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10 imperdibili maestri del noir

Iniziamo una nuova stagione di articoli sul blog di The Westville Series con una carrellata di consigli letterari a tema noir. Ho selezionato dieci autori a mio parere imprescindibili per capire l’evoluzione e le sfumature della letteratura noir degli ultimi decenni. Ovviamente sia tratta di una piccola selezione, basata sulle mie letture più recenti e sul mio gusto personale: non me vogliate se ho tralasciato qualche nome degno di menzione. Ho volutamente ignorato gli scrittori italiani, semplicemente perché mi piacerebbe trattare il tema in separata sede, magari in uno dei prossimi articoli del blog. I vostri scrittori noir preferiti quali sono? Potete lasciare un breve commento con le vostre proposte di lettura. Ecco i miei suggerimenti, accompagnati anche da qualche suggerimento cinematografico. Buona lettura!

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Raymond Chandler

Come non citare il capostipite (a pari merito con Dashiell Hammett) del genere hard-boiled? Le indagini del detective Philip Marlowe – prototipo dell’investigatore solitario, tormentato, bevitore e perennemente al verde – sono entrate nell’immaginario collettivo, anche grazie a numerose fortunate trasposizioni cinematografiche. Tutti i sette romanzi con protagonista Marlowe sono di qualità altissima, e vi consiglio vivamente di leggerli tutti. Se dovessi scegliere un titolo, non esiterei a dire Il lungo addio, un capolavoro assoluto della letteratura americana del ‘900, non solo noir.

noir

Jo Nesbo

Più di trenta milioni di copie vendute (dato aggiornato al 2017, quindi sono verosimilmente molte di più): basterebbe questo ad annoverare il norvegese Jo Nesbo tra i massimi esponenti del noir mondiale. Nesbo rappresenta il portabandiera di quella scuola noir nord-europea che tanta fortuna sta raccogliendo negli ultimi anni. Trame complesse con colpi di scena a ogni finale di capitolo, e una scrittura semplice e molto scorrevole, fanno dei romanzi di Nesbo magnifici noir-thriller dall’alto tasso di coinvolgimento. La lunga serie con protagonista Harry Hole rappresenta il manifesto letterario dell’autore norvegese: i romanzi possono essere letti slegati l’uno dall’altro, anche se la vita del protagonista è in continua evoluzione. Romanzi consigliati: Il pettirosso, Polizia, e L’uomo di neve.

Jean Claude Izzo

Francese di chiara origine italiana, Izzo è un esponente di spicco della corrente chiamata noir mediterraneo. Imperdibile la sua trilogia marsigliese, da leggere in rigoroso ordine di pubblicazione, composta di Casino Totale, Chourmo e Solea. Protagonista l’ex poliziotto disilluso Fabio Montale. Scrittura semplice ma raffinatissima e molto evocativa, e intrecci brillanti che vanno a pescare nel marcio dei bassifondi di Marsiglia, sono i punti forti di una trilogia a dir poco incantevole e poetica. Unico rammarico, la morte dell’autore nel gennaio del 2000, a soli 54 anni.

James Ellroy

The Mad Dog, il cane pazzo della letteratura americana. James Ellroy è un autore unico per stile, capacità narrativa, complessità d’intreccio e produttività, con una vita privata ricca di episodi incredibili (dall’omicidio – ancora insoluto – della madre, alla vita da vagabondo prima di diventare scrittore) che aggiunge un tocco di fascino a uno scrittore che non ne avrebbe certo bisogno. Bastano, infatti, i suoi romanzi, capolavori assoluti del genere. Imprescindibile la quadrilogia di Los Angeles, un must read, tra cui spicca il magistrale L.A. Confidential, da cui è stato tratta la celebre (e godibile) pellicola.

Edward Bunker

Il re dei romanzi carcerari Edward Bunker si è meritatamente ritagliato un posto nell’élite della letteratura noir grazie a potenti drammi ambientati nelle peggiori carceri degli States. Nelle sue opere, la brutalità delle condizioni dei detenuti e l’incapacità del sistema di “riformare” i criminali sono condannate senza mezzi termini. Dopo decenni a fare dentro e fuori dalle prigioni degli Stati Uniti, Bunker inizia una felice carriera di scrittore e buon attore, ricevendo in età avanzata i doverosi riconoscimenti. Must read: Cane mangia cane, Come una bestia feroce, e l’autobiografico Educazione di una canaglia.

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Don Winslow

Letterariamente figlio di James Ellroy, Winslow si è imposto all’attenzione della scena letteraria mondiale con alcuni appassionanti noir ambientati tra California e Messico. Una scrittura più secca di un Martini e un minimalismo all’ennesima potenza fanno da contraltare a una sopraffina capacità di elaborazione di intrecci intricatissimi. L’inverno di Frankie Machine può essere il punto di partenza per un lettore che non conosce Winslow. Il suo capolavoro è senza dubbio Il potere del cane, monumentale primo volume di un’elettrizzante trilogia sul narcotraffico messicano.

Elmore Leonard

Il prolifico e poliedrico Elmore Leonard ha raggiunto la fortuna commerciale in Italia in seguito ad alcune ottime trasposizioni cinematografiche, che hanno fatto riscoprire la sua arte al grande pubblico italiano, che lo aveva ingiustamente ignorato fino a quel momento. Leonard vanta una produzione vastissima, perlopiù ambientata nei bassifondi di Detroit. La maestria nella costruzione dei dialoghi e un’attenzione meticolosa per le ambientazioni fanno di Leonard uno degli autori noir imprescindibili per ogni amante del genere. Out of Sight, Lo sconosciuto n.89 e Punch al Rum rappresentano un buon punto di avvicinamento alla sua opera. Da non disdegnare, infine, la sua produzione western.

Manuel Vazquez Montalban

Spagnolo di Barcellona, scrittore e giornalista con la passione per il calcio e la gastronomia, Vazquez Montalban deve la sua fama alla fortunata e lunghissima serie di romanzi con protagonista l’investigatore privato Pepe Carvalho, altra figura romantica entrata nell’immaginario collettivo. Per un primo approccio con il mondo di Carvalho, suggerisco di iniziare dai primi romanzi della serie, in particolare La solitudine del manager e I mari del sud.

Dennis Lehane

Il bostoniano Dennis Lehane è uno dei nomi di punti del poliziesco contemporaneo, grazie anche ad alcune celebri e ben riuscite trasposizioni cinematografiche, tra cui ricordo Shutter Island, Mystic River e La legge della notte. Una scrittura di alto livello, trame originali e un’attenzione particolare alla caratterizzazione psicologica dei personaggi sono i punti di forza della prosa elegante di Lehane. Letture consigliate: La casa buia e La morte non dimentica.

Brian Panowich

Volto nuovo della scena letteraria americana, l’ex pompiere Brian Panowich ha stupito con il suo esordio Bull Mountain, datato 2015, cui ha fatto seguito quattro anni dopo, Come leoni. I due romanzi narrano la storia della famiglia di contrabbandieri Burroughs: tra distillerie abusive, laboratori di metamfetamine, fucili, pick up e sparatorie, Panowich imbastisce una coinvolgente saga famigliare southern noir, ambientata nella natura selvaggia delle montagne della Georgia, negli Stati Uniti.

Alberto Staiz

Colpisci e scappa, il noir underground dalla Scozia

La letteratura è viva e vegeta, e lo si vede nelle fiere.

Questo è quello che ho pensato durante la fiera Book Pride a Milano, lo scorso 16 Marzo. Probabilmente qualche addetto ai lavori non sarà d’accordo con me, d’altra parte l’economia di questo paese attraversa ormai uno stallo perenne, dovuto a un cambiamento radicale che ancora non è riuscito a superare, con la complicità dei soliti noti.
Ad ogni modo, ai miei occhi da fruitore, ho potuto notare tante persone appassionate e coinvolte, tanti bambini e molti curiosi.
Tra le varie case editrici, mi sono imbattuto in una realtà a me ancora sconosciuta, ma grazie alla quale ho scoperto una perla della letteratura noir scozzese: Doug Johnstone e il suo Colpisci e Scappa.
Attirato dalle copertine che si mostravano con grafiche fresche, moderne, lontane anni luce dal marketing da quattro soldi dei vecchi giganti, mi sono interessato al parco autori di CasaSirio. La piccola casa editrice, nella figura di Martino, mi ha consigliato quello che secondo lui era un ottimo prodotto.
Fatto questo dovuto preambolo, mi lancio a parlare del romanzo che ho finito di leggere giusto un paio di giorni fa.

Colpisci e scappa Doug Johnstone

Scheda Libro

  • Titolo: Colpisci e Scappa
  • Autore: Doug Jonhstone
  • Casa Editrice: CasaSirio
  • Consigliato: Si
  • Acquista: Amazon

Trama

Cosa faresti se dopo una notte brava, all’insegna di alcool e droghe, in compagnia della tua bellissima ragazza e di tuo fratello maggiore, ti ritrovassi stupidamente al volante della tua utilitaria per le strade sopra Edimburgo, e colpissi accidentalmente il boss della malavita della città, uccidendolo?

colpisci e scappa doug johnstone westville news

Questa era proprio la freschezza che stavo cercando. Una storia nuova, che colpisse il lato più curioso della mia sete di letture.
Affondo la testa tra le pagine di Colpisci e Scappa, alla ricerca di un brivido continuo.
Vengo accontentato.
L’intreccio si palesa subito nelle prime pagine. Conosciamo quindi Billy, il nostro protagonista. Aspirante giornalista, dipendente dalle droghe e estremamente riflessivo. Zoe è la sua fidanzata, a dire di Billy, oltre le sue possibilità, e Charlie, fratello maggiore, dottore e spacciatore di farmaci rubati al lavoro. Si percepisce che tra i tre c’è un’ottima intesa. A legare i fratelli l’amore per la madre, scomparsa anni prima, lasciandoli definitivamente orfani. In tutto questo Zoe fa un po’ da mamma, permettendo ai due di vivere sotto il suo tetto. Billy e Zoe sono anche colleghi al giornale, lui per la cronaca, lei per la moda.
Attorno si accalcano una serie di personaggi molto ben caratterizzati, e in qualche modo intrecciati tra loro. Rose, il mentore di Billy, una donna adulta e consapevole del suo corpo, che sfrutta la complicità sessuale con il capitano di polizia, in cambio di soffiate per la sua carriera. Ma Rose è anche una figura materna per Billy, a tratti premurosa e comprensiva nei confronti di una promessa del giornalismo d’inchiesta, che cela dietro la sua fortuna da prima pagina il terribile segreto: è un assassino.
Adele è la moglie del defunto boss mafioso, persa in una vita di violenza, ma anche una madre amorevole per suo figlio Ryan.
Insomma, tematiche che tornano nei vari rapporti tra i personaggi, in un susseguirsi di violenza, droga, e surrealismo urbano moderno degno di una Edimburgo affascinante e pericolosa.

Doug Johnstone

Doug Johnstone colpisci e scappa scrittore

Non si può certo dire che Johnstone non sia un autore prolifico, oltre che un uomo di cultura e sport.
Con ben 9 romanzi in 12 anni, il romanziere scozzese si è guadagnato il titolo di “gioiello della narrativa crime” convincendo il pubblico e la critica per la sua capacità di infondere nel lettore quella sana voglia di girare pagina dopo pagina, alla scoperta della verità.
Ma Johnstone non è solo uno scrittore. Laureato in fisica, con un dottorato in fisica nucleare, prima di dedicarsi alla letteratura, ha progettato un sistema di guida radar missilistico per aeromobili.
Doug Johnston è anche batterista e calciatore dilettante, per la sua squadra di scrittori di Edimburgo.

Considerazioni su colpisci e scappa

Ho amato l’approccio crudo e diretto di una narrazione che tralascia dettagli superficiali per concentrarsi sui risvolti psicologici, e sul rapporto tra i personaggi. Johnstone guida abilmente il suo protagonista in un vortice di violenza e moralità dissacrante, alla ricerca del lato più crudo della natura umana.
Non sono mai stato a Ediburgo, ma grazie a Doug Johnstone, è come se avessi vissuto il meglio e il peggio di una città affascinante.
Billy tuttavia è palesemente un anti-eroe, a volte fin troppo, risultando a tratti incomprensibile nelle sue scelte, e talvolta addirittura disgustoso.
La narrazione è scorrevole e piacevole nella maggior parte del romanzo, ma pecca molto nelle scene d’azione, dove il realismo paradossale di una situazione al limite del grottesco, lascia il posto alla banalità di film d’azione thriller americani, con malviventi oltre lo stereotipo.

Nel complesso, questo romanzo del 2012 è davvero interessante, coinvolgente e infonde la voglia di leggere tutta la bibliografia dell’autore, alla ricerca della prossima storia frizzante e agghiacciante allo stesso tempo.

Vittorio Bottini

7 sconosciuti a El Royale – l’hard boiled quasi perfetto

7 sconosciuti a el Royale è una pellicola del 2018, firmata da Drew Goddard, e interpretata, tra gli altri, da Jeff Bridges, Dakota Johnson, Lewis Pullman e Chris Hemsworth.
Il suo approccio da noir classico è sostenuto da una visione maniacale della fotografia, quest’ultima accentuata da un’ambientazione spazio-temporale evocativa e unica nel suo genere.
Le pecche non mancano, ma nel complesso il film merita di diventare una pietra miliare del cinema d’autore.

7 sconosciuti a el royal westville news copertina

Scheda Film

  • Titolo originale: Bad Times at the El Royale
  • Durata: 141 min
  • Consigliato:
  • Voto: 4.5/5
  • Guarda su: Google Play

Trama

La pellicola è ambientata nel 1969.
Come nei più classici dei noir, il film si apre mostrandoci una persona che viene uccisa a sangue freddo da un killer, di cui non conosciamo l’identità. Il regista ci presenta subito dopo i personaggi attorno ai quali si snoda tutta la vicenda. Facciamo subito la conoscenza di padre Daniel Flynn (Jeff Bridges), un prete cattolico anziano, e di Darlene Sweet (Cynthia Erivo), una donna afroamericana che viaggia da sola, con bagagli molto voluminosi. I due fanno conoscenza nel parcheggio dell’albergo, per entrambi una tappa di viaggio.
Entriamo nel lussuoso El Royale, e facciamo la conoscenza di altri due personaggi. Il venditore Laramie Seymour Sullivan (Jon Hamm), uno spocchioso chiacchierone, che racconta il decadimento che ha subito l’albergo, di cui si dice storico frequentatore. Il concierge, Miles Miller, è poco più di un ragazzo, unico dipendente dell’albergo, da quando lo stesso è andato in rovina.
Miles si esibisce nella storica presentazione dell’albergo, la cui vera particolarità è di sorgere esattamente a metà tra due stati, ovvero tra la California e il Nevada. Una netta linea di demarcazione separa il lato dell’albergo in cui è permesso il gioco d’azzardo e una vita più sregolata, dalla più lussuosa e ordinata parte californiana.
Infine si aggiunge anche Emily. La ragazza ha modi bruschi e una mise palesemente hippy. Mancano ancora due persone all’appello, ma possiamo tranquillamente affermare che è qui che si apre la vicenda.
Si scoprirà poco dopo che ogni personaggio nasconde un segreto, così come lo stesso albergo nel quale alloggiano.

Comparto tecnico

7 sconosciuti a el Royale è la seconda fatica cinematografica per Goddard, come regista. La sua carriera di sceneggiatore comincia nel 2002 a Los Angeles, al lavoro su produzioni televisive.
Si può dire che questa pellicola sia una visione completa del regista, in quanto anche la sceneggiatura è firmata dallo stesso Goddard.
Il comparto tecnico si presenta altamente preparato a sviluppare l’idea del regista. Lo stesso sceglie come direttore della fotografia un maestro del concept: Seamus McGarvey. Il direttore della fotografia inglese si è affermato con diverse pellicole di successo, tra cui Godzilla, The Avengers e Cinquanta sfumature di grigio, ma è con il film d’autore che riesce ad esprimere la sua vera natura artistica.

Chris Hemsworth 7 sconosciuti a el royale

Infatti, come per Animali Notturni, pellicola del 2016 del regista e sceneggiatore Tom Ford, anche in 7 sconosciuti a El Royale si può notare una pulizia maniacale dell’immagine, e trova sfogo il concetto di simmetria, espresso anche nella location, a cavallo tra due stati. Infine i colori, dettati dai vari scenari, incidono molto sullo stato d’animo, che passa da una scanzonata ironia da rivista patinata di fine anni ’60, a un più tetro thriller a note gialle, degne di Agatha Christie.

Il cast – Attenzione, possibile spoiler!

jeff bridges 7 sconosciuti a el royale

Il cast vanta attori navigati, e più giovani, ma tutti talentuosi. Tutta la vicenda si snoda attorno agli stessi personaggi, isolati dal mondo.
Degno di gran nota è sicuramente Jeff Bridges, che riesce a interpretare un criminale pentito, alla fine dei suoi giorni, che continua però a mentire, e a cercare di recuperare un fantomatico bottino, abbandonato anni prima – si scoprirà poi – dall’uomo ucciso all’inizio. Insomma un ruolo non facile, che vede Bridges cimentarsi in un personaggio con diverse facce.
Grande interpretazione anche da parte di Lewis Pullman, attore di appena 26 anni, e figlio d’arte. Suo padre infatti è l’attore Bill Pullman, divenuto famoso principalmente negli anni ’90 con film del calibro di Ragazze vincenti, Indipendence Day e Strade perdute di David Lynch, un esempio poco brillante di neo-noir, di cui Pullman era il protagonista.
Pullman figlio interpreta il concierge dell’albergo, unico dipendente, e tossicodipendente, vive praticamente all’interno della struttura. Con un passato da eroe del Vietnam, unico sopravvissuto del suo plotone a un raid nemico, trova impiego a El Royale, ed costretto dai suoi capi a custodire il terribile segreto dell’albergo.
In perenne ricerca di una figura paterna e di redenzione, Lewis si lascia ingannare dal personaggio di Bridges, finendo poi per trovare lo scontro con la banda di Billy Lee, interpretato dallo statuario Chris Hemsworth. Billy è un hippy violento e sovversivo, impersonificazione del male della società, che per certi versi incarna la figura di Charles Manson. Oratore e abbindolatore, il ruolo di Hemsworth compare ben dopo la prima metà, denotando un cambio di toni. Pur mantenendo l’ironia che caratterizza la pellicola, il film diventa più violento, diretto e meno misterioso.

7 sconosciuti a el royale

Considerazioni finali sul film

La vera considerazione su 7 sconosciuti a El Royal può essere una sola: il cinema ha bisogno di film di questo calibro.
Queste sono pellicole che fanno bene a Hollywood, perché riportano il lato artistico del cinema a una dimensione più profonda, dove non a tutte le domande dev’esserci necessariamente una risposta. Alcuni argomenti sono più grandi di qualsiasi possibilità, anche per i protagonisti, che in questo caso sono palesemente degli anti eroi.
Tuttavia, quest’ultimo punto è stato anche il fulcro delle polemiche che non hanno permesso al film di Goddard di spiccare il volo e diventare un pieno successo. Malgrado il film abbia riscosso per lo più critiche positive, non è riuscito a convincere tutti.
Altro punto dolente è stato lo storytelling: una narrazione lenta, che aggiunge elementi connotativi degli anni ’60, come i riferimenti alla Manson’s Family e a J. Edgar Hoover, lasciati poi in sospeso.
Malgrado tutto ciò, 7 sconosciuti a El Royale è una chicca del cinema Hard Boiled, che lascia lo spettatore appassionatopiacevolmente inquieto.

Country Dark di Chris Offutt: crudo, graffiante, epico, imperdibile

Dopo qualche settimana di silenzio – assolutamente motivato, ve lo possiamo assicurare – tornano i consigli letterari del blog di Westville. Oggi parliamo di Country Dark di Chris Offutt, una delle novità più interessanti della presente stagione letteraria. Stiamo parlando di un romanzo che, dopo il clamore dettato dalla novità, non finirà certo nel dimenticatoio, ma andrà a soggiornare stabilmente nello scaffale dedicato ai vostri romanzi preferiti. Il perché ve lo spieghiamo nell’articolo.

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Chris Offutt

Il pubblico italiano ha avuto modo di apprezzare le doti di questo scrittore sessantenne originario del Kentucky con la raccolta di racconti Nelle terre di nessuno, pubblicata lo scorso anno da Minimum Fax, una realtà editoriale da sempre attenta a quello che di buono accade nel panorama letterario statunitense. Dopo il meritato successo di questa prima pubblicazione, nel mese di giugno di quest’anno è comparso sugli scaffali delle librerie Country Dark, secondo romanzo di Chris Offutt, autore anche di due raccolte di racconti e tre memoir, di prossima pubblicazione sul mercato italiano.

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Chris Offutt (foto via: www.minimaetmoralia.it)

Country Dark

Il romanzo si apre con il taciturno protagonista Tucker, plurimedagliato reduce della guerra di Corea, impegnato nel ritorno nell’aspra e selvaggia terra natia, quel Kentucky popolato da fuorilegge, ancora dominato dalla natura selvaggia che ne detta i ritmi di vita e le abitudini. Sulla strada del ritorno, Tucker incontra Rhonda e se ne innamora, non dopo averla salvata dalle aggressioni a sfondo sessuale perpetrate dallo zio.

Dieci anni dopo, la coppia è sposata e conduce una vita felice, unita da un amore reciproco viscerale e dall’affetto incondizionato per i numerosi figli avuti, alcuni dei quali disgraziatamente nati con dei deficit psichici. Nel frattempo, Tucker si è trasformato in un esperto contrabbandiere di alcool alle dipendenze del furbo Beanpole. Tuttavia, una grave minaccia incombe sull’equilibrio della famiglia. Tucker non esiterà a imbracciare nuovamente le armi per difendere le persone che ama, arrivando a mettere sul piatto la propria vita in un’escalation di violenza inaudita ma razionale.

offuttViolento, autentico, crudo: vero

Country Dark è una lettura imprescindibile per chiunque ami la letteratura americana, in particolare per coloro che amano quei setting rurali made in usa. Quella raccontata da Country Dark è una storia cruda, violenta, viscerale, ma sempre dominata dall’amore, la forza motrice di tutte le azioni intraprese da Tucker: l’amore per la sua famiglia, per la sua casa e per la sua terra. Violenza efferata si alterna ciclicamente con una dolcezza commovente, in un microcosmo rurale e selvaggio, lontano anni luce dalla contemporaneità, ma dotato di quella sincerità che spesso manca nella società di oggi, in tutti i livelli.

Offutt è un fuoriclasse della scrittura, e in questo romanzo dimostra tutte le sue qualità. Una sapiente scelta lessicale pennella le dettagliate descrizioni naturalistiche, mentre nei dialoghi, asciutti e graffianti, l’autore si esibisce in una capacità di sintesi efficace e fuori dal comune. Differenti tonalità di colore si mescolano creando un affresco incantevole e dal fascino intramontabile. Siamo sicuri che Country Dark diventerà in poco tempo un classico della letteratura americana contemporanea. Pertanto, vi invitiamo a prenderlo seriamente in considerazione nel momento in cui vi trovate tra gli scaffali delle librerie per scegliere le letture da portare con voi in vacanza.

Alberto Staiz

Elliott Chaze, La fine di Wettermark: riscoprire i classici

Elliot Chaze fa parte di quel nutrito gruppo di scrittori che – si veda l’incredibile caso di Richard Yates – per le più svariate e incomprensibili ragioni, sono stati dimenticati sia dal pubblico che dalla critica. Per fortuna, a volte capita che questi autori vengano riscoperti e ripubblicati, facendo loro guadagnare l’attenzione che meritano.

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Elliott Chaze

Chaze Wettermark

Elliott Chaze

Questo è quello che sta accadendo con Elliot Chaze (1915-1990), un autentico maestro del noir letterario, ingiustamente dimenticato dalla critica e dal pubblico. Autore di una decina di romanzi, giornalista, paracadutista durante la Seconda Guerra Mondiale, Chaze si è ritagliato un piccolo spazio nella storia del noir. I suoi romanzi non sono polizieschi al 100%. Possono essere definiti come noir letterari. Al di là dell’intreccio, semplice e lontano anni luce dai complessi meccanismi ricchi di colpi di scena propri del noir più recente, i libri di Chaze brillano per una prosa elegante, efficace, colta ma mai sopra le righe. Grande spazio alle sapienti descrizioni dei setting e dei personaggi minori, pennellati con maestria da uno scrittore che fa dello stile asciutto ma brillante il suo marchio di fabbrica.

Dopo Il mio angelo ha le ali nere, è da poche settimane comparso sugli scaffali delle librerie anche La fine di Wettermark, un autentico manifesto delle capacità narrative di questo scrittore sconosciuto al grande pubblico.

La fine di Wettermark

La fine di Wettermark è il secondo romanzo di Elliot Chaze pubblicato in Italia dalla editrice Mattioli 1885. Cliff Wettermark è un uomo medio, nel vero senso della parola. Un antieroe. Un uomo comune, con tutti i suoi pregi e difetti. Romanziere fallito, giornalista licenziato malamente dall’Associated Press prima e dal Times-Picayune poi, Wettermark campa con una collaborazione per il piccolo giornale della cittadina di Catherine, Mississippi.

Un vita frustrante e senza stimoli quella del protagonista. Un debito di 400 dollari con la banca; la moglieWettermark Margaret bisognosa di cure dentarie e un lavoro senza sbocchi, ne stimoli. Un matrimonio, quello tra Cliff e Margaret, che si trascina stancamente giorno dopo giorno senza la felicità dei primi anni, alimentato solo dalla consuetudine e dalla paura di rimanere soli.

Il punto di svolta arriva nel momento in cui Wettermark scrive per il giornale di una insolita rapina avvenuta in una banca locale. Un furto quasi improvvisato, apparentemente semplice e senza spargimenti di sangue, il cui colpevole sembra volatilizzato nel nulla. Wettermark riflette sull’accaduto e, come mosso da una forza implacabile, decide di organizzare una rapina per poter finalmente sanare i suoi problemi economici.

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Ironico, tragico, disilluso: un must read

La fine di Wettermark rappresenta un manifesto assoluto del buon scrivere. La prosa di Chaze è elegante, colta ma mai ridondante. In defintiva molto efficace. Il romanzo, la cui trama è indubbiamente semplice, alterna ironia, scetticismo, disillusione nichilista a speranza, tensione e azione. Una sapiente mescola di elementi molto diversi tra loro, ma perfettamente amalgamati. La fine di Wettermark (datato 1969) può essere definito come un noir-non noir. Noir per la tematica di fondo, le parti ricche di tensione, e l’incalzare dell’intreccio. Non-noir per la forte componente narrativa e sociale presente nelle sue pagine e per lo stile di scrittura di Chaze, raffinato ed efficace, al pari di tanti scrittori molto più blasonati. La fine di Wettermark rappresenta un classico da riscoprire senza se e senza ma. In defintiva, un must read.

Starsene da soli è una faccenda delicata, l’intimità va calibrata in modo così fragile che – anche se uno l’ha desiderata – quando ne hai anche appena un poco di più di quello che ti serve, non è più affatto intimità. Non è più un lusso. Diventa solitudine, e la solitudine non è in alcun modo simile all’intimità, sebbene l’una e l’altra siano fatte della stessa sostanza.” (Elliott Chaze)

Il caso Kellan, un noir di Franco Vanni

Il caso Kellan è un romanzo noir di fresca pubblicazione per Baldini & Castoldi (323 pp., 17 euro). L’autore, Franco Vanni, è un cronista giudiziario di Repubblica, che nel 2015 ha pubblicato Il clima ideale, suo primo romanzo. Uno scrittore ancora giovane, ma intraprendente e talentuoso, che ha saputo sfornare un ottimo noir che nulla ha da invidare a pubblicazioni di autori più blasonati.

Steno Molteni

L’accattivante protagonista de Il caso Kellan è Steno Molteni, un ventiseienne giornalista di cronaca nera per il settimanale “La Notte”. Donnaiolo e amante del buon bere, Steno guida una Maserati Ghibli del ’70 e vive nella stanza 301 dell’Albergo Villa Garibaldi, dove lavora come barman serale alle dipendenze del serafico signor Barzini. Una telefonata di Scimmia, amico e poliziotto della squadra mobile, informa Steno dell’uccisione di Kellan Armstrong, giovane figlio del console americano. Un delitto in apparenza misterioso, che tuttavia affonda le sue radici nell’ambiente degli incontri gay. Steno si mette sulle tracce degli “Spazzini”, una ignota banda di giovani omofobi che aggrediscono gli omosessuali nei luoghi scelti per i loro incontri.

KellanPolizia e servizi segreti sulle tracce di Kellan

Mentre Steno prosegue le sue indagini, la narrazione si sposta sulle ricerche effettuate dalla polizia, impegnata nella difficile soluzione del caso, capeggiata dall’agguerrito pubblico ministero Maria Cristina Tajani. Nello stesso tempo, il padre di Kellan si affida all’esperienza dell’amico Han, cuoco vietnamita al soldo della Cia. L’obbiettivo è scoprire la verità sull’uccisone del figlio, presentando all’opinione pubblica ancora ignara del delitto, una versione dei fatti che non infanghi la memoria di Kellan e di conseguenza non intacchi la carriera politica del padre.

Mistero e intrighi a Milano

Vanni confeziona un ottimo noir che affonda le sue radici nei classici del genere, e si sviluppa con originalità e verosimiglianza. La tradizione del noir metropolitano milanese (Scerbanenco su tutti) è presente nella penna di Vanni, che riesce nell impresa di non risultare “provinciale” o poco originale. L’intreccio del romanzo è ben costruito e i personaggi, nessuno escluso, sono molto ben caratterizzati: da Scimmia, alla dura Tajani, fino al mendicante Alberto, che tutte le notti si occupa di sorvegliare a vista la Maserati di Steno. Spicca su tutti il protagonista Steno. Giovane, determinato e intraprendente, con quel pizzico di insolito che lo rende ancor più affascinante. Un personaggio che ha tutte le carte in regola per poter diventare seriale.

Nota di merito anche per l’ambientazione. Una Milano cupa, sommersa dalla neve, (Jo Nesbo insegna), in perenne bilico tra il marciume dei bassifondi e lo splendore dell’alta società ricca e viziata.

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Noir milanese in salute

Franco Vanni dimostra, con Il caso Kellan, che la scena noir italiana è in ottima salute, potendo contare non solo sui grandi nomi ma anche su una folta schiera di giovani autori capaci e intraprendenti. Autori che hanno imparato la lezione alla perfezione e hanno le carte in regola per proseguire sulla strada tracciata dai grandi di questo genere.



Jim Carrey ritorna sul grande schermo con Dark Crimes

L’attore canadese Jim Carrey ha fatto spesso parlare di sé negli ultimi tempi. Purtroppo spesso il gossip, e a volte la cronaca, lo ha visto nelle parti dell’uomo con un lato oscuro, freddo e

Jim Carrey Dark Crimes

Jim Carrey mentre porta la bara della sua ex fidanzata Cathriona White. Leggi qui

tormentato. La carriera di Jim Carrey è a dir poco invidiabile, ma la vita privata parrebbe essere un po’ tormentata. Dopo la morte dell’ex fidanzata, e il suo proscioglimento da tutte le accuse di coinvolgimento nel suicidio della povera modella, la faccia di Jim è stata sempre meno associata a una risata ben distesa. Questa è proprio la prima sensazione che si ha, guardando il trailer di Dark Crimes, e il volto di Jim.
Non da meno sono i suoi post su Twitter. Il comico si è sempre più spesso lanciato in sfottò verso altre celebrità, con la sua passione per il disegno. Mentre molti fan non hanno apprezzato questo suo lato bizzarro, altri gli sono rimasti vicini, complice il fatto che sono cresciuti proprio con i suoi migliori successi (The Truman Show, The Mask, Ace Ventura). Come molti altri volti del cinema internazionale, anche Jim Carrey dispone ovviamente dell’accesso a situazioni molto agiate negli Stati Uniti, e per questo a volte, lui come altri, si trova a spalleggiare alcune idee bizzarre, come l’antivaccinismo e via dicendo.

Abbiamo quindi il quadro di un attore poliedrico, profondo e tormentato. Un professionista che si è fatto strada tra comicità pura ed episodi tragici, tra successi planetari e celebrità estrema, ma anche rintanato nella vita privata, tra silenzi stampa, dolore ed egocentrismo sfrenato e deleterio. Un attore capace di girare cult intramontabili (Man on the Moon) e B-movie – come Scemo e più scemo 2 – che malgrado la produzione ridotta, e lo scarso apprezzamento della critica ufficiale, ha collezionato molte candidature a premi dedicati.

Ci chiediamo se riuscirà Dark Crimes a inserirsi in questa rosa, senza sprofondare tragicamente come Number 23, unica vera tragedia nell’avventura cinematografica di Jim Carrey.

Non solo comicità

Jim Carrey Dark Crimes Kaufman

Jim interpreta uno dei suoi eroi – Andy Kaufman – in Man on the Moon

Jim Carrey non è solo un comico. Più volte ha dato prova di saper interpretare ruoli che vanno oltre l’espressione buffa e la battuta semplice ma d’effetto. Forse possiamo considerare Man on the Moon come la sua più memorabile interpretazione. Questa pellicola è stata per Jim l’incredibile occasione di un artista di interpretare una sua ispirazione, nel particolare l’eclettico e incredibile Andy Kaufman. Consigliamo il documentario prodotto da Netflix proprio su questo film.

Altri titoli non comici che hanno consacrato l’attore d’oltreoceano sono stati sicuramente Eternal Sunshine of the Spotless Mind, conosciuto in Italia con l’infelice traduzione Se mi lasci ti cancello, e The Majestic.

Alla luce di tutto ciò si può credere che Dark Crimes abbia la stoffa per essere un vero e proprio capolavoro. Rimane l’incognita della produzione, nomi che sulla carta possono essere competenti, ma che non hanno mai avuto la possibilità di girare un capolavoro. Sarà questo il caso?

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Dark Crimes: Trama

Tadek (Carrey) è un detective della polizia polacca che scopre per caso delle similitudini tra un omicidio di un uomo d’affari, e un omicidio descritto in un romanzo dello scrittore Krystov Kozlow. La sua mente tetra lo porterà a scoprire qualcosa di agghiacciante.
Questo è quello che ci è dato sapere, e dobbiamo dire la verità, è forse più emozionante così, di quanto lo sarebbe avere ogni singolo dettaglio della storia.

Aspettativa

L’aspettativa è alta, visto che l’ambientazione nord-est europea promette un tono cupo e freddo. Insomma sembra proprio il tipico noir europeo volto a farci provare quella sensazione di solitudine e disagio. Citiamo casualmente Jo Nesbo.
Non da meno è il look di Jim Carrey, con quell’espressione assente di cui spesso si caratterizza, quasi a voler far credere che in tutti questi anni abbia passato il tempo a prepararsi per questo ruolo.



Bull Mountain: lo spietato sud di Brian Panowich

Il 2015 ha visto l’esordio sul mercato editoriale di Bull Mountain, opera prima dello scrittore statunitense Brian Panowich. Un sucesso immediato, che ha portato il romanzo ad essere tradotto in numerose lingue. In Italia, Bull Mountain è stato pubblicato da NN editore nel 2017.

L’autore

Brian Panowich è stato, come recita il retro di copertina, musicista itinerante per molti anni, prima di stabilirsi in Georgia con la famiglia e trovare lavoro come pompiere. Poco importa quali siano state le sue esperienze nella vita. Fin dalle prime pagine di Bull Mountain, Panowich brilla per un talento cristallino, capace di partorire un romanzo d’esordio notevole, sincero e spietato, nel quale la natura umana si esprime in tutti suoi aspetti, dai legami famigliari alla violenza più brutale.

bull mountain

Bull Mountain

Il romanzo d’esordio di Panowich ruota attorno alle vicende della famiglia Burroughs, che da decenni gestisce il traffico di whiskey e metanfetamine di Bull Mountain, impervia località della Georgia immersa nei boschi. Il capofamiglia Halford ha ereditato la gestione dell’impero finanziario dal padre. Il fratello minore Clayton ha invece voltato le spalle alla famiglia e ai suoi traffici per diventare sceriffo della contea e sposare la bellissima Kate. L’agente federale Simon Holly si mette sulle tracce della famiglia Burroughs, mosso da motivazioni che sembrano andare al di là del semplice senso del dovere. Sarà questa la miccia che scatenerà una guerra brutale fatta di tradimenti, sangue, violenza e disperazione. Fino all’insapettato e soprendente epilogo, di cui non vogliamo anticiparvi nulla.

bull mountainCome Leoni

Come Leoni riprende la storia da dove si era conclusa nel precedente volume. Clayton si sta riprendendo dalle ferite, sia fisiche che psicologiche, causate dalla guerra scatenata dall’agente federale Holly. La moglie Kate e il piccolo Eben attendono con pazienza che Clayton si ristabilisca, non senza qualche litigio e incomprensione. Nel frattempo, l’impero dei Burroughs è stato in gran parte smantellato dai federali e molti altri fuorilegge attendono il momento propizio per impossessarsi del trono di Bull Mountain rimasto vacante. Una situazione di stallo che si interrompe con l’arrivo della famiglia Viner, una banda di fuorilegge spietata e crudele, comandata da un misteriosa donna senza scrupoli. Questa volta sarà Kate a recitare il ruolo di protagonista contro la minaccia dei Viner. Seguirà un’escalation di violenza brutale, fino a una conclusione sorprendente che lascia spazio a un (probabile) proseguimento della saga della famiglia Burroughs.

Il violento sud

Bull Mountain e Come Leoni rappresentano due letture godibilissime, scorrevoli e ben scritte, che tuttavia non si identificano come semplici letture d’intrattenimento. Panowich crea un mondo pericoloso ma affascinante, immerso nei boschi della Georgia, tra distillerie clandestine, pick up rombanti, laboratori di metanfetamine e diner sudici e desolati. Un ambiente nel quale si muovono personaggi spietati e disposti a tutto, mossi sia da una inesauribile sete di ricchezza, che da un senso della famiglia e un attacamento alla terra quasi biblico. Un mondo nel quale il confine tra giusto e sbagliato risulta sbiadito, confuso.



Tradizione e modernità

Gli echi della grande letteratura del sud degli Stati Uniti sono chiari in entrambi i romanzi, da Steinbeck e Faulkner, arrivando ai recenti Lansdale e McCarthy. Panowich ha assimilato la lezione alla perfezione, aggiungedo un tocco noir moderno, figlio della migliore tradizione del genere. Abilissimo nella costruzione dell’intreccio, Panowich organizza la narrazione con ripetuti salti temporali e flashback. Il risultato è una lettura che non lascia scampo, coinvolgente e molto potente. In una sola parola: consigliatissima!

Blade Runner: 2049. Abbiamo aspettato, ce lo aspettavamo?

Devo ammettere che per scrivere questa recensione ho dovuto lasciar passare del tempo. Trovare l’obiettività tra le varie sensazioni che lascia questa pellicola è davvero difficile. Blade Runner Harrison Ford Westville News Blog
Blade Runner, l’originale, è uno di quei film che le persone della mia generazione hanno imparato ad amare da bambini, ma hanno capito solo da grandi. Non ricordo quanti anni avessi, ma ero piccolo, troppo piccolo per capire la profondità di un neo-noir così visuale e visionario. Tuttavia ero abbastanza grande da rimanere affascinato dagli elementi distintivi. Il caos di una Los Angeles, fino a quel momento vista in film patinati e pomposi, mai denigrata così tanto. Blade Runner era affascinante e spaventoso, personaggi grotteschi, androidi, e soprattutto i volti iconici di Harrison Ford e Rutger Hauer. Ero abituato a vedere Ford sempre con aria strafottente nelle incredibili pellicole di Guerre Stellari. Oppure ero stato colpito dall’ironia divertente di Indiana Jones, nelle sue avventure. Non era stato per niente facile assimilare il cacciatore di taglie Rick Deckard, solitario e pragmatico.
Blade Runner è stato uno di quei film capaci di surclassare l’opera principale, Il cacciatore di Androidi di Philip K. Dick. Non fraintendetemi, non penso affatto che il film sia superiore al romanzo, ma sono diventati complementari. Che in una visione come quella di Dick, l’arte audio-visiva di Ridley Scott di quegli anni, ha donato quel qualcosa in più, che nessuno si aspettava?

Blade Runner 2049: finalmente un sequel

Pro che possono essere contro, e contro che possono essere pro: questo è Blade Runner 2049

Finalmente un sequel. Lo affermo, e mi piace dirlo, perché gli ultimi tempi si sono dimostrati un po’ duri per le produzioni cinematografiche. Malgrado il proliferare di film a più non posso, il comparto di sceneggiatori di Hollywood sembra davvero in crisi. Idee scarse, sviluppate male, e soprattutto reboot e remake… reboot e remake ovunque. Non c’è pace per i grandi titoli del passato, che vengono sempre più spesso ripresi, rimaneggiati, stravolti e affondati in clamorosi flop artistici e commerciali. Si prenda esempio da Atto di Forza, che malgrado lo sforzo per raggiungere un incasso accettabile non ha saputo nemmeno avvicinarsi all’originale, in termini di qualità. Robocop? un atteso reboot… che non ha raggiunto la sufficienza.
Quello che davvero è godibile di Blade Runner 2049 è proprio il modo in cui è stato trattato. Non è solo un prodotto commerciale, ma è un’opera audio visiva. Il film non è basato sugli effetti speciali, che sono comunque incredibili e affascinanti, ma si regge sul fatto che la CGI è il contorno – indispensabile – per immergere una storia, un concetto. In secondo luogo siamo di fronte a un vero e proprio sequel. Non è un reboot, non hanno eliminato parti, non hanno stravolto un universo per adattarlo commercialmente agli spettatori odierni. Il mondo di Blade Runner è sempre lo stesso, le tematiche anche. Però è anche vero che sono passati trent’anni, e le cose sono cambiate, analogamente come sono cambiate nel nostro mondo, dal 1982 ad oggi. Per cui si potrebbe pensare che il goal più riuscito sia proprio quello di aver tenuto un universo vivo, anche nel progredire delle ere, e delle ideologie fantasiose della storia originale. Come spiega lo stesso regista (Denis Villeneuve) al New York Times in questo articolo, “… Il primo film era ambientato nel 2019 e come sapete, ora non ci sono macchine volanti nel cielo. Non c’è Steve Jobs nel primo Blade Runner. Non ci sono cellulari. Quindi abbiamo creato davvero il futuro del primo Blade Runner”.
Ma quindi il lavoro dei grafici è superficiale e di poco conto? Assolutamente no! Il visual concept di Blade Runner 2049 è davvero pazzesco, e vive di arte pura. Per capire meglio la grandezza dell’idea alla base, in questo articolo, viene spiegato come Peter Popken, il concept artist di questa pellicola, abbia gradito il lavoro di alcuni architetti di uno studio italo-spagnolo. Questo fa pensare che il comparto tecnico-artistico di questo film non si sia proprio afflosciato sull’aspetto commerciale della produzione, ma sia andato alla ricerca di una espressione artistica.

Blade Runner 2049 Westville NEws Blog Peter PopkenCast

Spesso capita che pellicole acclamate siano accompagnate da un cast ragguardevole. Questo è sicuramente il caso di Blade Runner 2049. Ormai Harrison Ford non è solo conclamato, ma ha saputo affrontare il salto generazionale con un aiuto in più, rispetto ad alcuni dei suoi colleghi più o meno della stessa epoca. Avendo come base dei personaggi più longevi, e fantasiosi, rispetto ad altre icone degli ’80s, ha avuto modo di cavalcare una seconda grande onda di successo, rispetto ad altri (ad esempio Kevin Costner). Ma la sua interpretazione in Blad Runner 2049 ci basta? Sicuramente è stata magistrale, ma ci sarebbe piaciuto avere il suo sguardo torvo qualche minuto in più sullo schermo, in un film che dura ben 2 ore e 44 minuti.

Lo stesso ragionamento, preso da un’altra angolazione, lo dobbiamo fare su Jared Leto. Il poliedrico artista ha già dato diverse prove delle sue capacità d’attore, una fra tutte in Dallas Buyers Club. Ma la presenza di Leto è davvero ridotta, limitata a poche scene, troppo sintetiche. Rimane il dispiacere di aver goduto poco della sua recitazione, in un personaggio che poteva anche calzare a pennello, se solo ci fosse stato il tempo di dimostrarlo. In generale è stato difficile legare alla storia Niander Wallace, il personaggio di Leto, che è sembrato un pretesto per raccontare una parte di trama non detta, che a figurare come un vero e proprio villain.

La maggior parte della trama è giustamente legata al personaggio di Ryan Gosling, ma talvolta il personaggio stesso sembra slegato dalla storia principale. Si percepisce che ci sono due indagini, la prima riguarda gli ultimi modelli di nexus, ancora in circolazione, la seconda quella interiore del personaggio. L’agente K, il protagonista, è alla ricerca di una sua identità, essendo esso stesso un replicante, che da la caccia ai vecchi replicanti da eliminare. Ma talvolta si perde la bussola, e si fatica a capire se l’indagine privata e introspettiva dell’agente K sia il pretesto per allungare il film, o sia effettivamente l’argomento principale, relegando l’antagonista a poche scene, giusto per dare qualche spiegazione di una trama già complessa di suo. Il volto più presente sullo schermo è sicuramente quello di Gosling, che come attore drammatico è attualmente una delle migliori proposte del cinema mondiale. La sua interpretazione è magistrale e sapiente, e supera la difficoltà del recitare in una pellicola che è sapientemente alla stregua di un film muto. Tuttavia sembra anche Gosling messo nella situazione di non poter esprimere al 100% il suo potenziale, relegato in un personaggio che interagisce poco col mondo circostante.

Una nota di merito va al Wrestler Dave Bautista, che meritevole di avere delle ottime doti da attore, da prova di essere all’altezza di un personaggio chiave.

Qui potete ascoltare un’intervista di Wired ai due attori i cui volti hanno caratterizzato questo franchise di successo.

Produzione

Tutto il comparto tecnico del film ha dato prova di essere ineccepibile. La fotografia è molto curata, ma non così maniacale da risultare cervellotica. Il punto forte è decisamente la concept art della pellicola, che riesce a prendere l’originale Blade Runner, e proiettarlo trentanni avanti nel futuro. Anche la regia di Villeneuve si dimostra solida, e riesce a riempire bene alcuni momenti meno interessanti ai fini della storia. La produzione di Ridley Scott si afferma come vincente, e porta a casa un successo che forse dovrebbe rimanere intoccato, anche con i suoi difetti. Ma come tutte le opere di fantascienza – e non solo – che si rispettano, si sente la necessità di espandere l’universo in cui le storie sono contenute.

La Warner Bros, in collaborazione con Denis Villeneuve, hanno chiesto ad alcuni filmmakers di girare tre cortometraggi che accompagnassero lo spettatore dal 2019 al 2049, mostrando alcuni fatti citati nel film.

Il primo è stato scritto e diretto dall’animatore giapponese Shinichiro Watanabe, già ferrato sul tema della fantascienza grazie alla sua opera più famosa: Cowboy Bebop. La storia animata introduce gli avvenimenti del 2022 che porteranno al bando di tutti i modelli Nexus, dopo il fallimento della Tyrell Corporation.

Il secondo cortometraggio viene diretto da Luke Scott. Il filmmaker inglese ci porta nel 2036 durante l’ascesa di Niander Wallace, che dopo anni dal Blackout vuole riportare in auge i Nexus, con una sua particolare visione. In questo corto esce tutto il potenziale di Leto, nel personaggio di Wallace, che pur restando fermo su una sedia, e parlando pacificamente, riesce a inquietare e spaventare interlocutori e pubblico.

Il terzo e ultimo cortometraggio è stato diretto sempre da Luke Scott, già impiegato in altri titoli diretti o prodotti da Ridley Scott. Il corto vede come protagonista Sapper Morton, che comparirà poi anche nel film, interpretato magistralmente da un sempre più sorprendete Dave Bautista (ex Wrestler). La storia è ambientata un anno prima dell’inizio del film, e spiega come il replicante sia stato trovato dall’agente K.

Piccola curiosità: il detective Ronald Prima di Westville è proprio basato sulla drammaticità dei ruoli di Ryan Gosling. 

Ryan Gosling Blade Runner 2049 Westville news blog

Poliziesco, hard-boiled, noir, thriller: l’evoluzione del giallo nella storia della letteratura

Poliziesco, noir, neo-noir, hard-boiled, thriller. Tutti sottogeneri appartenenti a un unico grande ramo della letteratura, il giallo. Un genere florido, in salute, che può vantare moltissimi lettori in tutto il mondo. Un genere che ha ormai più di cento anni di vita e si è evoluto, è mutato, trasformandosi in molteplici forme. Oggi vogliamo fare un po’ di chiarezza. Non abbiamo la pretesa di scrivere un saggio, anzi. Lungi di noi pretendere di spiegare in un breve articolo l’evoluzione di un genere – a nostro parere e in contrasto con buona parte della critica contemporanea – complesso, autorevole e degno della stessa considerazione di forme di letteratura considerate più “nobili”.

L’idea è quella di spiegare alcune delle principali differenze tra i vari sottogeneri del giallo, con la speranza di poter aiutare i lettori nelle scelte di lettura, offrendo loro una panoramica chiara, in aggiunta a qualche consiglio di lettura. Con un occhio rivolto ovviamente a Westville, e alla sua collocazione all’interno di questa grande famiglia di sottogeneri letterari.

Il giallo

Iniziamo dalla definizione. Perchè in Italia (e solo in Italia) il poliziesco viene comunemente chiamato “Giallo”? La motivazione è semplice. Nel 1929 la Mondadori ha ideato una collana periodica di romanzi polizieschi, chiamata appunto Il Giallo Mondadori, dal colore scelto per la copertina dei volumi, il giallo appunto. In poco tempo, il termine “giallo” ha sostituito quello di “poliziesco” nella lingua italiana, per indicare un’opera letteraria (o cinematografica) che narra di fatti delittuosi e delle relative indagini ad essi connesse. Il termine è successivamente entrato anche nel gergo giornalistico per definire fatti di cronaca avvolti dal mistero.

La nascita

giallo

Edgar Allan Poe

Nonostante esistano in letteratura molti esempi di storie in cui sono presenti elementi riconducibili al giallo – ad esempio Delitto e Castigo di Dostoevskij – la nascita del genere viene comunemente fatta coincidere con la pubblicazione de I delitti della Rue Morgue. Uno spettacolare racconto, pubblicato nel 1841, nato dalla penna geniale di Edgar Allan Poe. Si tratta del primo di tre racconti in cui compare il personaggio di Auguste Dupin, nobile decaduto, ironico e brillante, che risolve casi molto complessi solamente leggendo le cronache dei delitti sui quotidiani. Un epilogo possibile grazie alle sue enormi capacità deduttive.

Dupin diventa il prototipo di investigatore “classico”, modello per il personaggio ben più celebre di Sherlock Holmes creato da Arthur Conan Doyle. Il primo romanzo in cui compare questo personaggio, Uno studio in rosso del 1887, si contende il primato di primo romanzo giallo con La pietra di luna di Wikie Collins.

L’evoluzione del giallo deduttivo

Conan Doyle ha inaugurato un modello letterario unico almeno fino agli anni ’30 del Novecento. Miss Marple e Poirot di Agatha Christie, Ellery Queen, Philo Vance di S.S. Van Dine, Nero Wolfe di Rex Stout, ricalcano le strade battute per la prima volta da Sherlock Holmes. Benestanti, investigatori non per necessità bensì più per mettere in mostra la proprie capacità intellettuali, questi personaggi appartengono al filone di giallo deduttivo. Risolvono i misteri grazie alle loro capacità intellettive fuori dal comune, che permettono loro di cogliere particolari fondamentali considerati insignificanti da una mente normale.

Poliziesco, Hard-boiled e noir

Tra poliziesco e giallo la differenza è minima, a volte trascurabile. Nel poliziesco, più che nel giallo classico, le indagini costituiscono il perno fondamentale attorno al quale ruota tutta la vicenda. Inoltre, nel poliziesco sono le forze dell’ordine o detective privati i protagonisti che si occupano della soluzione del mistero. E’ proprio in questo contesto che, negli anni ’30, nasce l’hard-boiled, termine che può essere tradotto con “duro” o “sodo”. L’hard boiled è la prima forma di giallo moderno.

giallo

Raymond Chandler (nytimes.com)

Si differenzia dal giallo classico per un aumento considerevole della violenza contenuta nell’intreccio. I protagonisti dei romanzi hard-boiled sono poliziotti o detective privati duri, solitari, rudi, forti bevitori e fumatori accaniti. Corruzione, sesso, droga, violenza, sangue e sparatorie riempiono le pagine dei romanzi hard-boiled, che si caratterizzano come molto più amari, disillusi e radicati nella società – la quale viene sempre di riflesso aspramente criticata – rispetto ai romanzi riconducibili al giallo deduttivo.

Sam Spade di Dashiell Hammett e soprattutto Philip Marlowe di Raymond Chandler sono i capostipiti di un modello di investigatore che risulta ancora attuale ai giorni nostri, fonte di ispirazione per molti autori noir contemporanei. Consigliamo vivamente la lettura de Il lungo addio, sesto romanzo della serie con protagonista Philip Marlowe: un capolavoro assoluto della letteratura, dal fascino intramontabile.

Del resto, riguardo all’influenza di Marlowe nello sviluppo del personaggio di John McCarthy di Westville, abbiamo già parlato in un articolo apparso sul blog alcuni mesi fa.

L’hard-boiled viene comunemente chiamato noir al di fuori degli Stati Uniti. Alcuni critici differenziano i due generi sottolineando la maggior suspense del noir, e una maggiore azione dell’hard boiled, più incentrato sulla figura del detective protagonista. Per comodità si può tranquillamente considerare le due definizioni come sinonimi, anche se consapevoli delle differenze tra i due generi.

I sottogeneri

A partire dal secondo dopo guerra il giallo e il poliziesco si sono scomposti in una miriade di sottogeneri dalle sfumature molto differenti. Ecco un breve un elenco dei principali sottogeneri.

  1. Noir – Assimilabile all’hard-boiled per la profonda critica delle società emanata dalla storia e dall’ambientazione, il noir vede come protagonista spesso non l’investigatore ma una potenziale vittima, o un sospettato. I protagonisti del noir presentano molto spesso una forte connotazione autodistruttiva, conseguenza della disillusione derivata dal rapportarsi con un mondo corrotto e una società marcia
  2. Noir metropolitano – La città o la metropoli diventa parte integrante della storia, fornendo non solo un setting all’interno del quale i personaggi agiscono, ma fungendo da personaggio stesso. Capiscuola del noir metropolitano sono in primis Ed McBain e James Ellroy, cui andrebbe letta per intero la tetralogia di Los Angeles (La dalia nera, Il grande nulla, L.A. Confidential, White Jazz).
  3. Noir mediterrano – Questa scuola, tipica dei paesi mediterranei, unisce l’ambientazione metropolitana con un profondo messaggio sociale. Tra gli scrittori principali di questo filone segnaliamo Jean-Claude Izzo, la cui trilogia di Fabio Montale rappresenta una lettura imprescinbile, seguito da Manuel Vazquez Montalban. Lo scrittore catalano è l’autore della fortunata e lunghissima serie di Pepe Carvalho, investigatore privato di Barcellona, di cui consigliamo la lettura de I mari del Sud e La solitudine del Manager. In Italia questa scuola è molto florida, e vanta moltissimi autori capaci e talentuosi. Carofiglio, Lucarelli e De Cataldo, solo per citarne alcuni.
  4. Neo-Noir – termine di derivazione cinematografica, ma applicabile anche alla letteratura, il neo noir si identifica come un naturale proseguimento dei temi del noir, attualizzati però in chiave moderna e quindi estremizzati. Il confine tra buoni/cattivi e giusto/sbagliato si assottiglia, e un occhio viene rivolto alle nuove tecnologie.

Il thriller

Merita un capitolo a parte il thriller, che ha nello stesso termine (dall’inglese to thrill = rabbrividire, emozionare) la sua caratteristica principale, cioè quella di mantenere un alto tasso di tensione per tutta la durata della storia. Colpi di scena, ritmo incalzante, misteri, ripetuti ostacoli sulla strada del protagonista, falsi indizi e complotti. Questi gli ingredienti principali di una ricetta di facile presa sul pubblico.

giallo

Frederick Forsyth (tg24.sky.it)

Il thriller è un genere che ha avuto una storia molto florida anche nel cinema, e come per il noir, si è scomposto in numerosissimi sottogeneri. Thriller legale (John Grisham), medico (Patricia Cornwell, Kathy Reichs), di spionaggio (John Le Carrè), politico (Frederick Forsyth), religioso/storico (Umberto Eco) tecnologico (Tom Clancy), d’azione (Robert Ludlum). Questi sono solo alcuni dei principali sottogeneri del thriller, un genere in buona salute, capace di sfornare nuovi autori e nuove trame senza mai risultare ripetitivo.

Le scuole europee

Dalla lettura di questo articolo sembrerebbe che il giallo, con tutti i sottogeneri derivati, sia in qualche modo una prerogativa dei paesi anglofoni. In realtà le scuole europee godono di una storia lunga e variegata, al pari di quelle statunitensi e inglesi. Oggi i principali paesi produttori di noir sono Italia, Francia, Spagna e i Paesi Scandinavi, capaci di sfornare negli ulitmi alcuni autori che sono diventati dei fenomeni mondiali inarrestabili. Si veda il caso Jo Nesbo. Approfondiremo le varie scuole in separata sede nelle prossime settimane in articoli dedicati. Per il momento è tutto. Buona lettura!