente da un sempre più sorprendete Dave Bautista (ex Wrestler). La storia è ambientata un anno prima dell’inizio del film, e spiega come il replicante sia stato trovato dall’agente K.

Piccola curiosità: il detective Ronald Prima di Westville è proprio basato sulla drammaticità dei ruoli di Ryan Gosling. 

Ryan Gosling Blade Runner 2049 Westville news blog

L’ispettore Callaghan: violenza nelle strade di San Francisco

Westville news prosegue la carrellata di consigli cinematografici noir. Dopo Bullitt e Il braccio violento della legge, chiudiamo un’ipotetica trilogia di polizieschi seminali con il primo film della fortunata serie dell’ispettore Callaghan: Il caso scorpio è tuo!

I violenti anni settanta

Uscito nelle sale nel 1971 (lo stesso anno de Il braccio violento della legge), il primo film della leggendaria serie dell’ispettore Callaghan ha proseguito quell’opera di rinnovamento del genere, già analizzata nelle pagine di Westville News. Clint Eastwood, in uno dei ruoli più iconici di tutta la sua filmografia, ha saputo interpretare un personaggio passato alla storia per la brutalità dei metodi e una spiccata tendenza all’insubordinazione. Più che rivoluzionare il ruolo del detective protagonista, Eastwood ha saputo accentuare caratteristiche già proprie dei due protagonisti dei film precedentemente analizzati in questa sede. Spietato, immune a qualsiasi ordine dei superiori, freddo, consapevole della reiterata impotenza del dipartimento di polizia, Callaghan diventa un moderno cowboy metropolitano. Solo contro tutti, e mosso da un senso del dovere che rasenta la testardaggine. Il fine giustifica i mezzi: tutto è lecito per arrivare alla soluzione del caso. Anche utilizzare metodi brutali, al limite della legalità.

Scorpio

Liberamente ispirato a un reale fatto di cronaca – l’ignoto serial killer Zodiac – L’ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! mette in scena un’epica battaglia tra un misterioso killer che minaccia San Francisco con omicidi causali a scopo di lucro (Andy Robinson) e l’ispettore della polizia Harry Callaghan (Clint Eastwood). Noto per la sua intransigenza, i metodi duri e la tendenza all’insubordinazione, Callaghan viene assegnato al caso, ribattezzato Scorpio. Si tratta di un misterioso serial killer che uccide in maniera apparentemente casuale, colpendo la popolazione di San Francisco senza distinzione di razza, religione, sesso ed età. Il rapimento di una giovane ragazza e la conseguente richiesta di un grosso riscatto portano Callaghan a uno scontro con il killer.

Callaghan

Clint Eastwood nei panni dell’ispettore Callaghan (foto via:cinema.everyeye.it)

Autoincaricatosi di consegnare il riscatto, Callaghan ferisce Scorpio, che riesce tuttavia a fuggire. La fuga è però breve e Scoprio viene arrestato, dopo essere stato torturato dall’ispettore, nel tentativo di scoprire le sorti della giovane rapita. Rilasciato proprio in virtù delle torture subite, Scorpio prosegue i suoi crimini arrivando a sequestrare uno scuolabus con alcuni piccoli innocenti a bordo. Seguirà lo scontro finale con Callaghan, in una sequenza passata alla storia.

Callaghan, poliziotto e giustiziere

Eastwood interpreta un personaggio ormai entrato nella leggenda. Brutale, senza pietà, incontrollabile, sempre al limite della legge in tutte le sue azioni, Callaghan non si fa problemi quando l’unica soluzione è quella di insubordinarsi e agire al di là della legge. Il poliziotto diventa giudice e giuria al tempo stesso. Una soluzione estrema ma che sembra essere l’unica, in una San Francisco dove la violenza dilaga e la polizia appare impotente. Callaghan diventa un modello al quale ispirarsi. Basti pensare al Charles Bronson de Il Giustiziere della notte, o al Bruce Willis della serie di Die Hard e de L’ultimo Boy Scout. Protagonisti solitari, dai metodi poco ortodossi, ma assolutamente capaci, mossi da un alto senso del dovere e da un concetto di giustizia tutto personale.

Don Siegel, maestro d’azione

Il grande successo de L’ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! – titolo tradotto brutalmente, come era consuetudine negli anni settanta – è merito anche della sapiente regia di Don Siegel, un maestro del poliziesco anni settanta (da riscoprire molte perle della sua filmografia, tra cui, consigliatissimi, Fuga da Alcatraz e Chi ucciderà Charlie Varrick?) che ha contribuito a riscriverne i linguaggi e i temi, iniettando una massiccia dose di violenza a un genere ancora troppo legato a romantici canoni del passato.

Imprescindibile

L’ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! È una pellicola imprescindibile per tutti gli amanti del noir moderno. Capostipite di una fortunata serie – ben quattro i sequel – Scorpio è un poliziesco ad alta tensione, ricco di azione. Un film che ha rivoluzionato i linguaggi del genere, aggiungendo importanti tasselli alla creazione del noir contemporaneo.

Il braccio violento della legge: il noir cambia pelle

Nuovo appuntamento cinematografrico del blog di Westville. Prosegue la carrellata di pellicole che hanno cambiato la storia del noir sul grande schermo. Dopo il cupo e affascinante Bullitt, ora è il turno de Il braccio violento della legge (titolo originale The French Connection), uscito nelle sale nel 1971.

Nuova Hollywood

Il celebre regista statunitense William Friedkin è indubbiamente passato alla storia per essere stato il regista de L’esorcista, uno dei più controversi e leggendari successi dell’intera storia del cinema. Tuttavia, Friedkin aveva già guadagnato un meritatissimo Oscar due anni prima, nel 1971, grazie al controverso Il braccio violento della legge. Un film che ha cambiato la storia del cinema, contribuendo alla nascita di quel movimento, chiamato “Nuova Hollywood”, che ha rappresentato forse l’apice assoluto del cinema d’oltreoceano per numero di capolavori prodotti in un periodo di tempo relativamente limitato. Rimanendo però in tema puramente noir, Il braccio violento della legge ha proseguito quell’opera di rinnovamento del genere, iniziata proprio con Bullitt. Pellicole seminali, che hanno contribuito in maniera sostanziale a traghettare il noir verso la sua dimensione definitiva.

Il braccio violento della legge

Roy Scheider e Gene Hackman

Il Braccio violento della legge

Jimmy Doyle (Gene Hackman) e Buddy Russo (Roy Scheider) sono due investigatori della Narcotici di New York. Due uomini dalla vita sregolata e solitaria. Due poliziotti dediti al lavoro, caratterizzati da metodi violenti e senza scrupoli. Dopo il fallimento di alcune operazioni, diversi indizi portano verso una grossa spedizione di droga proveniente da Marsiglia. Un traffico internazionale di droga gestito da un misterioso e benestante francese di nome Alain Charnier (Fernando Rey). Le indagini proseguono con difficoltà tra pedinamenti e false piste, fino ad assumere i contorni di una vera e propria ossessione. Il caso viene riassegnato, ma i due investigatori proseguono le indagini in solitaria. La svolta sembra arrivare con l’approdo al porto di New York di una nave proveniente dalla Francia. A bordo, un’auto carica di eroina. Seguono appostamenti, leggendari inseguimenti, retate, fino alla resa dei conti. L’epilogo sarà però amaro e sotto certi aspetti fallimentare.

Innovativo

Basato sulla storia vera di un effettivo maxi sequestro di eroina nell’ambito di un traffico internazionale, Il braccio violento della legge è un film rivoluzionario per linguaggio, contenuti e tecniche di montaggio. La differenza tra buoni e cattivi, seppur sempre chiara per tutta la durata del film, si assottiglia notevolmente. Charnier è un trafficante di droga gentiluomo, raffinato e colto. Doyle è un donnaiolo incallito. Un solitario misantropo. Un poliziotto irascibile e violento. Un anticonformista in perenne scontro con i suoi superiori. La New York descritta nelle sequenze del film è una città pericolosa, fredda, drogata, malfamata e desolante. Il setting diventa quindi reale e pulsante, e non più metaforico. Il finale amaro capovolge tutti i clichè del genere, introducendo nuove vie di interpretazione del noir, che qui raggiunge livelli assolutamente contemporanei per critica alla società, atmosfere e multidimensionalità dei personaggi.

il braccio violento della legge

Foto via: nydailynews.com

Hackman da Oscar

Il braccio violento della legge brilla in primis per un’interpretazione magistrale di tutto il cast. Su tutti, un superlativo Gene Hackman, non a caso premiato con l’Oscar come miglior attore protagonista. Ma i meriti non sono solamente suoi. Roy Scheider (protagonista quattro anni dopo del leggendario Lo squalo) è una spalla perfetta per gli istrionismi di Hackman. Infine, lo spagnolo Fernando Rey emana una classe e un’eleganza tipicamente europee, che aggiungono fascino e inconsuetudine al suo personaggio.

Azione e tensione

Friedkin ha saputo coniugare massicce iniezioni di azione con la tensione e l’immobilità delle sequenze degli appostamenti. Scene nelle quali lo scorrere del tempo e la spossatezza dei protagonisti bucano lo schermo penetrando a fondo nell’osservatore. Travolgente la lunga sequenza in cui Hackman percorre Brooklyn a tutta velocità a bordo di una Pontiac, all’inseguimento di un convoglio sopraelevato nel quale si nasconde un sicario in fuga. Una delle car chase più famose e realistiche della storia del cinema.

Il regista è stato inoltre abile nel delineare i protagonisti, in tutti i loro turbamenti e contraddizioni. I poliziotti non sono più immacolati paladini della legge, ma uomini dalla morale dubbia, il cui senso della giustizia rasenta i limiti della legge stessa. Grazie a Il braccio violento della legge il poliziesco è diventato violento, spietato, estenuante e amaro. In una sola parola: credibile.

Bullitt: Steve McQueen reinventa il noir a Hollywood

Le pagine di Westville News tornano a raccontare storie di cinema. Dopo aver parlato dell’importanza del lavoro di Michael Mann a cavallo tra anni ’80 e ’90, facciamo qualche passo indietro e andiamo a vedere dove tutto è cominciato. Ci sono pellicole che hanno segnato indelebilmente la storia del noir cinematografico, riscrivendone le regole e gettando le basi del poliziesco contemporaneo. Stiamo parlando di film che, anche a distanza di trenta, quaranta o addirittura cinquant’anni, risultano ancora attuali. Pellicole che non hanno perso un briciolo del fascino che le ha contraddistinte all’epoca della prima uscita nelle sale. Uno dei caposaldi del noir moderno è rappresentato senza dubbio da Bullitt, una delle migliori interpretazioni in assoluto di un divo immortale come Steve McQueen.

Bullitt

La locandina di “Bullitt”

Frank Bullitt

L’ambizioso e arrogante politico Walter Chalmers (Robert Vaughn) incarica Frank Bullitt (Steve McQueen) glaciale ed esperto tenente della squadra omicidi, della protezione di Johnny Ross, testimone chiave in un processo contro la mafia. Nonostante la stretta sorveglianza, Ross viene gravemente ferito da due sicari nella stanza d’albergo dove era confinato sotto protezione. Trasportato in ospedale, Ross muore per le gravi ferite subite. Con la complicità di un medico accondiscendente, Bullitt nasconde la notizia della morte del testimone. In questo modo Bullitt evita l’ira di Chalmers e può proseguire le indagini. Colpi di scena, scambi di persona, sparatorie e leggendari inseguimenti per le strade di San Francisco porteranno Bullitt verso la soluzione del caso. Memorabile la sequenza finale, ambientata nell’Aeroporto Internazionale di San Francisco.

Cinquant’anni e non sentirli

Bullitt è un noir moderno e coinvolgente, capostipite di una nuova generazione di polizieschi dalle tinte cupe. Steve McQueen sfodera un’interpretazione ipnotica, forse la sua migliore in assoluto. Glaciale, taciturno, tormentato, Frank Bullit è diventato il modello di investigatore freddo e determinato. Un personaggio apparentemente insensibile ma in realtà molto turbato. Un uomo a tal punto dedito al lavoro da non lasciare spazio alla vita privata, nonostante una bella fidanzata innamorata lo aspetti a casa ogni notte.

Intreccio e azione

I pregi di Bullitt non finiscono però qui. La sequenza dell’inseguimento tra la Ford Mustang di Bullitt e la Dodge Charger dei sicari è entrata nella storia del cinema come prototipo di car chase. Una lunga sequenza di quasi dieci minuti nella quale i protagonisti sono il rombo delle due vetture e gli iconici saliscendi delle strade di San Francisco. Una sequenza notevole, considerando anche i mezzi dell’epoca, che ha avuto centinaia di imitazioni, la maggior parte delle quali però non raggiungono il fascino e la tensione dell’originale. Un plauso anche all’ipnotica colonna sonora jazz firmata da Lalo Schifrin, che supporta le scene fondamentali donando tensione e mistero. Che altro dire. Bullitt è un classico del poliziesco americano che non finisce mai di stupire, ancora attuale nonostante l’età: un’eterna fonte di ispirazione, dal fascino meravigliosamente intramontabile.