Dove ambientare un romanzo: il caso di Westville

Dove ambientare un romanzo? Che connotazione dare alla location scelta? Romanzare o rimanere fedeli a un luogo relamente esistente? Descriverlo come esso effettivamente si presenta? O aggiungere un tocco di fantasia e particolari fittizi?

Queste sono solo alcune delle domande che uno scrittore si pone prima di scegliere l’ambientazione nella quale sviluppare un romanzo. Proviamo a rispondere ad alcuni di questi quesiti, prendendo ovviamente come esempio il caso di Westville.

Westville

A quasi un anno dalla pubblicazione di Westville, abbiamo la fortuna di aver parlato con molte persone che hanno letto il romanzo. Amici, conoscenti, sconosciuti incontrati durante le nostre presentazioni, semplici curiosi. Tutte queste persone sono accomunate dal fatto di aver avuto la voglia di immergersi nella lettura del nostro romanzo. Non saremo mai in grado di ringraziarle abbastanza. Il tempo è in fondo il bene più prezioso che abbiamo, e chiunque dedichi parte della propria vita alla lettura di un lavoro in cui credi merita rispetto e un sincero ringraziamento.

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In questi ultimi mesi siamo stati interrogati più volte su diversi aspetti che contraddistinguono Westville. Lo sviluppo della trama. La metodologia di lavoro. I meccanismi di alternanza dei due autori. Ma quella che forse è stata la domanda più ricorrente riguardava la scelta della location. Perchè gli Stati Uniti? Perchè Westville? Come mai non abbiamo scelto l’Italia? Insomma, come si sceglie dove ambientare un romanzo?

Scrivi di quello che sai

Uno dei comandamenti che il buon scrittore, o l’aspirante tale, dovrebbe sempre seguire è quello di scrivere di quello che si conosce. Noi autori di Westville, ovviamente, non lo abbiamo rispettato. In primis bisogna fare una distinzione tra fiction e letteratura di genere. Questa seconda categoria, che comprende fantasy, horror, science fiction, western e appunto il poliziesco – con tutti i suoi sottogeneri – ammette sicuramente più libertà per quanto riguarda la scelte stilistico-tematiche, tra cui c’è anche la scelta della location. Ad ogni modo, sarebbe stato più semplice per noi ambientare il nostro romanzo nella nostra città natale, di cui conosciamo ogni angolo più nascosto. Ma il risultato, probabilmente, non sarebbe stato lo stesso.

romanzo

La Louisiana all’interno degli Stati Uniti

Southern, Louisiana, rock’n’roll

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Rustin Cohle – dalla serie True Detective

Gli Stati Uniti, terra di enormi contraddizioni ma anche di fascino suggestivo e intramontabile, sono da sempre stati per noi una grande fonte di ispirazione. I nostri scrittori preferiti sono perlopiù americani. I nostri musicisti preferiti sono americani, con provenienza dal sud degli Stati Uniti, la terra del blues e del country. I film che hanno scandito la nostra gioventù sono americani. Per non parlare delle serie tv, su tutte la magnifica prima serie di True Detective, che con la sua ambientazione sudista misteriosa e affascinante ha svolto un ruolo di primo piano nella scelta della location di Westville. Letteratura, musica, cinema. Discipline artistiche la cui massima espressione è rappresentata, almeno secondo il nostro gusto, da tutto ciò che proviene dagli Stati Uniti.

Per quanto riguarda la nostra esperienza, alla domanda “dove ambientare un romanzo?” abbiamo risposto con una scelta netta: nel profondo sud degli Stati Uniti, poiché saremmo riusciti a infondere nel lettore un’emozione e un romanticismo superiore, rispetto a location per noi meno sognanti.

Come fare?

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Il fascino e l’attrazione verso questa location ci ha permesso di essere molto più ispirati e liberi di agire

In seguito si è presentato un problema non da poco. Come poter risultare verosimili, senza essere fisicamente mai stati in Louisiana? La soluzione è arrivata di conseguenza. Abbiamo deciso di creare Westville dal nulla, inventarla di sana pianta, per poi inserirla in un contesto geografico ben definito, sviluppandola a nostro uso e consumo. La sua struttura, le sue dimensioni, i suoi abitanti e le sue strade sono state concepite per essere messe al servizio della storia e della narrazione. In questo modo abbiamo aggirato il problema, creando una città fittizia ma che potesse essere verosimile.

Ovviamente non manca una dose massiccia di ricerca e studio, che ci ha portato a rimandare la prima stesura del romanzo di due mesi. Far posto a tutte quelle informazioni all’interno di una trama non era semplice, per cui anche a livello pratico, le tempistiche della stesura stessa si sono dilatate.
La conclusione è abbastanza ovvia: scegliere dove ambientare un romanzo non è impresa da poco. Talvolta può essere motivo di difficoltà, sconforto e dubbi. Ma sono lo studio e la ricerca a rendere il risultato concreto e verosimile.

Buone vacanze a tutti i lettori di Westville

Ormai è giunto agosto. Qualcuno parte, qualcuno rimane in attesa del suo turno per le vacanze estive. Noi, quelli di Westville, non ci fermiamo, ma continuiamo la nostra attività su tutti i fronti.
Westville rimane viva, anche d’estate, tra caldo, afa e umidità, in attesa dei primi accenni di tempeste tropicali.
Intanto qui in redazione stiamo progettando i nuovi appuntamenti per la seconda parte del 2017, e la prima del 2018. Tanti impegni e confidiamo di riuscire a creare le giuste occasioni per incontrarci e parlare di tante questioni interessanti, legati al mondo della letteratura e dell’editoria.

Buone vacanze da Westville

Intanto ci arrivano notizie che qualcuno si è portato Westville in spiaggia, per una lettura sotto l’ombrellone, e a noi non può che far piacere. Ne approfittiamo per salutare Matteo, che si sta godendo un atipico caldo sulle spiagge della Norvegia. Se vi piace l’idea, inviateci la vostra foto in vacanza, con una copia di Westville, per noi sarà un vero piacere pubblicarla, ed avervi nella nostra famiglia!

Progetti per la vacanze

Oltre alla pianificazione degli impegni invernali, continueremo la nostra attività di blogging, diminuendone solo un po’ il ritmo, giusto per avere l’impressione di essere in vacanza.

Se siete già su una spiaggia, davanti al mare, o sulla veranda di uno chalet di montagna non esitate a leggere i primi capitoli di Westville, qui sul Westville News. Di seguito i link per la lettura gratuita.

Prologo 

Capitolo 1 

Capitolo 2

Comunque sia, ovunque voi siate, potete acquistare Westville in versione digitale, dalla maggior parte degli store online, come Amazon, in formato Kindle, e su Mondadori Store, Feltrinelli … insomma, ovunque voi siate, potete raggiungerci in ogni modo.

Ovviamente siamo sempre disponibili a rispondere a domande e chiacchierare insieme. Vi aspettiamo sulla pagina facebook di Westville per qualsiasi cosa inerente il mondo della letteratura e dell’editoria.

Vi salutiamo con questa cartolina. Westville non sarà il posto più tranquillo e sicuro del mondo, ma offre interessanti prospettive vacanziere… parola nostra!

Buone vacanze a tutti!

Buone vacanze ai lettori di Westville

Resoconto di una presentazione informale

Prefazione

Quello che segue è il racconto di una serata particolare: la prima occasione in cui abbiamo parlato di Westville davanti a un pubblico. Un’esperienza entusiasmante, formativa ed eccitante. Ve la riproponiamo, in una forma un po’ particolare, nel brano che segue.

Capitolo 1 – 19.00/22.30
Vittorio Bottini

Era il 30 Marzo, un Giovedì.
Accadde una sera di inizio primavera, e cambiò la percezione del nostro progetto che, con estrema cura, avevamo chiamato Westville.
L’appuntamento era al pub che da molto tempo eravamo soliti chiamare casa. Capitava sovente che le nostre stanche terga si appoggiassero inesorabili sugli sgabelli vicini lo stretto bancone di legno, illuminato appena da una striscia di led colorati e da qualche sporadico faretto.
Teo, uno dei due proprietari, stava fissando il vuoto, pensando a chissà quale dei tanti futuri progetti e impegni che finalmente stavano prendendo forma. Si parlava di ampliare il locale, abbracciare un tipo di clientela più ampia, e chissà cos’altro. Per noi il Cenoundici era comunque limitato a quegli sgabelli di legno scuro, e alle birre variopinte e profumate che venivano scelte con cura dai proprietari. Per noi era perfetto così.

Io arrivai per primo. Ero fisicamente stanco, provato, complice un’influenza che non voleva proprio lasciarmi in pace. Malgrado la mia condizione fisica non ottimale, l’umore era alle stelle. Presi subito una birra dal frigo. Era una serata speciale, e decisi di coccolarmi con le birre che più apprezzavo in assoluto. Scelsi una bitter inglese, una birra che personalmente ritenevo perfetta per quel momento: chiara, leggera, con una nota amara e dissetante.

Mentre aspettavo il mio amico e collega, che avrebbe diviso quel momento con me, sistemai gli ultimi affari lavorativi, organizzando le giornate a venire. Teo uscì per fumare una sigaretta e bere una birra, mentre snocciolavamo argomenti e speranze per il futuro.

In quel momento giunse anche Staiz, visibilmente stanco anch’egli, provato dalle lunghe e inesorabili giornate al museo per il quale lavorava. Tuttavia sul suo volto era dipinto un sorriso giocondo, evidente prova dell’effetto benefico e spensierato che quella serata aveva già cominciato a donargli. Il suo buon umore fu contagioso, e cominciammo immediatamente i preparativi per la serata, ovviamente non prima di una sigaretta celebrativa.

Ormai l’orario dell’aperitivo aveva lasciato posto al momento della cena, e la città si era come fermata. Pochi ritardatari si affrettavano verso casa, e l’aria era calma e placida. Sentivamo la fame, ma la voglia di preparare il nostro piccolo palcoscenico era preponderante. Sistemammo un tavolo e una panca su un lato della pedana in legno, alla nostra sinistra, e adagiammo su di esso il mixer che avevamo chiesto in prestito al musicista, nostro amico, Marco Maggiore. Sistemammo la cassa, e preparammo i microfoni che ci avrebbero permesso di darci un tono un po’ più professionale, in quella che comunque avevamo deciso dovesse essere una presentazione informale.

Posizionammo lo scatolone con le copie di Westville sotto il tavolo, nascosto agli occhi del pubblico che da lì a un paio d’ore al massimo avrebbe preso posto in sala. Lavorammo spalla a spalla per uno scopo comune più grande di noi: fare in modo che Westville potesse essere conosciuto e apprezzato più di quanto lo fossero gli autori stessi.
Mentre regolavo i volumi dei microfoni, Staiz distribuiva diversi mazzetti di segnalibri personalizzati sui tavoli del Centoundici, tra una battuta e un sorso di birra.

Mancava davvero poco, e non avevamo ancora messo niente sotto i denti. Ci sedemmo fuori, su due sgabelli, con una birra appena spillata. Era giunto il momento di fare l’ultimo briefing. Dalla tasca di Staiz scivolò fuori la scaletta della presentazione. Avevamo deciso che sarebbe stata una presentazione informale, e a parte quel breve canovaccio, non avevamo nulla di studiato a tavolino. Con un po’ di emozione ci scambiammo le ultime idee. Giusto in tempo perché i primi partecipanti arrivassero. A quel punto era cominciato il countdown. Decidemmo infine di metter qualcosa sotto i denti. Ci sedemmo insieme a loro, e mangiammo spensierati.

Capitolo 2 – 22.00/00.30
Alberto Staiz

Giovedì 30 marzo.

Era finalmente giunto il momento di presentare per la prima volta Westville, il romanzo che avevo scritto con il mio amico e compagno di sbronze Vittorio Bottini. Avevamo scelto di giocare in casa, organizzando la serata al Centoundici, la nostra unica meta quando si trattava di bere una buona birra e trascorrere una serata tra amici. Un posto dove ci sentiamo sempre a casa. Senza se e senza ma.

Arrivavo stanco da una giornata intensa di lavoro. Mi ritrovai in un attimo in mezzo al traffico della Milano-Laghi, impaziente di arrivare a casa per una doccia veloce, indossare dei vestiti puliti, e caricare in macchina l’attrezzatura necessaria per la serata. Trovai Vittorio già al bar, mentre sorseggiava una birra in compagnia di Teo, il boss del locale. I minuti volarono, tra la sistemazione del piccolo palco per la serata e il montaggio dell’impianto. Il tempo di mangiare un boccone, confrontarsi sui temi da toccare durante la serata, e le prime persone già comparirono sulla soglia del bar.

E in un lampo ci ritrovammo appollaiati su due sgabelli, microfono alla mano, parlando di Westville per la prima volta davanti a un pubblico. Raccontando di come è nato e come si è sviluppato. Delle scelte che abbiamo operato affinché l’intreccio potesse funzionare. Delle settimane di lavoro e ricerche che hanno preceduto quella che è stata, in fondo, la parte più stimolante e affascinante: la stesura.

Gli amici, i conoscenti, e gli sconosciuti che abbiamo avuto di fronte ci hanno ascoltato divertiti, mentre tra battute, citazioni, considerazioni e spunti di riflessione, abbiamo presentato la nostra opera. Senza atteggiamenti da scrittore borioso e intellettualoide, ma con umiltà e sincerità, cercando semplicemente di far capire quanto noi crediamo nel valore di questo romanzo.

E il tempo è volato. Dopo mezz’ora ci siamo ritrovati a salutare tutti gli amici e i conoscenti – alcuni anche inaspettati – e a firmare copie del romanzo, sentendoci per un attimo delle star. Ma solo per un attimo. Subito dopo è arrivata la consapevolezza che tutto questo non è stato altro che il primo piccolo traguardo. E di quanto ci sia ancora da fare.

E da scrivere.

Epilogo

Quanto citato in questo racconto rappresenta il modo in cui noi abbiamo vissuto questa serata. Un insieme di sensazioni, emozioni e speranze, che miscelate nelle dosi corrette, hanno generato quello che per noi è stato il nostro miglior cocktail. Si tratta comunque di un assaggio. Come già scritto, la nostra presentazioni al Centoundici Cafe di Castellanza è stata solo il primo passo verso nuovi traguardi, per raggiungere i quali stiamo continuando a lavorare, giorno dopo giorno. Stiamo promuovendo assiduamente Westville perché è diventato per noi una ricerca a tutti gli effetti. La ricerca di qualcosa che prima, nostro malgrado, era totalmente assente nelle nostre vite.

Stiamo contattando diverse librerie – al momento di Milano e provincia – ma stiamo cercando di allargare la nostra aspettativa. Nel frattempo vi aspettiamo come sempre sulla nostra pagina Facebook, per commenti e aggiornamenti costanti!

P.s. non dimenticatevi di lasciare la vostra valutazione e recensione di Westville, per noi è davvero importante!

Flyer presentazione informale westville iNSTAGRAM

Potete acquistare Westville…

Potete acquistare Westville su tutti i circuiti della carta stampata, da Amazon a Mondadori, da IBS a Webster e Libreria Universitaria, da Feltrinelli a SBC Edizioni.


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Westville Story – Giorno 2 – John McCarthy

Lo sto aspettando, con pazienza. E’ il pomeriggio di una giornata calda e soleggiata di inizio autunno. La via è tranquilla e pacifica. Poche le macchine che transitano. Poche le persone che mi passano di fianco sul marciapiede. Lo vedo arrivare, in lontananza. Si avvicina. Parcheggia davanti a casa. Ha un aspetto ordinato e pulito. Scende dall’auto disinvolto e sorridente. Prende la valigetta dal sedile posteriore, chiude la macchina e s’incammina per il vialetto di casa. Lo seguo a pochi passi di distanza. Tutto sembra ovattato. Apre la porta di casa. Mi intrufolo dietro di lui, seguendolo con passo felpato. Non si accorge di me. Dal salotto, sobrio ma arredato con gusto, una televisione accesa propone il notiziario delle 18. Il volume è azzerato. Dalla cucina le note provenienti da un disco di musica classica riempiono la casa. Lo spio mentre entra in cucina e abbraccia sua moglie, impegnata nella preparazione della cena. Si scambiano alcune parole che non riesco a sentire, come se le loro voci fossero azzerate e le labbra si muovessero senza emetter e alcun suono. Sorridono. Lui esce dalla cucina puntando verso le scale, slacciandosi il nodo della cravatta, senza fare caso alla mia presenza. Butta un occhio alla televisione, leggendo le notizie in sovraimpressione, fischiettando un motivetto allegro e spensierato. Continuo a seguirlo mentre sale le scale. Passa davanti alle camere da letto. Saluta i due figli, un maschio e una femmina, due adolescenti molto belli e sol ari, entrambi nelle rispettive camere a studiare. Lo seguo mentre raggiunge la stanza matrimoniale. Lo vedo far cadere la cravatta sul letto. Si slaccia la camicia e prosegue verso il bagno. Si passa le mani insaponate sul viso. Mi avvicino lento e silenzioso. La sua figura diventa sempre più grossa, riflessa nello specchio di fronte a lui. Si sciacqua il viso con foga. Prende l’asciugamano e vi affonda dentro la faccia, strofinandosi con forza. Sono ormai di fianco a lui, ed entrambi siamo di fronte allo specchio. Sto solo aspettando che mi mostri il suo volto, ancora nascosto dall’asciugamano. Secondi che sembrano interminabili.
Tre.
Due.
Uno.
Vedo il suo volto.
Vedo il mio volto.
Vedo me stesso. Più giovane, più felice. Vedo il me che non sono mai stato. E che mai sarò.
Fisso il suo volto attraverso lo specchio, che riflette solo la sua figura. Sono di fianco a lui ma è come se non ci fossi. Come se fossi trasparente. Fisso il suo volto rilassato. Sorride. I suoi occhi sembrano liqui di. Alcune lacrime iniziano a scendere, sempre più copiose. Le vedo tingersi di rosso. Lacrime rosso sangue che sgorgano, come un fiume in piena che rompe gli argini e inonda la campagna. Due rivoli che aumentano, aumentano, aumentano, fin a quando sento un fischio lanci nante e il sangue inizia a schizzare sullo specchio, sulle pareti, sul pavimento, e la sua testa esplode in mille pezzi, spargendo brandelli di car né per tutto il bagno.

Mi svegliai gridando, fradicio di sudore. Disteso sul divano, nel mio appartamento. La tv accesa. Un imbonitore televisivo stava mettendo in guardia il pubblico contro la corruzione della società moderna: “Solo la fede ci potrà salvare. Solo Gesù Cristo. Solo lui potrà sconfiggere il male, cancro di questo mondo”.
Mi tirai su a fatica, mettendomi seduto. Affondai il volto tra le mani, gomiti ancorati alle ginocchia, aspettando che le funzioni vitali riprendessero il normale regime. Mi alzai in piedi e guardai l’ora sull’orologio a muro. Le 8.24. Molto tardi per i miei standard. Troppo tardi. Malgrado andassi a letto sempre a notte fonda, non dormivo mai molto. E quando succedeva, alcuni incubi ricorrenti venivano a trovarmi, come dei vecchi conoscenti che non ti stanno simpatici, incontrati per caso per strada, che ti salutano sorridenti e ti martellano di domande sulla tua vita. E mentre rispondi fingendo cordialità, ti rendi conto che avresti dovuto tirare dritto e far finta di non riconoscerli.
Mi piaceva svegliarmi presto al mattino. Poche sono le persone in giro per le strade di prima mattina. La città dorme ancora. È difficile andare incontro a qualche grana in quel momento della giornata.
La mattina serve per ricominciare.

La sera per dimenticare.

Afferrai il pacchetto morbido di Lucky Strike senza filtro e ne accesi una.
La prima della giornata è un’abitudine fastidiosa e per niente piacevole, ma indispensabile per percepire il mondo come realmente è, e senza la quale il mondo stesso non avrebbe le stesse dimensioni.
In cucina mi versai una tazza di caffè freddo, avanzo del giorno prima. Lo trangugiai in pochi sorsi, mentre finivo di fumare.
“È tempo di mettersi al lavoro” pensai.
“Sperando che oggi ci sia del lavoro per questo ex sbirro dalla pel-laccia dura” aggiunsi poi, osservando nello specchio del bagno i miei capelli spettinati e una velatura di barba dai toni sale e pepe.
Era un periodo in cui sembrava che le coppie avessero smesso di tra-dirsi, le industrie di spiarsi a vicenda e le persone di scomparire. Avevo ancora un po’ di soldi da parte per stare tranquillo molti mesi ancora. Ma il lavoro scarseggiava. Forse stavo diventando troppo vecchio per questo mestiere. Forse non ero in grado di stare al passo con un mondo che ogni giorno cambiava, mentre io non ne volevo sapere di adattarmi. Avevo troppe cicatrici addosso per poter cambiare veramente. Potevo solo fare finta.
Mezz’ora dopo ero al volante, lavato e sbarbato, diretto verso il mio ufficio. Un bilocale al primo piano di una piccola palazzina in mattoni degli anni ’50. Quando lo vidi per la prima volta, molti anni prima, de cisi subito di prenderlo in affitto. Pensai che fosse perfetto per farne lo studio di un investigatore privato. Forse era perfetto allora. Con il passare del tempo sembrava aver perso il suo fascino, a giudicare dal nu-mero di clienti che passavano di lì. Ormai tutti mi contattavano per telefono o per mail, un mezzo di comunicazione al quale mi dovetti adattare mio malgrado, nonostante internet mi apparisse come un mondo sotto certi aspetti ancora ignoto, pieno di stronzate e di cui non capivo ancora bene il senso. Io preferivo la strada. Preferivo i contatti umani. Parlare con le persone. Così recuperavo le informazioni. Così risolvevo i casi. Così era la mia vita.
Parcheggiai in Vermont Street, di fronte all’ufficio. Non ho mai capito perché a Westville, un’anonima cittadina di centocinquantamila abitanti scarsi della Louisiana, ci fosse una via chiamata Vermont.
Entrai da Pat, tormentato da quel quesito.
Mi salutò con la sua consueta cordialità, la voce leggermente balbuziente. Era un brav’uomo. Aveva una piccola casa, una moglie e due figli. Il suo volto e il suo fisico dimostravano però tutte le settimane trascorse lavorando sei giorni su sette, tredici ore al giorno. Una vita di sacrifici e fatiche.
«Due pacchetti di Lucky e il News»
«Ecco a te, John. Hai visto che bella giornata oggi?»
Annuii, guardando la strada.
«Te lo dirò stasera se questa è una bella giornata oppure no»
Pat sorrise, mostrando quanto i suoi denti avessero bisogno di un trattamento di igiene orale. Gli augurai buona giornata puntando verso l’ufficio, dall’altro lato della strada.
Poi mi fermai, sulla soglia del negozio, e mi voltai verso Pat.
«Secondo te perché si chiama Vermont Street?»
Pat strabuzzò gli occhi e mi chiese di riformulare la domanda.
«Perché l’hanno chiamata Vermont Street?»
«A me lo chiedi?» sorrise. «Anche a San Francisco c’è una Vermont Street, ma non credo che importi a nessuno».
Feci una smorfia pensierosa.
«Forse hai ragione tu, Pat»
Attraversai la strada e arrivai alla porta d’ingresso dello stabile. Tredici gradini per arrivare a un pianerottolo, fino a un’anticamera nella quale quattro sedie in finta pelle guardavano la porta d’ingresso dell’ufficio, sopra la quale il mio nome ormai scolorito campeggiava da diversi anni.

John McCarthy – Detective privato.

Prima di entrare nell’edificio deviai leggermente a destra e imboccai la porta di fianco. Era l’ingresso del bar di Mike, situato proprio sotto il mio ufficio, dove facevo colazione tutti i giorni in cui mi alzavo tardi.
Mike era indaffarato. Numerosi clienti affollavano il bancone. Vermont Street è una strada lontana dalla zona centrale della città, ma di grande passaggio. Il locale era chiassoso e in quel preciso momento si stava tenendo un fastidioso concerto di tazze, cucchiaini e piattini che sgomitavano dentro i cestelli della lavastoviglie. Non certo la musica più adatta per un risveglio post sbronza condito da incubi ricorrenti.
Ordinai uova e caffè. Sorseggiando quella brodaglia insapore ma indispensabile diedi un’occhiata alle prime pagine del News. Omicidi, sparatorie, droga, processi, sequestri. Le solite cose. Ordinaria amministrazione. Westville non era una città particolarmente violenta. Lo era come tutte le altre. Era un microcosmo che, nel suo piccolo, rifletteva perfettamente gli interi Stati Uniti. Né più né meno.
Dopo la colazione percorsi le scale che portavano all’ufficio con rinnovata energia. Arrivato al primo piano girai a destra verso la sala d’a-spetto. Là vidi qualcosa che non mi aspettavo. Qualcosa che somigliava tanto a una visione. Un paio di gambe accavallate, in attesa da vanti alla porta del mio ufficio. Un paio di gambe che stavano aspettando me. Un paio di gambe per il quale molti avrebbero lottato. Alcuni forse sarebbero arrivati a uccidere per quel paio di gambe. Avvicinandomi alzai progressivamente lo sguardo. Un elegante tailleur di colore blu chiaro fasciava perfettamente un corpo di donna snello e atletico. La gonna esprimeva eleganza e castità, nonostante fosse vertiginosamente corta. Dopo aver posato gli occhi per un istante su di un seno perfettamente proporzionato al resto del corpo e su delle spalle abituate all’utilizzo de-gli attrezzi della palestra, arrivai con lo sguardo al volto proprietario di quel corpo invidiabilmente ben fatto. Occhi di ghiaccio, azzurro scuro, in perfetta sintonia con il vestito. Un taglio di capelli che rappresentava alla perfezione l’età della donna, ad una prima occhiata vicina ai trenta-cinque anni.
I nostri sguardi si incrociarono. La donna rimase in silenzio per di-versi secondi, seguendo con lo sguardo il mio arrivo. Come se mi stesse studiando. Come se volesse capire se io fossi veramente la persona giusta per la sua necessità, qualunque essa fosse.
«Mi chiamo Laura Miller. Lei è John McCarthy?» mi domandò, dopo essersi alzata in piedi una volta giunto di fronte a lei.
«Sono io. Prego, si accomodi» risposi, invitandola ad entrare nell’ufficio, dopo aver aperto la porta.
«È tanto che aspetta? Oggi sono un po’ in ritardo. Alcuni contrattempi… Si accomodi pure»

Doverose frasi di circostanza di fronte a un nuovo cliente.

La seguii con lo sguardo, mentre appoggiavo la giacca sull’appendiabiti, il cellulare sulla scrivania, e facevo ordine riponendo alcune scartoffie nei cassetti. Sembrò non aver udito la mia domanda. Si guardò in torno, come se stesse facendo una valutazione dell’ambiente che la circondava. Il mio ufficio era semplice, con un arredamento datato e non propria-mente alla moda, ma funzionale alle mie esigenze. Una stanza luminosa con un’ampia finestra che dava sulla strada, una sedia comoda e una scrivania spaziosa. Su di essa campeggiavano un telefono fisso, un personal computer impolverato che serviva più a darmi un tono che per una vera necessità professionale. Su di un lato, la parete altri menti spoglia era riempita da una piccola libreria, fornita di alcuni vo lumi potenzialmente utili per le mie indagini. E due sedie di fronte alla scrivania, dove facevo accomodare i clienti. E per finire, un divano, che aveva accolto il mio corpo assonnato in numerose occasioni, era posizionato in prossimità di una porta a soffietto che divideva l’ufficio da una piccola cucina, dalla quale si accedeva al bagno.
«Prego si accomodi, Signora Miller…» la sollecitai con educazione, nonostante fossi infastidito dall’atteggiamento di studio della donna.
Questa volta sembrò aver udito le mie parole, anche se, dirigendosi verso una delle due sedie, proseguì nella sua silenziosa scansione della stanza.
«In cosa posso esserle utile?»
Un viso determinato, che incuteva timore, e degli occhi che potevano ridurre un uomo in schiavitù con un solo sguardo.
«Signor McCarthy…»
«…mi chiami pure John» precisai con un sorriso distensivo.
«…Signor McCarthy, verrò subito al punto. Non amo troppo i giri di parole. Immagino che lei abbia sentito dell’omicidio di Michael Monroe…»
La mia memoria fotografica mi offrì alcune diapositive dei principali titoli del News di quel giorno. Tra di essi c’era la notizia di quell’omicidio.
«Ho letto la notizia sui giornali, questa mattina»
La Miller mi ghiacciò con il suo sguardo, mal disposto verso qualsiasi emozione.
«Voglio che indaghi sull’omicidio. Voglio sapere chi lo ha ucciso e per ché.»
Trattenni il respiro per alcuni secondi. Un caso di omicidio. Non me ne capitavano da diverso tempo. Da molto tempo. In pratica da quan do avevo lasciato la polizia.
Scrutai lo sguardo della donna, che attendeva una mia risposta.
«Signora Miller, immagino che lei abbia visionato il mio profilo profess ionale. Di solito mi occupo di persone scomparse, mogli e ma-riti gel osi che vogliono scoprire con chi vengono traditi. Alle volte mi capi tano casi di spionaggio industriale. Non mi occupo di omicidi. Gli omicidi non sono il mio campo. Sono quello che molti chiamerebbero “annusapatte” o “annusapassere”. Dipende un po’ dai punti di vista…» Mi alzai dalla sedia e diedi le spalle alla donna per dare un’oc chiata a una Vermont Street ingolfata dal traffico di metà matti na.
«Ha prestato servizio in polizia per molti anni. Nella Omicidi. Non credo che abbia perso l’allenamento…»
Mi voltai di scatto. Un sorriso beffardo le dipingeva il volto.
Si era informata bene sulla mia vita privata. Mi domandai se avesse scoperto il motivo per il quale non ero più nella polizia. Cosa sapeva della mia famiglia? Del mio passato? Ero bravo a indagare sulla vita delle persone. Per questo ero altrettanto bravo a tenere ben nascosta la mia di vita.
«Sui casi di omicidio di solito c’è la polizia che indaga. Perché non si rivolge a loro…»
«È sempre così spiritoso lei?»
«Solo quando dormo male la notte» risposi riaccomodandomi sulla se dia.
«Posso sapere chi è lei? E per chi lavora?» la incalzai, dopo aver messo da parte l’ironia.
«Il mio nome gliel’ho già detto. Per chi lavoro non ha importanza. L’importante è che lei accetti l’incarico. Sappiamo come lavora. Alcuni dicono che lei stia diventando troppo vecchio, ma noi guardiamo ai risultati. E quelli fino ad ora sono sempre stati dalla sua parte»
«Vorrei proprio che lei mi presentasse questi simpaticoni che dicono che sono troppo vecchio…»
«Inoltre» proseguì la Miller, chiaramente intenzionata a continuare la sua opera di convincimento senza perdersi in chiacchiere, «l’anonima to dei miei datori di lavoro verrà ampiamente compensato dall’offerta che ho intenzione di farle…»
Fece una pausa.
Rimasi in silenzio, in attesa.
«Ho qui con me un assegno da cinquemila dollari. Se lei accetta il caso sono subito suoi. Altri tremila dollari in contanti per eventuali spese. A questi si sommerebbero dodicimila dollari al termine delle indagini. Ovviamente solo nel caso in cui lei presentasse risultati di un certo rilievo…»
Trattenni a stento un fischio. Ventimila dollari.
Era evidente che quell’incarico puzzasse. Il fatto che non volesse dirmi per chi lavorava era una prova evidente che ci fosse qualcosa di grosso sotto. Ma i soldi in ballo erano tanti. E io ne avevo bisogno.
«Per quanto riguarda le spese?» le chiesi, prendendo tempo.
«Tutte le spese provabili oltre la soglia dei tremila le verranno comunque rimborsate, indipendentemente dai risultati ottenuti»
Ci furono alcuni secondi di silenzio. Laura Miller sorrideva, aspettando una mia risposta. Una risposta che lei probabilmente conosceva già. Mi alzai e mi voltai nuovamente verso Vermont Street.
«In che modo posso mettermi in contatto con lei?»
«Mi chiami a questo numero» rispose prontamente, estraendo dalla tasca una busta con i tremila in contanti, l’assegno dei cinquemila, il tutto accompagnato da un biglietto privo di qualsiasi scritta, ad eccezione di un numero di telefono scritto a penna.
«Non esiti a chiamarmi ogniqualvolta viene a conoscenza di qualcosa di importante. A qualsiasi ora»
Annuii, sempre più perplesso per quell’incarico che appariva come la classica punta di un iceberg fatto di merda e fango.
Laura Miller si alzò di scatto, mostrando tutto il suo atletismo e mi strinse la mano.
«McCarthy, la ringrazio di aver accettato l’incarico»
«Avrà mie notizie a breve»
«Non ne dubito»
Sfoderò un sorriso seduttore, anche se era chiaro che non fosse quella la sua intenzione. Era semplicemente la sua miglior arma per qualsiasi necessità. Mi diede le spalle e si avviò verso la porta. La aprì e uscì, la-sciando che si chiudesse lentamente alle sue spalle. Ascoltai il rumore dei suoi tacchi mentre scendeva le scale. Poi mi voltai a guardare la strada. Sbirciai il marciapiede e la vidi accomodarsi su un taxi e allontanarsi.
Accesi una Lucky e rimasi in piedi a riflettere per diversi minuti, osservando il traffico in strada.
Il fatto che un cliente avesse indagato sulla mia vita privata non mi piaceva per niente. Scavare nel passato delle persone non porta mai a risultati simpatici. Inoltre, il fatto che Laura Miller non avesse voluto dirmi per chi lavorava implicava che ci fosse qualcuno di potente dietro. Qualcuno che non si era fatto scrupolo di indagare sulla mia vita privata prima di propormi un incarico.
Ma i soldi in ballo erano tanti. E ne avevo bisogno. In fondo poi, inda gare era il mio mestiere.
Spensi la sigaretta nel grosso posacenere sulla scrivania e afferrai la cornetta del telefono.
«Pronto Victor. Tutto bene, sì. Sei libero verso l’ora di pranzo? Ti devo chiedere alcune cose…»


Potete acquistare Westville…

Potete acquistare Westville su tutti i circuiti della carta stampata, da Amazon a Mondadori, da IBS a Webster e Libreria Universitaria, da Feltrinelli a SBC Edizioni.


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Westville Story – Giorno 1 – Ronnie Prima

Il fumo di una sigaretta.

Il sibilo di un proiettile.

Le urla del vicinato.

Intorno a me tutto andava in frantumi. Le schegge di vetro volavano co me trapezisti al circo, infrangendosi contro il muro, contro il mobilio, contro di noi. Una sinfonia di morte riecheggiava come un’opera rock, ed io non riuscivo a far altro che guardare nei suoi occhi.
Il suo collo esplose come un geyser, e il suo sangue caldo si appiccò al mio volto. Una goccia scese lungo la fronte, ma non capivo se fosse sangue o sudore. Osservai i suoi occhi rigirarsi all’indietro e ascoltai con attenzione il suo ultimo respiro, a cui non volle staccarsi, come fosse l’unica cosa che contasse nella sua vita. Riguardavo quella scena per la centesima, forse millesima volta. La polizia urlava, io correvo, ed ogni volta che entravo in una catapecchia per nascondermi dovevo assistere nuovamente alla medesima scena.

«Basta!»

Mi svegliai nel mio letto, quello che da cinque anni ospitava i miei peggiori incubi. Finalmente riuscii ad asciugarmi quella maledetta goccia di sudore dalla fronte. Ogni ansimo mi squarciava il petto. Speravo fosse l’ultimo, ma l’ultimo non sembrava mai abbastanza.
Un ultimo per ritornare alla realtà.
Presi un’American Spirit dal pacchetto mezzo rotto. Con la mano allungata nel buio afferrai l’accendino e mi issai comodo. Appoggiai la schiena ancora umida al freddo muro intonacato di bianco, e un brivido mi percorse la schiena. Chiusi gli occhi.
Accesi la sigaretta e rimasi a fissare quel pallino rosso incandescente.
Presi della paroxetina dal cassetto, giusto un paio di pastiglie che ingoiai senz’acqua, e tornai ai miei incubi.
Avevo provato a eliminare quel dannato raggio di sole che filtrava dalla finestra, ma tutte le mattine veniva a darmi il buongiorno.
Il trauma della luce, il trauma della nascita.
Mi alzai, e rimasi seduto con la faccia nei palmi per un po’, poi mi accorsi di dover pisciare. Con in una mano l’uccello e l’altra aperta sul muro pensai di fare colazione al Larry Bucket’s Cafè, con una di quel-le tanto deliziose quanto industriali ciambelle al cioccolato e nocciole, accompagnate da un bel clistere da mezzo litro di caffè nero come la notte. Ci sarei andato di corsa, come tutte le mattine, prima di mettermi a spulciare la mail del lavoro, tra le solite imbarazzanti richieste: mariti adulteri, spionaggio industriale da quattro soldi e l’immancabile micetto scomparso.
Uscii dalla porta e salii le scale per raggiungere il marciapiede, poi infilai le cuffie ed impostai la riproduzione casuale. Sulle note di Free Bird dei Lynyrd Skynyrd lasciai il mio quartiere. Passai accanto al parco di Greenwater, poi giù per la zona residenziale di Saint John Baptist. Girai per la statale sessantuno, poi imboccai la quarantaquattro fino alla piazza antecedente il Mississippi e mi fermai alla fontana prima del Larry’s. Mi rinfrescai, passandomi le mani bagnate tra i capelli e sulla barba ispida. Più tardi avrei pensato a radermi. Guardai le mie braccia, un collage di tatuaggi che raccontavano i miei trentadue anni di stenti. Una storia cominciata nei bassifondi di New Orleans, giunta fino alla normalissima Westville. Un viaggio fatto di vizi, ossessioni, paranoie; affrontato con l’unico compagno di viaggi che mi era rimasto fedele: il mio sesto senso, una calamita per il marciume urbano.
Quello era il lavoro per cui ero nato.
Centoquartantaduemilaquattrocentonovantadue anime, tutte consapevoli che in quella città si nascondeva il peggio. Non erano necessari studi di criminologia per vederlo, né lezioni di scienze politiche per capirne il motivo. Westville era parte del mondo, e come il resto del mondo era incasinata. Trasferirmi da New Orleans a Westville non ave-va cambiato di molto le cose. Tiravo a campare, cercando di starmene il più possibile lontano dai guai.
«La sua torta, vuole del caffè?» disse la cameriera. Poi sorrise. Annuii e ringraziai senza guardarla, come a voler evitare altri convenevoli di circostanza.
Mi accorsi di quanto fosse stato crudele il tempo. Gli anni del col-lege erano volati, e con loro i sorrisi, le feste, le ragazze. Non che non esistessero più ragazze, ma i loro sorrisi avevano perso di efficacia, si spegnevano sotto i duri colpi della vita. Ragazze vivaci, che al college collezionavano baci dietro al campo sportivo, si trovavano ora a doversi infilare sotto le scrivanie per ottenere un lavoro decente. Oppure le in-contravi al supermercato con una fede al dito, un bambino in grembo e un occhio nero sotto il trucco.
Il marcio della mediocrità moderna.
La torta e il caffè mi bastarono per scrollare definitivamente il torpore di una notte sudata.
Corsi fino a casa e, dopo una lunga doccia, mi preparai ad affrontare quella che speravo sarebbe stata una proficua giornata lavorativa.
Aprii la casella mail.

[email protected]
Richiesta preventivo spionaggio industriale

[email protected]
Richiesta ingaggio, lavoro discreto

Di solito ero più propenso ad accettare le richieste di spionaggio indu-striale, la tariffa oraria era più alta, e potevo sbizzarrirmi maggiormente con cimici e scansioni tecnologiche, tuttavia non potevo nascondere un certo interesse per quel nome: Laura Miller.

Suonava libidinoso.
Aprii la mail divertito, aspettandomi una disperata moglie gelosa.

Oggetto: Richiesta ingaggio, lavoro discreto
Da: [email protected]
A: [email protected]

Buongiorno Sig. Prima,

le scrivo in merito all’omicidio del giornalista Michael Monroe, sono sicura che ha seguito le vicende. Vorrei ingaggiarla per far luce su alcuni dettagli.
Certa di un suo gentile riscontro, porgo cordiali saluti.

Laura Miller

Doccia ghiacciata.
Forse sarebbe stato meglio lo spionaggio industriale.
Mi buttai all’indietro e sprofondai nello schienale della sedia da ufficio. Afferrai una Spirit, me la cacciai tra le labbra e l’accesi, ma sentivo più il bisogno di un sedativo per cavalli.
Laura Miller. Chiunque fosse non voleva farsi rintracciare o comunque sapeva che sarei stato in grado di farlo. Probabilmente aveva offuscato il Whois, il protocollo che mi avrebbe permesso di scoprire pressappoco tutto di lei. I miei pensieri correvano. Si scontravano. Forse mi creavo più problemi di quanti avrei dovuto farmene. Forse bastava rifiutare.
Avevo lasciato la polizia e la mia città, con l’intento di tenermi a di-stanza da storie di omicidi, assassini e puttane. In pochi secondi ero ri-piombato dentro un incubo da cui mi ero ripromesso di stare alla larga. La claustrofobia e quel senso di oppressione che mi accompagnavano da qualche anno tornarono a farmi visita.
Cercai della paroxetina, ma scoprii con amara sorpresa di averla finita durante la notte.
Conobbi Singer in un jazz club in centro. Un afroamericano dalla voce calda e roca, che nel tempo libero cantava blues tormentati nelle bettole delle vie centrali di Westville. Ero appena arrivato dalla grande città e i miei vizi segnavano ancora le mie narici. In una pausa Singer capitò al bancone affianco a me, chiedendo una birra. Mi guardò, mi studiò e riconobbe sul mio volto una richiesta d’aiuto. Da quel giorno non toccai più un granello di polvere. Singer mi procurò della paroxetina, che rubava dalle dispense ben fornite dal Saint Raphael Hospital, dove lavorava come inserviente part-time. Arrotondava lo stipendio trafugando farmaci non specifici e da banco. Tutto sommato Singer aiutava le persone con dei problemi. Era il Robin Hood della sanità mentale: costava meno di una farmacia e non chiedeva la ricetta. Grazie a lui mi ero ripulito, avevo dato l’esame ed ero riuscito a prendere la licenza da investigatore privato.
Scrissi un messaggio a Singer. Gli diedi appuntamento per cena, fuori dalla tavola calda di fronte all’ospedale. Poi risposi telegraficamente a Laura Miller, rifiutando l’incarico. Mi tolsi quel pesante macigno dallo stomaco, ignaro che da lì a pochi minuti sarebbe arrivata la sua risposta, improvvisa come un temporale estivo.

Oggetto: Re: Re: Richiesta ingaggio, lavoro discreto
Da: [email protected]
A: [email protected]

Sig. Prima,

sono felice di riscontrare in Lei una modestia invidiabile, tuttavia il suo curriculum è abbastanza ricco da incentivarmi a insistere. Mi per doni l’arroganza, ma purtroppo ho un lasso di tempo limitato per poter risol-vere questo mi stero che mi lascia del tutto perplessa. A tal proposito avrei disposto un bonifico a suo credito di cinquemila dollari come ingaggio, ed al tri tremila per eventuali spese, ai quali si sommerebbero dodicimila dollari al termine delle indagini, alla presentazione di risultati accetta bili. Ovviamente tutte le spese dimostrabili oltre la soglia dei tremila Le ver-ranno rimborsa te, indipendentemente dalla riuscita del lavoro.
Le chiedo gentilmente di riprendere in considerazione la mia offerta. Nel caso contrario la prego di accettare l’anticipo come risarcimento, per il tempo rubatole.
Confido nella sua lucidità.

Saluti.
Laura Miller

Diciassettemila dollari puliti, con un rimborso da capogiro, per un’indagine di omicidio.
Prima di riflettere lucidamente a questa faccenda avevo bisogno di in-contrare Singer. Avevo bisogno di un consiglio, di un ginger ale fresco e di un flacone nuovo di Paroxetina.
Singer mi stava attendendo appoggiato al bancone. Ci abbracciammo, poi scherzando mi disse «sempre in anticipo eh!»
Ci sedemmo e la cameriera venne a prendere l’ordinazione. La targhetta sulla camicetta annunciava “Dora”. Finito il suo lavoro si congedò con un sorriso, e noi seguimmo con lo sguardo quelle meravigliose gambe tatuate, dritte, senza imperfezioni, che sparirono dietro il banco. Alzando lo sguardo sopra il bancone notai la sua pelle bianca del collo unirsi con i boccoli rossi dei suoi capelli.
«Un’altra bella ragazza che cadrà, sotto il peso dell’emancipazione che l’essere umano ha preteso nei confronti di questo pianeta…» affermai con placido ma sconfortante pessimismo
«Senti, io apprezzo questo tuo essere tutto strambo, ma cristo, due belle gambe sono due belle gambe… volevo chiederle di uscire, ma ora ho solo voglia di suicidarmi!» protestò Singer.
«A proposito di ragazze, le mie ce le hai?» gli chiesi subito.
«Certo che le ho!» allungando una mano sotto il tavolo mi spinse sulla gamba un flacone. Io lo afferrai e lo infilai in tasca.
«Allora, come stai?» mi chiese Singer.
«Incubi per lo più, ma anche tanta paranoia»
Lui si strinse nelle spalle larghe, e alzò gli occhi al cielo, poi mi guardò. «Ronnie devi uscire di casa.»
«Io esco!»
«No davvero, con la testa! Devi smetterla di rintanarti in te, devi provare a fidarti delle persone, devi uscire da quel quartiere di New Orleans. Ora sei a Westville, bello, qui la gente si parla, va insieme agli incontri, qualche volta si beve una birra in compagnia. Lo so bene che non è facile, che la merda piove anche qui, ma renditi conto di una cosa: il tuo unico amico è il tuo spacciatore!»
Rimase fermo a fissarmi, ad aspettare probabilmente una mia risposta, o una mia reazione.
«So che hai ragione, e forse sto anche cominciando a capirlo. A tal proposito, in qualità di migliore ed unico amico, avrei bisogno di uno dei tuoi consigli.»
Nel frattempo giunse Dora con i nostri tortini di patate, il mio ginger ale e la birra per Singer.
La ragazza sorrise guardando i miei tatuaggi e mi chiese cosa significassero.
«Che da giovane ero un cretino» la liquidai bruscamente. Ovviamente se ne andò risentita. Quel risentimento che solo una giovane donna poteva provare, davanti ad un rifiuto categorico delle sue attenzioni.
«Sei un cretino tutt’ora.» mi ammonì Singer.
«Lo so… No davvero ascolta» lo incalzai «mi ha scritto una sconosciuta, che ha del lavoro per me, e che me lo pagherà profumatamente. Questa sa delle cose sul mio passato, sul mio curriculum o così afferma. Praticamente è un fantasma, non sono riuscito nemmeno a rintracciarla.»
«Ti minaccia?»
«No! Anzi! Mi dice che mi ha già fatto un bonifico, e che se il lavoro non lo voglio mi posso tenere l’anticipo, e alla fine mi salda il tutto. Ah! Non dimentichiamo un rimborso spese da capogiro!»
«Mh, amico, ‘sta roba mi puzza!» mi avvertì Singer.
«Anche a me!»
Fuori il sole iniziava a calare e le luci delle case e dei negozi ad accendersi. Il nostro tavolo era alla vetrina, e il vetro rifletteva l’insegna al neon: “Aperto”. Guardavo fuori, convinto che da qualche parte dietro al rosso fuoco del sole della Louisiana, tra le facce esauste e gli insetti, una Laura Miller mi stesse osservando.
«Ok, ma il lavoro quale sarebbe?» domandò Singer.
«Omicidio… devo indagare su un omicidio.»
Singer scosse la testa e sorrise, mostrando la fessura pronunciata tra i suoi incisivi superiori.
«È una puttanata amico!» mi scherzò.
«Lo penso anche io.» e gli diedi ragione «però sono tanti soldi!»
«Amico, cosa ci fai con i soldi? Tutta la gente con cui sono cresciuto voleva fare soldi, tranne me. Ora loro sono morti, mentre io sono vivo. Qualcosa vorrà pur dire, non credi?»
Gli feci cenno di abbassare la voce, o avremmo spaventato tutto il lo-cale.
«Mi servono per tornare a New Orleans, e portare via una persona che non vedo da tanti anni.»
Singer mi guardò, poi fissò il tortino di patate. Mi ricordai di non aver ancora mangiato dalla mattina, così lo afferrai e me lo portai voracemente alla bocca. Mangiammo in silenzio.
Finito il fugace pasto feci un lungo sorso di ginger ale e mi accesi una sigaretta. Porsi il pacchetto verso Singer per gentilezza, ma sapevo che non fumava. Fece solo un cenno del capo.
«Senti Ronnie, io non so cosa, o chi, tu abbia lasciato in quel posto, ma se questi soldi davvero ti servono… insomma, se provare a raggiungere questo tuo obiettivo potrebbe riportarti nel mondo dei vivi… rischia!»
Ascoltai le parole di Singer fissando la sigaretta bruciare sopra il posacenere, e perdere pezzi lentamente. Mi venne da sorridere, ma i dubbi tormentavano ancora i miei pensieri.
Pagai il conto anche per Singer, e lasciai qualche banconota accartocciata a Dora, sperando si dimenticasse della mia maleducazione.
Uscimmo dal locale.
L’imbrunire stava lasciando posto alla notte, e il cielo si faceva sempre più blu intenso. Il tappeto di puntini luminosi andava in contrasto con le sfumature rosa aggrappate alle nuvole, che di lì a poco si sarebbero spente. Camminammo per la piazza davanti l’ospedale, fino alla sua macchina.
«Oh, Ronnie! Mi raccomando, stai in guardia e tienimi aggiornato, per qualsiasi problema… E torna da quello splendore lì dentro. Chiedile scusa e invitala a bere una birra»
«Io non bevo…»
«Sempre scuse» disse ridendo, con una mano alzata in cenno di saluto. Saltò in macchina e scomparve tra le vie di Westville.
Era una bella serata: calda, umida e tranquilla. La gente camminava per il centro pacifica e serena.
Senza accorgermene passeggiai così tanto che la notte aveva ormai inghiottito la città e la temperatura stuzzicava i miei sensi. Pensai a tutto quello che avevo lasciato a New Orleans e a tutto quello che avrei voluto fare nella mia vita. Forse ero su di giri, forse davvero stavo guarendo, forse potevo trovare la forza di concludere qualcosa nella mia vita.
Forse.
Infilai una mano nella tasca destra e tirai fuori il pacchetto di sigarette vuoto. Brutto vizio quello di non mettere cestini dell’immondizia in giro. Va a finire che ti riempi le tasche di cartacce. Fortunatamente a pochi passi da me c’era una piccola drogheria. Erano tanti anni che non mi sentivo così, inebriato dalla notte, quasi sereno, con della ritrovata voglia di miglioramento. Avevo voglia di assaporare del tabacco Perique. Entrai nel negozietto e andai verso la cassa, ignorando qualsiasi altro genere di conforto.
Il destino mi regalò una seconda possibilità: alla cassa incontrai la cameriera del diner, intenta nell’acquisto di caramelle e sigarette.
«Scusa per prima alla tavola calda, non era mia intenzione essere male-ducato. Piacere mi chiamo Ronnie. Ti chiami Dora, giusto?»
Lei annuì e mi porse la mano: «Piacere mio»
La sua mano era piccola, fredda ma sudata, come quando uno ha l’influenza. Le unghie erano spezzate, o mangiate, e lo smalto nero era vecchio di giorni. Anche lo smalto dei suoi denti era rovinato. Quello che fino a poco prima sembrava un essere perfetto ora mostrava tutti i lati dell’imperfezione umana.
«Hai bisogno che ti accompagni a casa?» le chiesi per essere cortese, ma lei sorrise e fece cenno di no con la testa. Si avviò all’uscita, ma dopo solo due passi si girò e mi squadrò con astio.
«Il numero di telefono non te lo lascio, tanto sai dove lavoro». Si girò e sparì nella notte, con la sicurezza di aver pareggiato i conti con la mia maleducazione.
Quella ragazza mi turbava molto. Ero attratto da lei, ma allo stesso tempo provavo una strana repulsione. Probabilmente ero più affasci nato che attratto.
Pagai le mie sigarette, due pacchetti, e mi affrettai. La fretta di chi perde il treno.
Intravidi Dora girare l’isolato dopo il negozio, mi accostai al muro e arrivai all’angolo. Mi sporsi leggermente con la testa, oltre il palazzo. Passi piccoli, quasi a voler nascondere una mancanza di equilibrio, tuttavia svelti, frettolosi, affannati. Proseguì per altri due isolati con la stessa andatura. Continuai a seguirla, chiedendomi tuttavia perché lo stessi facendo. Eravamo ormai vicini a Greenwater, dove la notte potevi fare una cosa soltanto. Compare droga.
Ero consapevole di non essere il migliore degli uomini, ma avevo una certezza in cuor mio: ero un bravo sbirro. Mentalmente tornai ai tempi dell’accademia. Ripassai tutti i tipi di droghe, naturali o sintetiche, che avevo studiato sui manuali e sulla mia pelle, concentrandomi principalmente sugli effetti. Le sue piccole mani fredde e sudate, lo smalto dei denti rovinato, le pupille molto dilatate. Tuttavia i suoi riflessi erano buoni, non sembrava affatto rallentata, e la dipendenza non si manifestava ancora in situazioni ordinarie. Non potevo averne la completa certezza, ma mi convinsi che Dora fosse ad uno stadio primario di tossicodipendenza da eroina. Probabilmente fumata, data l’assenza di buchi sulle braccia o bruciature sulle narici.
Tutti stavano cadendo sotto il peso delle nostre città, dove i mattoni venivano tenuti insieme dalla droga, dalla violenza e dall’usuale menefreghismo, i cui collanti erano la rabbia e la paura. Erano le strade che veicolavano il bisogno di denigrare gli altri, di trattarli da reietti, da diversi. Quelle vittime avrebbero fatto stare meglio la grande fetta di popolazione che, indisturbata, portava il figlio a scuola, andava con gli amici al bar, si comprava la macchina familiare e andava a votare.
La storia del mondo si erge sul bisogno di essere migliori degli altri e mai migliori di se stessi. L’automiglioramento non è mai un’opzione, fin-ché si ha il metro di misura giusto.
La piccola e tossica Dora era l’esempio su scala millesimale, di come il mondo ti usa. La gente come Dora era la droga che questo governo spacciava al suo popolo. Li lasciava lì, per le nostre strade, in vetrina a ricordare a tutti gli altri quanto erano migliori, per nascondere invece quanto il loro odio, la loro paura, ma soprattutto il loro menefreghismo alimentasse il grosso ingranaggio.
Noi della narcotici avremmo dovuto aiutare questa gente, non arre-starla. Per quale motivo avevo rischiato la vita tutti i santi giorni? Potevamo anche eliminare tutta la droga del mondo, ma non avremmo mai eliminato i veri spacciatori. Chi diffondeva il movente. L’odio, la paura, la povertà, la mancanza di istruzione, il clima di terrore, la crisi economica e il lavoro precario erano le basi sui cui si ergeva il nostro lavoro. Se qualcuno avesse eliminato quei presupposti, il nostro lavoro sarebbe diminuito drasticamente.
Sospirando aprii il pacchetto di sigarette. Me ne accesi una e camminai verso casa. Non pensai più a nulla. I miei dubbi erano volati via. Avevo in testa solo una tabula rasa. Quando arrivai a casa sentii il peso della se-rata e le gambe cedettero, facendomi tonfare sulla sedia, davanti alla mia scrivania.
Mi ricordai che dovevo ancora rispondere a Laura Miller, così lasciai che fossero le mie sensazioni a guidarmi.

Oggetto: Re: Re: Richiesta ingaggio, lavoro discreto
Da: [email protected]
A: [email protected]

Allegati: modulo di ingaggio – contratto; modulo assicurativo 2/b

Gentile Laura Miller,

ho temporeggiato molto e me ne scuso. Ho avuto modo di riflettere parecchio e prendere in considerazione alcuni aspetti del caso da lei pro-postomi che non mi convincevano affatto. Tuttavia in allegato troverà due moduli: il primo è il contratto di ingaggio da compilare e firmare, il secondo un modulo assicurativo che rende a tutti gli effetti lei responsabile della mia attrezzatura e di un eventuale risarcimento. Tutto è chiaramente spiegato negli stessi. Le chiedo gentilmente di inviarmi una copia di un suo documento d’identità, va bene anche la patente di guida.
Una volta ricevuti gli allegati potrò cominciare le indagini.
Sono sicuro che saprà darmi una dettagliata spiegazione su chi era lei per la vittima e il motivo delle indagini, per poter così iniziare da una pista sicura.

In fede.

Ronald Philip Prima


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