C’era una volta a Hollywood: il Tarantino pensiero

Ogni buon appassionato di cinema o letteratura deve essere sempre al passo con i trend e le mode del momento, che seppur non siano sempre sinonimo di qualità, definiscono l’evoluzione di ogni singola forma d’arte. Ogni anno alcune pubblicazioni rappresentano dei must: eventi attesi con trepidazione che scatenano le discussioni sui social – tra anticipazioni, spoiler e giudizi di ogni tipo – diventando eventi quasi mondani, e assolutamente imperdibili.
Personalmente, cerco di lasciar passare il clamore suscitato dalla novità, per poter godere di queste opere a mente fredda, quando l’evento è ormai passato, le discussioni si sono sgonfiate e l’opera – seguendo i ritmi folli che contraddistinguono la contemporaneità – è, seppur sia passato poco tempo, già entrata a far parte della storia, nel bene o nel male.

I film di Quentin Tarantino s’inseriscono perfettamente nella cerchia ristretta degli eventi attesi con ansia dal pubblico, non solo dallo sterminato seguito di fan – alcuni dei quali anche molto oltranzisti – che il regista può vantare in tutto il mondo.
C’era una volta a Hollywood, l’ultima fatica del celebrato regista, è stato un grande successo sia di critica che di pubblico, acclamato come una delle migliori pellicole partorite dalla mente, secondo alcuni geniale, di Tarantino. Personalmente, pur non essendo un fan accanito, ritengo Tarantino un ottimo regista, e ne apprezzo sia l’abilità dal punto di vista tecnico, che la conoscenza enciclopedica del cinema in tutte le sue forme e generi. A un anno dall’uscita di C’era una volta a Hollywood, passato quindi il clamore, e sgonfiatesi le innumerevoli discussioni sui social, ho deciso di godere di questa pellicola che, a mio avviso, è una delle più riuscite del celebre regista statunitense.

Hollywood ai tempi di Charles Manson

Anno Domini 1969. Rick Dalton (interpretato da un sempre bravissimo Leonardo di Caprio) è un celebre attore hollywoodiano la cui carriera sta attraversando una fase di declino, relegato a ruoli da “cattivo” in una Hollywood i cui canoni sono in via di trasformazione. Non se la passa tanto meglio il suo miglior amico Cliff Booth (il brillante gigione Brad Pitt), da dieci anni sua controfigura, bandito dai set a causa del suo temperamento casinista, e quindi ormai relegato al ruolo di assistente, autista e tuttofare dello stesso Dalton. Quest’ultimo vede una piccola speranza di rilanciare la sua carriera nel momento in cui, nella villa di fianco alla sua, si trasferisce il regista Roman Polanski, uno dei nomi più caldi del momento, accompagnato da sua moglie, la bellissima Sharon Tate, interpretata da un’incantevole Margot Robbie.

Tarantino

Brad Pitt e Leonardo di Caprio (comingsoon.it)

Parallelamente alle vicende che ruotano attorno a Hollywood, si muovono i numerosi hippie che vagabondano per le strade di Los Angeles: tra loro ci sono i membri della setta di Charles Manson, stabilitisi in un vecchio ranch cinematografico ormai abbandonato, lo Spahn Ranch. Questa ben riuscita ricostruzione storico-sociale della Hollywood di fine anni sessanta, è pur sempre opera di Quentin Tarantino, che, come tutti sappiamo, ama giocare con i fatti storici e le citazioni cinematografiche, mescolando cronaca, ricostruzione storica e fiction: dopo un crescendo di tensione degno dei migliori noir e un susseguirsi di equivoci divertenti, la storia sfocia in uno spassoso finale splatter dai toni grotteschi, dopo più di due ore e mezza di film che scivolano via con la facilità di una birra bevuta al termine di un’afosa giornata estiva.

Un’opera ben riuscita

Tarantino

Margot Robbie nei panni di Sharon Tate (Foto via:skytg24)

C’era una volta a Hollywood può essere considerata, senza troppi dubbi, una delle opere più riuscite di Quentin Tarantino, e in ogni caso una delle migliori sintesi del suo modus operandi: una trama brillante, originale e ben sviluppata, accompagnata da una magistrale ricostruzione storico-scenografica della Hollywood del periodo, recitata da un cast di livello altissimo. Oltre ai nomi già citati, da non dimenticare le numerose comparsate di attori del calibro di Al Pacino e Kurt Russell, tanto per citarne alcuni.

Abile mescolatore di generi ed enciclopedico “omaggiatore” della storia del cinema, Tarantino sviluppa una trama fresca, ricca di citazioni brillanti, in cui mancano i tempi morti che talvolta rendono le sue opere, a mio avviso, un po’ indigeste. Altra nota di merito, la ricostruzione scenografica del periodo e l’utilizzo di tecnologie e attrezzature vintage, tra lenti Panavision e pellicole Super8, che donano al lungometraggio una piacevole e calda atmosfera retrò.

Capolavoro o buffonata? Non è importante

C’era una volta a Hollywood è senza dubbio un’opera godibilissima e ben riuscita, che ha riscosso numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui, su tutti, gli Oscar per la miglior scenografia e per miglior attore non protagonista a Brad Pitt. I fan più accaniti di Tarantino non sono rimasti delusi da quella che può essere considerata una delle sue opere meglio riuscite, forse la migliore: un abile mescolanza di stili, tecniche, generi, conditi da un sottile ma costante crescendo di tensione, alternato a momenti di puro intrattenimento grottesco.

Coloro i quali invece non sono soliti amare il cinema del regista statunitense non cambieranno idea a riguardo, di fronte un lungometraggio che sintetizza alla perfezione il Tarantino-pensiero, ormai collaudato da quasi trent’anni di attività. Tuttavia, C’era una volta a Hollywood può essere apprezzato anche dai non cultori, da una parte per la sua indubbia qualità tecnica, dall’altra per il livello altissimo del cast, a dimostrazione che Tarantino, piaccia o no, il suo mestiere lo sa fare, anche piuttosto bene. Capolavoro o ennesima buffonata Tarantiniana? Ai posteri l’ardua sentenza. Cinema di qualità? Senza il minimo dubbio.

Alberto Staiz

Narcos: il narcotraffico al tempo di Netflix

Nel mese di febbraio dell’anno in corso, Netflix ha pubblicato la seconda stagione di Narcos: Messico. Si tratta della quinta serie di una delle produzioni di più grande successo tra quelle distribuite dalla nota società californiana. È tempo quindi di fare un bilancio generale e spiegare perché Narcos rappresenta una chicca irrinunciabile per tutti gli amanti delle serie televisive, in particolare per gli appassionati del genere crime.

narcos

Pablo Escobar

La peculiarità di Narcos, fin dall’esordio nel 2015, è sempre stata quella di raccontare la storia del narcotraffico sviluppando una trama basata su fatti realmente accaduti, con l’aggiunta di una componente di fiction ricca di colpi di scena e degna del miglior crime movie. Le prime tre serie di Narcos ruotano attorno al narcotraffico colombiano, e in particolare alla figura di Pablo Escobar, probabilmente il più famoso e spietato narcotrafficante della storia.

La storia di Escobar la conosciamo tutti: l’ascesa negli anni ’70; la ricchezza negli anni’80 e il conseguente tentativo di scalata ai vertici della politica colombiana; gli omicidi spietati; la corruzione dilagante; la guerra con i cartelli rivali e i tentativi della DEA di catturarlo. Nel 1991 Escobar si arrende e patteggia l’incarcerazione nella Cattedrale, carcere di lusso appositamente costruito per la sua detenzione, dal quale fuggirà l’anno successivo. Si scatena una caccia all’uomo senza precedenti, che porterà alla disgregazione del cartello, fino all’epilogo, con la morte di un Escobar ormai braccato e impotente, nel 1993, durante una fuga per i tetti di Medellin.

The Cali Cartel

La terza serie vede l’ascesa del Cartello di Cali, che raggiunge l’apice colmando il vuoto di potere creatosi con la morte di Escobar e la disgregazione del cartello di Medellin. Con atteggiamento da affaristi che agiscono nell’ombra e lontani dall’ostentata spocchia di Escobar, i quattro leader del cartello di Cali arriveranno a dominare il narcotraffico americano, fino a quando la DEA non scenderà in campo per annientarli, forti anche dell’aiuto di Jorge Salcedo, capo della sicurezza del cartello che, vistosi negare la possibilità di abbandonare il business per ritirarsi a vita privata, deciderà di contattare la DEA, diventando uno dei testimoni chiave nella lotta al narcotraffico.

Narcos: Messico

La quarta e la quinta stagione di Narcos spostano la loro attenzione sul Messico degli anni ‘80, dove lo spietato trafficante Miguel Angel Felix Gallardo (interpretato dal messicano Diego Luna) riunisce tutti i cartelli messicani in una federazione di narcotrafficanti. Dediti alla coltivazione e allo spaccio di erba e – in parte – eroina, i messicani intuiscono la potenzialità del commercio della cocaina – richiestissima negli Stati Uniti – e si propongono prima come corrieri per i colombiani, diventando poi i veri re dello spaccio di droga mondiale. L’uccisione, dopo una lunga tortura, dell’agente della DEA Kiki Camarena condurrà verso l’escalation nella guerra ai cartelli messicani, con la conseguente caduta di Felix Gallardo.

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Diego Luna in “Narcos: Messico” (hollywoodreporter.com)

La seconda serie di Narcos: Messico si conclude proprio con l’arresto, e la successiva estradizione negli Stati Uniti, del capo della federazione: un fatto che porterà, a livello storico, alla disgregazione della federazione e a una conseguente lunghissima e cruenta guerra tra cartelli, che trascinerà il Messico in una vera e propria guerra civile. Sarà questo il soggetto della (probabile ma ancora non annunciata) nuova serie?

Le caratteristiche

La peculiarità del format – in particolare delle prime due serie – è la fortissima connotazione storica, frutto di un magistrale lavoro di ricerca degli sceneggiatori e del lavoro di consulenza di Javier Peňa e Steve Murphy (interpretati nella serie dai bravi, Pedro Pascal e Boyd Holbrook), i due agenti della DEA che hanno dedicato parte della loro carriera alla ricerca del più grande narcotrafficante della storia. È proprio la voce narrante di Steve Murphy quella che, accompagnando lo spettatore durante le prime due serie, racconta gli sviluppi politico-sociali della caccia a Escobar, coadiuvata da immagini d’epoca e di repertorio della Colombia anni ’70 e ’80: un espediente che contestualizza lo sviluppo della trama fornendo una base storico-politica solidissima. Il risultato è qualcosa a metà strada tra la docuserie, il documentario storico-biografico e una crime story degna delle migliori sceneggiature hollywoodiane.

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Steve Murphy e Javier Pena intrepretati da Boyd Holbrook e Pedro Pascal (hallofseries.com)

La terza serie di Narcos è accompagnata dalla voce narrante di Javier Peňa, impegnato – questa volta senza il suo compagno Murphy – nello smantellamento del cartello di Cali, i cui leader, acerrimi nemici di Escobar, avevano già fatto la loro comparsa nelle prime due serie. Il format, vincente e molto originale, viene riproposto anche nelle due serie messicane, narrate questa volta dall’agente della DEA Walt Breslin, personaggio simbolico che non ha basi storiche ma che riunisce nella sua figura tutti gli agenti che hanno contribuito alla lotta al narcotraffico.

Storia e fiction

Divertendosi nella ricerca delle informazioni in rete, in particolare sulle biografie delle decine di personaggi che compaiono nella narrazione, si può facilmente comprendere come la serie sia eccezionalmente sviluppata e documentata e – nonostante alcune licenze narrative volte a fornire maggior chiarezza nello sviluppo della narrazione, evitando naturali tempi morti e aumentando la spettacolarizzazione dell’intreccio – i fatti storici costituiscano lo scheletro imprescindibile sul quale la serie si muove. Le inesattezze storiche e gli elementi di fiction, seppur presenti, non intaccano una ricostruzione dei fatti a mio modo di vedere chiara e affidabile.

Da un punto di vista puramente cinematografico, Narcos vanta una produzione di altissimo livello, forte di una ricostruzione scenografica perfetta degli anni ’70 e ’80, e di un intreccio ricco di tensione e colpi di scena a ripetizione, come da miglior tradizione crime e noir. Da non dimenticare il cast, composto di attori di grande spessore, equamente divisi tra statunitensi e sudamericani, alcuni dei quali già affermati a Hollywood. Tra tutte spicca l’interpretazione di Escobar, fornita da un ispiratissimo Wagner Moura, abile a mostrare al pubblico tutte le sfaccettature di un criminale spietato e sanguinario, diviso tra l’amore sconfinato per la sua famiglia e le sanguinarie e testarde ambizioni criminali. Degno di nota anche Michael Peňa nelle vesti di Kiki Camarena.

Further readings

Per chi volesse – come fatto dal sottoscritto – approfondire la storia del narcotraffico e le vicende storiche che hanno costituito la base di Narcos, la lista delle letture è particolarmente lunga. Per fare un esempio, la vita di Pablo Escobar è l’oggetto di decine di pubblicazioni, tra cui ben due libri scritti dal figlio Juan Pablo, un romanzo biografico frutto della penna dalla moglie Victoria e persino un memoir scritto dall’affascinante giornalista colombiana Virginia Vallejo, amante di Escobar dal 1983 al 1987.
Nel mare delle pubblicazioni, suggerisco Caccia a Pablo Escobar (Newton Compton Editori), scritto da Steve Murphy e Javier Peňa: l’appassionante racconto autobiografico delle rispettive vite e carriere dei due agenti della DEA, fino al momento in cui si trovano in Colombia, uno al fianco dell’altro, per dare la caccia al più grande criminale del periodo.

Per quanto riguarda le vicende messicane, data la complessità, la durata e la quantità di figure coinvolte nella guerra alla droga, il mio suggerimento è quello di immergersi nella lettura della Trilogia del Cartello di Don Winslow, composta da Il potere del cane, Il cartello e Il confine, tutti editi da Einaudi. Lo scrittore americano ricostruisce la storia del narcotraffico messicano, imbastendo una storia fittizia ma fortemente basata sulle vicende e sui personaggi realmente esistiti: la tecnica di mescolare fiction e storia portata alla ribalta da James Ellroy con American Tabloid, applicata, in questo caso, alla storia del narcotraffico.

Alberto Staiz

7 sconosciuti a El Royale – l’hard boiled quasi perfetto

7 sconosciuti a el Royale è una pellicola del 2018, firmata da Drew Goddard, e interpretata, tra gli altri, da Jeff Bridges, Dakota Johnson, Lewis Pullman e Chris Hemsworth.
Il suo approccio da noir classico è sostenuto da una visione maniacale della fotografia, quest’ultima accentuata da un’ambientazione spazio-temporale evocativa e unica nel suo genere.
Le pecche non mancano, ma nel complesso il film merita di diventare una pietra miliare del cinema d’autore.

7 sconosciuti a el royal westville news copertina

Scheda Film

  • Titolo originale: Bad Times at the El Royale
  • Durata: 141 min
  • Consigliato:
  • Voto: 4.5/5
  • Guarda su: Google Play

Trama

La pellicola è ambientata nel 1969.
Come nei più classici dei noir, il film si apre mostrandoci una persona che viene uccisa a sangue freddo da un killer, di cui non conosciamo l’identità. Il regista ci presenta subito dopo i personaggi attorno ai quali si snoda tutta la vicenda. Facciamo subito la conoscenza di padre Daniel Flynn (Jeff Bridges), un prete cattolico anziano, e di Darlene Sweet (Cynthia Erivo), una donna afroamericana che viaggia da sola, con bagagli molto voluminosi. I due fanno conoscenza nel parcheggio dell’albergo, per entrambi una tappa di viaggio.
Entriamo nel lussuoso El Royale, e facciamo la conoscenza di altri due personaggi. Il venditore Laramie Seymour Sullivan (Jon Hamm), uno spocchioso chiacchierone, che racconta il decadimento che ha subito l’albergo, di cui si dice storico frequentatore. Il concierge, Miles Miller, è poco più di un ragazzo, unico dipendente dell’albergo, da quando lo stesso è andato in rovina.
Miles si esibisce nella storica presentazione dell’albergo, la cui vera particolarità è di sorgere esattamente a metà tra due stati, ovvero tra la California e il Nevada. Una netta linea di demarcazione separa il lato dell’albergo in cui è permesso il gioco d’azzardo e una vita più sregolata, dalla più lussuosa e ordinata parte californiana.
Infine si aggiunge anche Emily. La ragazza ha modi bruschi e una mise palesemente hippy. Mancano ancora due persone all’appello, ma possiamo tranquillamente affermare che è qui che si apre la vicenda.
Si scoprirà poco dopo che ogni personaggio nasconde un segreto, così come lo stesso albergo nel quale alloggiano.

Comparto tecnico

7 sconosciuti a el Royale è la seconda fatica cinematografica per Goddard, come regista. La sua carriera di sceneggiatore comincia nel 2002 a Los Angeles, al lavoro su produzioni televisive.
Si può dire che questa pellicola sia una visione completa del regista, in quanto anche la sceneggiatura è firmata dallo stesso Goddard.
Il comparto tecnico si presenta altamente preparato a sviluppare l’idea del regista. Lo stesso sceglie come direttore della fotografia un maestro del concept: Seamus McGarvey. Il direttore della fotografia inglese si è affermato con diverse pellicole di successo, tra cui Godzilla, The Avengers e Cinquanta sfumature di grigio, ma è con il film d’autore che riesce ad esprimere la sua vera natura artistica.

Chris Hemsworth 7 sconosciuti a el royale

Infatti, come per Animali Notturni, pellicola del 2016 del regista e sceneggiatore Tom Ford, anche in 7 sconosciuti a El Royale si può notare una pulizia maniacale dell’immagine, e trova sfogo il concetto di simmetria, espresso anche nella location, a cavallo tra due stati. Infine i colori, dettati dai vari scenari, incidono molto sullo stato d’animo, che passa da una scanzonata ironia da rivista patinata di fine anni ’60, a un più tetro thriller a note gialle, degne di Agatha Christie.

Il cast – Attenzione, possibile spoiler!

jeff bridges 7 sconosciuti a el royale

Il cast vanta attori navigati, e più giovani, ma tutti talentuosi. Tutta la vicenda si snoda attorno agli stessi personaggi, isolati dal mondo.
Degno di gran nota è sicuramente Jeff Bridges, che riesce a interpretare un criminale pentito, alla fine dei suoi giorni, che continua però a mentire, e a cercare di recuperare un fantomatico bottino, abbandonato anni prima – si scoprirà poi – dall’uomo ucciso all’inizio. Insomma un ruolo non facile, che vede Bridges cimentarsi in un personaggio con diverse facce.
Grande interpretazione anche da parte di Lewis Pullman, attore di appena 26 anni, e figlio d’arte. Suo padre infatti è l’attore Bill Pullman, divenuto famoso principalmente negli anni ’90 con film del calibro di Ragazze vincenti, Indipendence Day e Strade perdute di David Lynch, un esempio poco brillante di neo-noir, di cui Pullman era il protagonista.
Pullman figlio interpreta il concierge dell’albergo, unico dipendente, e tossicodipendente, vive praticamente all’interno della struttura. Con un passato da eroe del Vietnam, unico sopravvissuto del suo plotone a un raid nemico, trova impiego a El Royale, ed costretto dai suoi capi a custodire il terribile segreto dell’albergo.
In perenne ricerca di una figura paterna e di redenzione, Lewis si lascia ingannare dal personaggio di Bridges, finendo poi per trovare lo scontro con la banda di Billy Lee, interpretato dallo statuario Chris Hemsworth. Billy è un hippy violento e sovversivo, impersonificazione del male della società, che per certi versi incarna la figura di Charles Manson. Oratore e abbindolatore, il ruolo di Hemsworth compare ben dopo la prima metà, denotando un cambio di toni. Pur mantenendo l’ironia che caratterizza la pellicola, il film diventa più violento, diretto e meno misterioso.

7 sconosciuti a el royale

Considerazioni finali sul film

La vera considerazione su 7 sconosciuti a El Royal può essere una sola: il cinema ha bisogno di film di questo calibro.
Queste sono pellicole che fanno bene a Hollywood, perché riportano il lato artistico del cinema a una dimensione più profonda, dove non a tutte le domande dev’esserci necessariamente una risposta. Alcuni argomenti sono più grandi di qualsiasi possibilità, anche per i protagonisti, che in questo caso sono palesemente degli anti eroi.
Tuttavia, quest’ultimo punto è stato anche il fulcro delle polemiche che non hanno permesso al film di Goddard di spiccare il volo e diventare un pieno successo. Malgrado il film abbia riscosso per lo più critiche positive, non è riuscito a convincere tutti.
Altro punto dolente è stato lo storytelling: una narrazione lenta, che aggiunge elementi connotativi degli anni ’60, come i riferimenti alla Manson’s Family e a J. Edgar Hoover, lasciati poi in sospeso.
Malgrado tutto ciò, 7 sconosciuti a El Royale è una chicca del cinema Hard Boiled, che lascia lo spettatore appassionatopiacevolmente inquieto.

The Dirt – Netflix ci regala i Motley Crue

Devo ammettere che ho cominciato a guardare The Dirt – il film sui Motley Crue – con una certa dose di scetticismo. Quando si tratta di lungometraggi, il colosso dello streaming ha spesso deluso le aspettative del pubblico.
Reduce infatti di un appena sufficiente Triple Frontier, produzione puramente Netflix con cast da serie A, non volevo costruirmi troppe aspettative.
Come per tanti altri fan del periodo glam metal, anche per me i Motley Crue hanno segnato l’adolescenza. Pensando più in grande, i Motley sono comunque una delle più grandi e iconiche band rock-metal esistenti.
Tornando al film, come dicevo, il mio scetticismo si è dipanato dopo poche scene.

the dirt motley crue netflix locandina

Scheda Film

  • Titolo originale: The Dirt
  • Durata: 108 min
  • Consigliato:
  • Voto: 3.5/5
  • Guarda su: Netflix

Il libro – il film

neil strauss motley crue the dirt netflix
Neil Strauss

Nel 2001 i Motley Crue pubblicano la loro autobiografia. 560 pagine contenenti alcune delle storie più belle, shockanti, dissacranti della storia della musica, dagli anni 70 a inizio 2000. Il libro si chiama The Dirt (Sperling&Kupfer), e narra l’inizio, l’ascesa, il declino e la ritrovata serenità di Nikki, Tommy, Mick e Vince, a.k.a. i Motley Crue.
Con lo zampino di Neil Strauss, abile giornalista del New York Times, di Rolling Stones, e autore di altre biografie, tra cui quella di Marilyn Manson e Jenna Jameson, il libro raggiunge presto le vette delle classifiche, diventando best seller. Fin da subito si vocifera di una trasposizione cinematografica, ma il progetto è ambizioso, più per marketing che per realizzazione, e rimane in sospeso per ben 18 anni.
Sarà proprio Netflix a prendere in mano i diritti, per realizzarne il film pubblicato il 22 Marzo 2019.

Comparto tecnico

Ad essere sincero, i miei dubbi hanno cominciato a vacillare ancor prima di vedere la pellicola. Il comparto tecnico è composto da alcuni professionisti, che nel tempo hanno dato prova di saper gestire prodotti molto simili a The Dirt, sia nel concept, che nella realizzazione.
La penna è affidata alla sapiente mano di Tom Kapinos, nome che qualcuno troverà familiare. Kapinos ha firmato come sceneggiatore e produttore una delle serie fiction più cult del panorama statunitense: Californication.
Il compito di trasformare l’adattamento di Kapinos in pellicola è stato affidato a Tremaine dai Motley Crue in persona. Esatto. I quattro della gang più rumorosa di Hollywood hanno voluto essere co-produttori del film, mettendosi nella condizione di poter decidere a chi affidare la loro storia.
Jeff Tremain, co-autore di Jackass, ha dovuto convincere il quartetto di essere il visionario giusto. Forse sono state le capacità di Jeff di gestire scene d’azione documentaristiche esagitate a convincere i Motley, fatto sta che il suo lavoro non solo ha convinto la band, ma li ha emozionati.

Ecco un’intervista a Nikki Sixx che parla della scelta di affidare la regia del film a Jeff Tramaine.

Motley Crue on making of 'The Dirt'

Have you seen Motley Crue's new Netflix movie, 'The Dirt'? Nikki Sixx, and the actor who played him, Douglas Booth, broke down the long road to getting the film made.

Posted by SiriusXM on Wednesday, March 27, 2019

Il cast

Ultima nota di merito va al cast. Un peso importante, quello di impersonare quattro leggende della musica mondiale.
Per gusto personale ho apprezzato moltissimo la performance di Colson Baker, alias del rapper statunitense Machine Gun Kelly, nei panni del batterista Tommy Lee. La sua performance, oltre ad essere spassosa, e tecnicamente convincente anche nelle parti suonate, ha un tono molto sincero.
Anche Daniel Webber riesce a risultare convincente, specialmente nelle scene drammatiche, mostrando un lato del cantante Vince Neil più inerente al libro, che all’immaginario collettivo.
Si distingue bene per recitazione Iwan Rheon, che pecca tuttavia nella fisicità, risultando ben distante dalla sua controparte reale.
Douglas Booth viene invece chiamato a interpretare il ruolo più carismatico e delicato di tutta la band. Nikki Sixx è la mente, e il canzoniere principale della band. L’attore inglese ha solo 26 anni, e riesce a portare a termine perfettamente il suo compito.

attori the dirt motley crue netflix

Differenze tra libro e film

Per ovvie esigenze di tempo, molte parti del libro sono state tagliate, accorpate, rimaneggiate e stravolte. Sono stati volutamente creati degli “errori“, forse per generare un continuo evidente, specialmente tra l’ascesa e l’apice della carriera del gruppo.
Ovviamente non si può passar troppo sopra a certi strafalcioni temporali, ma che volete farci: a volte la verità va sacrificata per un bene superiore, cioè la magia della pellicola.
Rimane comunque una fedele trasposizione, non certo documentaristica, ma d’atmosfera e di sentimento, che il pubblico chiede. Una storia tutta di pancia e attitudine, condita da aneddoti grotteschi, indecenze e un velo di nostalgica ammirazione per quattro ragazzi divenuti leggenda.

Ovviamente non a tutti è piaciuta la pellicola, spesso per concetto. La bassa morale della band, e alcune storie sulla misoginia del leader, Nikki, non sono passate inosservate. La più grande critica che viene fatta al film è proprio il modo in cui “lava via” le parti più scabrose del libro, specie quelle riguardanti l’approccio poco umano verso le donne.

Considerazioni finali su the Dirt

Il biopic dei Motley Crue è un film da vedere se siete appassionati di musica, e avete la mente abbastanza aperta da capire che il cinema non è fatto da ideali e giustizia, ma da persone, visioni, concetti e sperimentazione… e soldi.
Il film è tecnicamente ben fatto, con un ottimo storytelling e un ritmo incalzante. La fotografia è curata nelle parti concettuali, e trascurata il giusto nelle scene più frenetiche, risultando sempre dinamica.
L’interpretazione convince, anche se la recitazione a tratti lascia un po’ a desiderare.
Vera pecca? La durata. Decisamente corto per gli standard attuali.


Sicuramente il successo di Bohemian Rhapsody e A star is born, hanno acceso nuovamente l’interesse per le pellicole che hanno per sfondo il music business e i drammi da rockstar: un particolare settore di Hollywood che non si è mai fermato, ma ha avuto alti e bassi nel tempo, spesso legati all’industria discografica.
Basti pensare a film come Rock Star, forse una delle pellicole che si avvicina di più per età storica, al film dei Crue. Uscito nel 2001, in piena esplosione del rap americano, il film fu dichiarato un box-office bomb, ovvero un flop commerciale.
Ad ogni modo ho trovato The Dirt ben fatto, spassoso e romantico il giusto: un misto congeniale di depravazione hollywoodiana, dramma e musica ormai vintage, che probabilmente ha poco a che fare con quello che realmente è successo dietro le quinte, ma nel suo piccolo regala (meno di) due ore di svago con i propri amici e qualche birra.


Sabrina, e le terrificanti avventure di Netflix

Sta arrivando Halloween, e come ogni media che si rispetti, Netflix ha deciso di rilasciare alcuni titoli a tema horror. Sappiamo che la paura è uno dei sentimenti più radicati e sinceri dell’animo umano, e come ogni anno, in questo periodo, la corsa allo shock più traumatizzante è cominciata. Tra i vari titoli del colosso americano dello streaming, Netflix, spicca quello de Le terrificanti avventure di Sabrina.

le terrificanti avventure di Sabrina NetflixPer chi non lo sapesse, la serie trae ispirazione da alcune storie comparse per la prima volta nel 1962, sulla rivista Archie’s Mad House, per poi diventare una serie a fumetti a sé stante: Sabrina, the teenage witch. Il fumetto ha poi visto diverse rivisitazioni, sia nei toni, che nella grafica, e col passare dei decenni ha avuto un pubblico sempre nuovo grazie ai vari restyling.

Il suo picco di notorietà l’ha ottenuto a cavallo tra gli anni novanta e i primi anni del duemila con la produzione della sit-com Sabrina, vita da strega, nata a sua volta dal film per la tv omonimo. Malgrado questa serie fosse completamente distaccata da qualsiasi legame con il mondo horror – per favorire un pubblico più vario – ha ottenuto forti consensi. I toni da commedia hanno permesso infatti alla produzione di portare avanti la serie per ben sette anni, riuscendo a concludere la storia senza tagli prematuri. In questo lasso di tempo sono stati girati altri due film, sempre inseriti nell’universo della serie. Le attrici della serie, tra cui Melissa Joan Hart, che ha interpretato Sabrina, hanno ottenuto un notevole successo, e sono entrate nei cuori dei giovani spettatori.

Cos’ha quindi di diverso questa nuova serie, e perché Netflix ha voluto rispolverare quest’idea dal terrificante armadio impolverato della nonna?

Reboot – dalla vita da strega, a Le terrificanti avventure di Sabrina

le terrificanti avventure di Sabrina westville news Melissa Joan Hart è l’interprete della serie Sabrina, vita da strega

Ormai è tempo di reboot per qualsiasi cosa. Quindi perché non resettare anche le vecchie sit-com? Si, ma con stile!
Innanzitutto partiamo dal dire che il reboot vero e proprio arriva dal mondo dei fumetti. La rivista Archie’d Mad House, ora Archie Comics, all’inizio del 2014, decise di ringiovanire tutte le sue testate. Sabrina subisce una rivisitazione stilistica che darà vita all’idea di portare la giovane strega su Netflix.

Storia

Sabrina Spellman è una giovane mezza strega, orfana di entrambi i genitori. Viene cresciuta dalle zie, streghe anch’esse, Hilda e Zelda. Con loro vive anche il cugino Ambrose, uno stregone. La trama si concentra principalmente sul cambiamento nella vita di Sabrina, allo scadere del suo sedicesimo compleanno. Secondo la religione occulta, quel giorno coincide con un giuramento che tutte le streghe e gli stregoni sono chiamati a compiere, nei confronti della Bestia. Inoltre Sabrina dovrà conciliare la sua natura paranormale con quella di umana. Avrà quindi i problemi di una normale teenager, come la scuola, l’amicizia, l’amore e la rivalità.

Tematiche

Come ci si può aspettare da una fucina di successi (e qualche insuccesso sistematico) come Netflix, Le terrificanti avventure di Sabrina è condita di tematiche che esulano dal tema horror classico, e si addentrano nel tema dell’orrore quotidiano. Uno dei primi argomenti trattati nelle parti “umane” di Sabrina è quello del bullismo. La presenza di Susie, amica androgina di Sabrina, vuole giustificare a livello di sceneggiatura, atti di puro bullismo da parte di alcuni ragazzi popolari della scuola, anche in modo pesante.
La vendetta è anch’esso un tema trattato nella serie, infatti è Sabrina a sistemare la faccenda, convinta da un demone con le fattezze della sua professoressa, e aiutata di alcune streghe, obbligando i quattro ragazzi a compiere atti omosessuali tra di loro.
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Non è davvero chiaro se sia Sabrina a voler vendetta, spinta dal demone, o il demone stesso che insinua l’idea della vendetta. In ogni caso, il fatto che il dubbio esista la dice lunga sulle intenzioni dell’intreccio.
Arriviamo quindi al punto di comprendere come l’orrore classico, l’occulto e mistico effetto grafico, siano solo un mezzo per giungere alle paure reali. Le sequenze mostrano come i protagonisti siano più spaventati delle implicazioni morali, legali e comportamentali, che dalle attività paranormali.
Nel rapporto che c’è tra i personaggi di Sabrina e il diavolo, è la parola sottomissione a ricorrere più spesso. Anche davanti alla possibilità che l’anima della ragazza bruci per 333 anni all’inferno, è proprio il concetto della sottomissione che fa desistere la coraggiosa protagonista.

Altre tematiche interessanti, trattate in questa prima stagione, sono il rapporto con l’autorità, il maschilismo, il femminismo, la diversità di culto e la morale giurisprudenziale.

Tecnicamente…

Tecnicamente Le terrificanti avventure di Sabrina è una serie girata in modo ineccepibile. I set sono tutti architettati ottimamente, e la fotografia ben curata e varia non annoia la vista. Gli effetti speciali sono interessanti, e a volte anche più inquietanti di quello che ci si può aspettare. Tuttavia questi ultimi sono molto rari, e lasciano un po’ di insoddisfazione, se lo rapportiamo al marketing promosso da Netflix prima del lancio.

kiernan shipka westville news Kiernan Shika è la giovane interprete della nuova Sabrina

Se teniamo conto che nei gradi della paura, la paura stessa è solo al terzo posto, mentre il terrore al sesto, su sette gradi complessivi, possiamo pensare che Netflix abbia sbagliato a chiamare la sere: Le terrificanti avventure di Sabrina.

La serie è davvero ben fatta, e spicca molto anche il cast, capitanato dalla giovane ma magistrale Kiernan Shipka.
La sceneggiatura de Le terrificanti avventure di Sabrina rimane però lì a metà. Non è un horror, non è una commedia, non è un thriller e non è un drammatico, ma a suo modo è un po’ tutti questi generi… sempre che non si abbia voglia di relegarlo semplicemente nel teen drama.

Ad ogni modo la nuova serie Netflix ha convinto la critica, e questo darà spazio agli autori per osare magari un po’ di più nella prossima stagione, attualmente già in lavorazione.

Quello che ci piacerebbe, per la seconda stagione, sarebbe vedere qualcosa di più forte, che si leghi meglio con la profondità dei temi trattati, che ci accompagni nel terrificante mondo della protagonista, più che in quello di una produzione un po’ ruffiana, seppure sopraffina, che vada bene per tutti (malgrado il V.M. 14 voluto dalla censura).

Trailer

Un saluto dal vecchio cast

True Detective 3 – tutto quello che c’è da sapere

True Detective 3 è finalmente una certezza. La HBO ha rilasciato il primo teaser trailer della terza stagione, comunicando che la messa in onda del primo episodio è prevista per il 3 gennaio 2019. La folgorante prima serie, con due magistrali Matthew McConaughey e Woody Harrelson come protagonisti, aveva scatenato l’entusiasmo collettivo. La seconda stagione aveva invece deluso le aspettative di pubblico e critica.

Il protagonista di True Detective 3

True detective 3
Mahershala Ali (foto via TvSerial)

Protagonista di True Detective 3 sarà il Premio Oscar Mahershala Ali, vincitore della statuetta per la pellicola Moonlight. Un nuovo caso, nuovi protagonisti e nuova ambientazione. Come da tradizione, per questa serie antologica, giudicata una delle migliori degli ultimi dieci anni. La terza stagione è ambientata sull’Altopiano d’Ozark. Si tratta di una regione geografica prevalentemente montuosa, situata al centro degli Stati Uniti, tra Missouri, Arkansas, Oklahoma e Kansas.

Il trailer

Nel trailer, della durata di circa un minuto, compare il detective della polizia di stato dell’Arkansas, Wayne Hays, raccontato in tre differenti epoche – come nel caso di Rusty Cohle durante la prima stagione – ossessionato dalla risoluzione di un caso.A spalleggiare Mahershala Ali sono presenti nel cast anche Mamie Gummer, Stephen Dorff e Carmen Ejogo. Altre indiscrezioni riguardano la regia: Daniel Sackheim ha diretto i primi due episodi ma, nel corso della stagione, dietro la macchina da presa si è posizionato anche lo stesso Nic Pizzolatto, sceneggiatore e creatore della serie. A proposito della sua abilità di scrittura, abbiamo già parlato in passato sulle pagine di Westville News.

Cosa aspettarsi?

Cosa dobbiamo aspettarci dalla terza stagione di True Detective? Un ritorno alla profondità della prima serie, applaudita come una delle migliori opere del decennio, forte di un intreccio complesso ma perfetto nel suo sviluppo e di un cast in forma smagliante nel quale spiccava un leggendario Matthew McConaughey. Oppure un mezzo flop, come quello rappresentato dalla seconda serie, potenzialmente molto buona ma priva di protagonisti all’altezza e penalizzata da un intreccio troppo complesso e molto meno coinvolgente rispetto alla prima stagione. Ai posteri l’ardua sentenza.

Jessica Jones 2 – la vera svolta neo noir della serie Marvel-Netflix

Jessica Jones 2 è “semplicemente” avvincente.

Sembra vago e poco incisivo come commento, ma è davvero il punto. Con la quantità di prodotti per lo streaming che attualmente vengono sfornati, sempre più spesso s’incappa in storie inconcludenti. Le serie vengono tagliate a metà senza vergogna. Molte sono anche le serie carenti di minuzia nell’intreccio. Con questa seconda stagione, Marvel e Netflix danno un altro giro alla vite. Si dimostrano entrambe preparate a prendere l’eredità della prima stagione, e ampliare l’universo dei Defenders.

Il punto è che Jessica Jones 2 si distacca in parte dal filtro patinato del cinecomic. Ma è un prodotto che va analizzato sotto diversi punti di vista. Insomma, una seconda stagione che si avvicina maggiormente all’immaginario noir moderno.

Krysten Ritter

Krysten Ritter il grande fuoco Jessica Johnes 2 Westville News

La copertina del romanzo

Questa volta dobbiamo spendere una parola in più sull’attrice protagonista. Rispetto all’articolo che parlava della prima serie, qualcosa di significativo è successo nella vita della Ritter. Nel mese di Marzo di quest’anno infatti è stato pubblicato Il grande fuoco. Edito da Sperling & Kupfer il romanzo di Krysten Ritter – che non abbiamo ancora letto – si presenta come un intricato triller, con diverse sfumature, dal giallo al nero, passando per il drama psicologico e legale.
Promettendo di leggerlo al più presto, non possiamo che essere contenti che una giovane attrice, produttrice, doppiatrice carismatica e talentuosa abbia da offrire la sua creatività anche nel campo della scrittura.

Jessica Jones 2 è un Noir

Si, lo è. Il background della serie è un voluto cliché nel quale l’intreccio viene sapientemente adattato. Krysten Ritter torna magistralmente nella parte della detective privata Jessica, approfondendo un personaggio che già nella prima serie aveva dimostrato spessore. Da vittima di abusi, a solitaria e problematica professionista alla ricerca del suo passato. Se affogare l’amarezza della propria vita nel whiskey è il più antico e classico dei leitmotive del cinema e della letteratura noir, l’intreccio della serie dimostra più modernità e attualità. Va detto che sono molti i personaggi che girano attorno alla vicenda principale, e quindi sono davvero innumerevoli le tematiche proposte. Il lato noir del prodotto non è solo nel personaggio di Jessica, ma nella violenza con cui vengono proposti spunti di riflessione delicati: dalla fiducia alla malattia, dall’abuso all’omicidio. Il tutto perfettamente inserito in un contesto attuale e urbano.
Se la Ritter dimostra di conoscere – e apprezzare – il lato noir di questa serie, la produzione non lascia certo al caso i riferimenti a certe tematiche.

Jessica Jones 2Femminismo o provocazione? 

Come nella prima serie, la maggior parte delle persone impiegate nella produzione di questa serie sono donne. Se nella prima serie era palese questa componente, nella seconda lo è ancor di più tanto da arrivare a risultare quasi una provocazione. Poteva essere un disastro, da marchetta, per attirare più pubblico femminile verso il mondo Marvel. Invece il risultato è convincente e profondo. Indice del fatto che la Rosenberg come ideatrice e showrunner del programma è abile nel bilanciare elementi della storia con critiche sociali a un mondo evidentemente maschilista e fallocratico. Il risultato è una commistione piacevole di spunti di riflessione e scene avvincenti. Non tutte le donne della serie sono personaggi positivi. Anzi, la stessa Jessica, malgrado sia vittima essa stessa degli episodi sgradevoli che la vita ci propone (morte di familiari, disagio, tragedie giovanili, ecc.) è un cattivo esempio. Alcuni personaggi sono mossi da buoni ideali, ma vanno contro l’abitudinaria morale Marvel: non uccidere. Se a farlo è un personaggio che siamo abituati a considerarlo nella fazione dei buoni, il messaggio risulta ambiguo, e lascia spazio allo spettatore di ragionare sull’argomento. Ottimo lavoro!

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Accoglienza è critica

Con una media positiva, la seconda stagione non riesce comunque ad eguagliare il successo della prima. Statisticamente è quasi matematico.

Jessica Jones 2 criticaQuello che mi fa specie è leggere alcune voci autorevoli, come la CNN criticare la serie per la lentezza. Lo stesso autore dell’articolo ammette l’appeal noir della serie, ma lamenta una mancanza di ritmo nella vicenda. Davvero bizzarra l’idea di cercare ritmo e azione in un prodotto noir, quando la cosa che più ci interessa è vivere una continua sensazione di disagio. Essere colpiti dai dialoghi, dalle immagini, anche statiche e ricercare una forma di denuncia, più che di muscoli, effetti speciali e ritmo. La seconda stagione di Jessica Jones racconta una storia di disagio e difficoltà. I rapporti tra i personaggi sono mutevoli. Amici che diventano nemici, alleanze improbabili e cambi di posizione repentini. Il ritmo c’è, ma in un altro senso.

Jassica Jones 2 e la musica

Questa seconda stagione ha visto Sean Callery riconfermarsi giustamente alle musiche e all’audio. Se il lavoro sulla prima stagione era stato ottimo, in questa seconda Callery pesca sapientemente le atmosfere dai classici del cinema. Nelle musiche di Jessica Jones 2 c’è il jazz di genere, miscelate all’arte del compositore americano, abile a ricreare suoni ed effetti con articolate lavorazioni digitali. Una chicca piacevole che completa un ottimo prodotto.

Vittorio Bottini

Fauda: ciliegie e caos

Avete presente le ciliegie. Si, proprio loro. Quanto sono buone, e quante tipologie ne esistono dalle nostre parti. Recuperando uno tra i classici luoghi comuni che le accompagnano: una tira l’altra.
Ma non sempre è così.

Ne esiste una “variante” confinata nel nostro vicino Oriente che se “mangiata” può recare danni irreversibili, se non letali. Una ciliegia sui generis per intenderci. Si chiama Duvdevan – ciliegia in ebraico – e non è una ciliegia, bensì un’unità di combattimento che opera principalmente in Cisgiordania. Terra difficile quella, unitamente a tutta la zona che abbraccia Gerusalemme est con la Striscia di Gaza. Terra piena di contrasti e contraddizioni, terra dove il sostantivo vita troppo spesso si lega al suo, drammatico, opposto. La Sayeret Duvdevan comunemente chiamata Unità 217, agisce entro i territori comportandosi e vivendo come le comunità arabe; da qui il termine: Mista’ arvim, letteralmente, vivere come gli arabi. Il camuffamento che rispecchi gli usi e i costumi, ma anche le consuetudini e il vivere quotidiano arabo – psicologia compresa – determina la buona riuscita o meno di un’operazione.

Fauda: caos

In questo contesto, riproponendo alla lettera il modus vivendi delle unità operative sul campo, e delle comunità arabe, nasce il tentativo – riuscito – di creare una serie televisiva israeliana che originariamente venne trasmessa sul canale Yes Oh, nel 2015, per poi confluire su Netflix a partire dal 2016: Fauda, che altro non significa che: caos. Non aspettatevi, come il famoso jingle pubblicitario del secolo scorso recitava: Effetti speciali. Nessuna sorpresa da questo versante: niente Daredevil o The Punisher di varia e dubbia natura. Quella di Fauda è la realtà che quotidianamente si vive, che spesso si sopporta, che sempre si accetta. Quella di Fauda è la storia di Doron membro di una unità Duvdevan, ripreso sul campo d’azione nell’intento di contrastare e porre fine alle iniziative di un terrorista e combattente di Hamas: Taofky Hamed.

Nella seconda stagione da pochi giorni su Netflix, gli avvenimenti cambieranno, come logica di copione necessita. Ma questo dualismo, questa contrapposizione, si riproporrà sotto altri termini. Due storie che corrono in parallelo. Due uomini sul filo perenne dell’incertezza. Due vite sempre pronte e coscienti che tutto, in un attimo, può venire meno. Dietro la macchina da presa Assaf Bernstein è bravo a lasciare nell’incertezza lo spettatore ed empatico nel saper gestire al meglio le emozioni dei protagonisti. A coadiuvarlo, i due creatori della serie: Lior Raz – Doron nella serie – e Avi Issacharoff .

Il caos rappresentato con abile maestria è figlio diretto di decenni di rivolte. Anni di incomprensioni, di odio, di rappresaglie e bombardamenti. Di tentativi di pace, subito o quasi, delegittimati da azioni terroristiche e innalzamenti di muri. L’impossibilità di arrivare a giusti compromessi, o quantomeno, di provarci. Fauda è anche questo tentativo: provare una nuova via. Vi sono “aperture” insperate, seppur, concedetemelo, su piani sentimentali e affettivi.

Il cast di Fauda

Niente spoiler

Senza troppo esporre – tradotto: niente spoiler – sceneggiatura e regia lasciano, seppur marginalmente, intravvedere questo, forse, ultimo disperato tentativo. Un dialogo necessario come il pane. Indispensabile come l’acqua.
Non ci sono vincitori, in Fauda.
E neppure vinti.

Chi rivendica la propria Terra, chi invece, vorrebbe riottenerla. Un contrasto che , come si diceva, ha origini lontane: dal 1948 ad oggi Israele e Palestina hanno inanellato una lunga, estenuante scia di sangue. Intellettuali arabi ed israeliani, società civile, giornalisti: in molti si sono prodigati – e si stanno prodigando – per ricucire questo enorme strappo.

Penso ad Edward Said scomparso nel 2003, a David Grossman e Amos Oz . E ancora, Amin Maalouf, Boualem Sansal. Emblematico poi l’esempio di Ali Salem, scrittore satirico egiziano: fece un viaggio in Israele per un tentativo, parole sue, di sradicare l’odio. Scrittori che hanno analizzato con assoluta obiettività e precisione la situazione, considerando anche e soprattutto, il punto di vista e le opinioni altrui. Il loro tentativo di trovare una riappacificazione però rimane spesso e volentieri isolato.

Quale futuro?

E allora il futuro di quelle terre rimane avvolto in una nebbia densa e misteriosa. Emblematica l’intervista rilasciata da una donna israeliana riguardo ai suoi due figli che raggiungono la scuola su autobus diversi. Fauda mette a nudo tutti gli aspetti del come si cerchi di sopravvivere in quei territori. Non giudica Fauda. Semplicemente, descrive senza mezzi termini, con un resoconto freddo e tagliente, le difficoltà che si verificano a breve distanza da noi. I personaggi e le vicende raccontate sono il perfetto specchio che, in misura minore, siamo costretti a vivere anche alle nostre latitudini: un esemplare, obiettivo, spietato racconto del caos che ci circonda.

Il suggerimento che mi permetto di darvi è di immergervi nelle due stagioni con imparzialità assoluta. Di lasciarvi coinvolgere da quelle che non sono “avventure” di supereroi; anzi qui si tratta esattamente del contrario. Come dicevo, niente effetti speciali, ma dura e cruda realtà. Valutare Fauda con un mero numero è riduttivo. La sceneggiatura è spartana. Direi quasi essenziale e limitata. Asciutta. Non cercate “pièce teatrali” di prim’ordine. Non ne troverete, e tutto sommato, non ve n’è necessità alcuna. Fauda rimane un documento trasposto in una serie televisiva. Una cronaca di fatti contemporanei in una variante fiction. Niente è lasciato al Caso in Fauda, ma è tutto nelle mani del Caos.

Consigli di lettura

In ultimo, mi permetto di aggiungere come postilla finale alcuni volumi consultati: sia chiaro, la produzione letteraria è vasta e infinita, ma alcuni libri esemplificativi e di chiara e cristallina consultazione potrebbero rendere più agevole un eventuale approfondimento.

Alain Gresh, Israele, Palestina. La verità su un conflitto, Einaudi

Michael Bar-Zohar Nissim Mishal, Mossad, Feltrinelli

James Gelvin, Il conflitto israelo-palestinese. Cent’anni di guerre, Einaudi

Aaron Cohen, Fratelli guerrieri, Tea

L’espresso Nr.21 del 20 maggio 2018, Gaza brucia

Amos Oz, Contro il fanatismo, Universale Economica Feltrinelli

 

Come narrativa consiglio vivamente questi tre meravigliosi e intensi volumi:

David Grossman, Qualcuno con cui correre, Oscar Mondadori

Eshkol Nevo, La simmetria dei desideri, Beat bestseller

Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, Universale Economica Feltrinelli

Per chi vive a Milano e dintorni, potete reperire questi libri, e discuterne insieme a me, presso:

Libreria Il Domani
Piazzale Luigi Cadorna, 9, 20123 Milano MI – Più Info

I suddetti sono reperibili anche online:

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Jim Carrey ritorna sul grande schermo con Dark Crimes

L’attore canadese Jim Carrey ha fatto spesso parlare di sé negli ultimi tempi. Purtroppo spesso il gossip, e a volte la cronaca, lo ha visto nelle parti dell’uomo con un lato oscuro, freddo e

Jim Carrey Dark Crimes

Jim Carrey mentre porta la bara della sua ex fidanzata Cathriona White. Leggi qui

tormentato. La carriera di Jim Carrey è a dir poco invidiabile, ma la vita privata parrebbe essere un po’ tormentata. Dopo la morte dell’ex fidanzata, e il suo proscioglimento da tutte le accuse di coinvolgimento nel suicidio della povera modella, la faccia di Jim è stata sempre meno associata a una risata ben distesa. Questa è proprio la prima sensazione che si ha, guardando il trailer di Dark Crimes, e il volto di Jim.
Non da meno sono i suoi post su Twitter. Il comico si è sempre più spesso lanciato in sfottò verso altre celebrità, con la sua passione per il disegno. Mentre molti fan non hanno apprezzato questo suo lato bizzarro, altri gli sono rimasti vicini, complice il fatto che sono cresciuti proprio con i suoi migliori successi (The Truman Show, The Mask, Ace Ventura). Come molti altri volti del cinema internazionale, anche Jim Carrey dispone ovviamente dell’accesso a situazioni molto agiate negli Stati Uniti, e per questo a volte, lui come altri, si trova a spalleggiare alcune idee bizzarre, come l’antivaccinismo e via dicendo.

Abbiamo quindi il quadro di un attore poliedrico, profondo e tormentato. Un professionista che si è fatto strada tra comicità pura ed episodi tragici, tra successi planetari e celebrità estrema, ma anche rintanato nella vita privata, tra silenzi stampa, dolore ed egocentrismo sfrenato e deleterio. Un attore capace di girare cult intramontabili (Man on the Moon) e B-movie – come Scemo e più scemo 2 – che malgrado la produzione ridotta, e lo scarso apprezzamento della critica ufficiale, ha collezionato molte candidature a premi dedicati.

Ci chiediamo se riuscirà Dark Crimes a inserirsi in questa rosa, senza sprofondare tragicamente come Number 23, unica vera tragedia nell’avventura cinematografica di Jim Carrey.

Non solo comicità

Jim Carrey Dark Crimes Kaufman

Jim interpreta uno dei suoi eroi – Andy Kaufman – in Man on the Moon

Jim Carrey non è solo un comico. Più volte ha dato prova di saper interpretare ruoli che vanno oltre l’espressione buffa e la battuta semplice ma d’effetto. Forse possiamo considerare Man on the Moon come la sua più memorabile interpretazione. Questa pellicola è stata per Jim l’incredibile occasione di un artista di interpretare una sua ispirazione, nel particolare l’eclettico e incredibile Andy Kaufman. Consigliamo il documentario prodotto da Netflix proprio su questo film.

Altri titoli non comici che hanno consacrato l’attore d’oltreoceano sono stati sicuramente Eternal Sunshine of the Spotless Mind, conosciuto in Italia con l’infelice traduzione Se mi lasci ti cancello, e The Majestic.

Alla luce di tutto ciò si può credere che Dark Crimes abbia la stoffa per essere un vero e proprio capolavoro. Rimane l’incognita della produzione, nomi che sulla carta possono essere competenti, ma che non hanno mai avuto la possibilità di girare un capolavoro. Sarà questo il caso?

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Dark Crimes: Trama

Tadek (Carrey) è un detective della polizia polacca che scopre per caso delle similitudini tra un omicidio di un uomo d’affari, e un omicidio descritto in un romanzo dello scrittore Krystov Kozlow. La sua mente tetra lo porterà a scoprire qualcosa di agghiacciante.
Questo è quello che ci è dato sapere, e dobbiamo dire la verità, è forse più emozionante così, di quanto lo sarebbe avere ogni singolo dettaglio della storia.

Aspettativa

L’aspettativa è alta, visto che l’ambientazione nord-est europea promette un tono cupo e freddo. Insomma sembra proprio il tipico noir europeo volto a farci provare quella sensazione di solitudine e disagio. Citiamo casualmente Jo Nesbo.
Non da meno è il look di Jim Carrey, con quell’espressione assente di cui spesso si caratterizza, quasi a voler far credere che in tutti questi anni abbia passato il tempo a prepararsi per questo ruolo.

https://www.youtube.com/watch?v=Mbvyr4fV6ws



Blade Runner: 2049. Abbiamo aspettato, ce lo aspettavamo?

Devo ammettere che per scrivere questa recensione ho dovuto lasciar passare del tempo. Trovare l’obiettività tra le varie sensazioni che lascia questa pellicola è davvero difficile. Blade Runner Harrison Ford Westville News Blog
Blade Runner, l’originale, è uno di quei film che le persone della mia generazione hanno imparato ad amare da bambini, ma hanno capito solo da grandi. Non ricordo quanti anni avessi, ma ero piccolo, troppo piccolo per capire la profondità di un neo-noir così visuale e visionario. Tuttavia ero abbastanza grande da rimanere affascinato dagli elementi distintivi. Il caos di una Los Angeles, fino a quel momento vista in film patinati e pomposi, mai denigrata così tanto. Blade Runner era affascinante e spaventoso, personaggi grotteschi, androidi, e soprattutto i volti iconici di Harrison Ford e Rutger Hauer. Ero abituato a vedere Ford sempre con aria strafottente nelle incredibili pellicole di Guerre Stellari. Oppure ero stato colpito dall’ironia divertente di Indiana Jones, nelle sue avventure. Non era stato per niente facile assimilare il cacciatore di taglie Rick Deckard, solitario e pragmatico.
Blade Runner è stato uno di quei film capaci di surclassare l’opera principale, Il cacciatore di Androidi di Philip K. Dick. Non fraintendetemi, non penso affatto che il film sia superiore al romanzo, ma sono diventati complementari. Che in una visione come quella di Dick, l’arte audio-visiva di Ridley Scott di quegli anni, ha donato quel qualcosa in più, che nessuno si aspettava?

Blade Runner 2049: finalmente un sequel

Pro che possono essere contro, e contro che possono essere pro: questo è Blade Runner 2049

Finalmente un sequel. Lo affermo, e mi piace dirlo, perché gli ultimi tempi si sono dimostrati un po’ duri per le produzioni cinematografiche. Malgrado il proliferare di film a più non posso, il comparto di sceneggiatori di Hollywood sembra davvero in crisi. Idee scarse, sviluppate male, e soprattutto reboot e remake… reboot e remake ovunque. Non c’è pace per i grandi titoli del passato, che vengono sempre più spesso ripresi, rimaneggiati, stravolti e affondati in clamorosi flop artistici e commerciali. Si prenda esempio da Atto di Forza, che malgrado lo sforzo per raggiungere un incasso accettabile non ha saputo nemmeno avvicinarsi all’originale, in termini di qualità. Robocop? un atteso reboot… che non ha raggiunto la sufficienza.
Quello che davvero è godibile di Blade Runner 2049 è proprio il modo in cui è stato trattato. Non è solo un prodotto commerciale, ma è un’opera audio visiva. Il film non è basato sugli effetti speciali, che sono comunque incredibili e affascinanti, ma si regge sul fatto che la CGI è il contorno – indispensabile – per immergere una storia, un concetto. In secondo luogo siamo di fronte a un vero e proprio sequel. Non è un reboot, non hanno eliminato parti, non hanno stravolto un universo per adattarlo commercialmente agli spettatori odierni. Il mondo di Blade Runner è sempre lo stesso, le tematiche anche. Però è anche vero che sono passati trent’anni, e le cose sono cambiate, analogamente come sono cambiate nel nostro mondo, dal 1982 ad oggi. Per cui si potrebbe pensare che il goal più riuscito sia proprio quello di aver tenuto un universo vivo, anche nel progredire delle ere, e delle ideologie fantasiose della storia originale. Come spiega lo stesso regista (Denis Villeneuve) al New York Times in questo articolo, “… Il primo film era ambientato nel 2019 e come sapete, ora non ci sono macchine volanti nel cielo. Non c’è Steve Jobs nel primo Blade Runner. Non ci sono cellulari. Quindi abbiamo creato davvero il futuro del primo Blade Runner”.
Ma quindi il lavoro dei grafici è superficiale e di poco conto? Assolutamente no! Il visual concept di Blade Runner 2049 è davvero pazzesco, e vive di arte pura. Per capire meglio la grandezza dell’idea alla base, in questo articolo, viene spiegato come Peter Popken, il concept artist di questa pellicola, abbia gradito il lavoro di alcuni architetti di uno studio italo-spagnolo. Questo fa pensare che il comparto tecnico-artistico di questo film non si sia proprio afflosciato sull’aspetto commerciale della produzione, ma sia andato alla ricerca di una espressione artistica.

Blade Runner 2049 Westville NEws Blog Peter PopkenCast

Spesso capita che pellicole acclamate siano accompagnate da un cast ragguardevole. Questo è sicuramente il caso di Blade Runner 2049. Ormai Harrison Ford non è solo conclamato, ma ha saputo affrontare il salto generazionale con un aiuto in più, rispetto ad alcuni dei suoi colleghi più o meno della stessa epoca. Avendo come base dei personaggi più longevi, e fantasiosi, rispetto ad altre icone degli ’80s, ha avuto modo di cavalcare una seconda grande onda di successo, rispetto ad altri (ad esempio Kevin Costner). Ma la sua interpretazione in Blad Runner 2049 ci basta? Sicuramente è stata magistrale, ma ci sarebbe piaciuto avere il suo sguardo torvo qualche minuto in più sullo schermo, in un film che dura ben 2 ore e 44 minuti.

Lo stesso ragionamento, preso da un’altra angolazione, lo dobbiamo fare su Jared Leto. Il poliedrico artista ha già dato diverse prove delle sue capacità d’attore, una fra tutte in Dallas Buyers Club. Ma la presenza di Leto è davvero ridotta, limitata a poche scene, troppo sintetiche. Rimane il dispiacere di aver goduto poco della sua recitazione, in un personaggio che poteva anche calzare a pennello, se solo ci fosse stato il tempo di dimostrarlo. In generale è stato difficile legare alla storia Niander Wallace, il personaggio di Leto, che è sembrato un pretesto per raccontare una parte di trama non detta, che a figurare come un vero e proprio villain.

La maggior parte della trama è giustamente legata al personaggio di Ryan Gosling, ma talvolta il personaggio stesso sembra slegato dalla storia principale. Si percepisce che ci sono due indagini, la prima riguarda gli ultimi modelli di nexus, ancora in circolazione, la seconda quella interiore del personaggio. L’agente K, il protagonista, è alla ricerca di una sua identità, essendo esso stesso un replicante, che da la caccia ai vecchi replicanti da eliminare. Ma talvolta si perde la bussola, e si fatica a capire se l’indagine privata e introspettiva dell’agente K sia il pretesto per allungare il film, o sia effettivamente l’argomento principale, relegando l’antagonista a poche scene, giusto per dare qualche spiegazione di una trama già complessa di suo. Il volto più presente sullo schermo è sicuramente quello di Gosling, che come attore drammatico è attualmente una delle migliori proposte del cinema mondiale. La sua interpretazione è magistrale e sapiente, e supera la difficoltà del recitare in una pellicola che è sapientemente alla stregua di un film muto. Tuttavia sembra anche Gosling messo nella situazione di non poter esprimere al 100% il suo potenziale, relegato in un personaggio che interagisce poco col mondo circostante.

Una nota di merito va al Wrestler Dave Bautista, che meritevole di avere delle ottime doti da attore, da prova di essere all’altezza di un personaggio chiave.

Qui potete ascoltare un’intervista di Wired ai due attori i cui volti hanno caratterizzato questo franchise di successo.

Produzione

Tutto il comparto tecnico del film ha dato prova di essere ineccepibile. La fotografia è molto curata, ma non così maniacale da risultare cervellotica. Il punto forte è decisamente la concept art della pellicola, che riesce a prendere l’originale Blade Runner, e proiettarlo trentanni avanti nel futuro. Anche la regia di Villeneuve si dimostra solida, e riesce a riempire bene alcuni momenti meno interessanti ai fini della storia. La produzione di Ridley Scott si afferma come vincente, e porta a casa un successo che forse dovrebbe rimanere intoccato, anche con i suoi difetti. Ma come tutte le opere di fantascienza – e non solo – che si rispettano, si sente la necessità di espandere l’universo in cui le storie sono contenute.

La Warner Bros, in collaborazione con Denis Villeneuve, hanno chiesto ad alcuni filmmakers di girare tre cortometraggi che accompagnassero lo spettatore dal 2019 al 2049, mostrando alcuni fatti citati nel film.

Il primo è stato scritto e diretto dall’animatore giapponese Shinichiro Watanabe, già ferrato sul tema della fantascienza grazie alla sua opera più famosa: Cowboy Bebop. La storia animata introduce gli avvenimenti del 2022 che porteranno al bando di tutti i modelli Nexus, dopo il fallimento della Tyrell Corporation.

Il secondo cortometraggio viene diretto da Luke Scott. Il filmmaker inglese ci porta nel 2036 durante l’ascesa di Niander Wallace, che dopo anni dal Blackout vuole riportare in auge i Nexus, con una sua particolare visione. In questo corto esce tutto il potenziale di Leto, nel personaggio di Wallace, che pur restando fermo su una sedia, e parlando pacificamente, riesce a inquietare e spaventare interlocutori e pubblico.

Il terzo e ultimo cortometraggio è stato diretto sempre da Luke Scott, già impiegato in altri titoli diretti o prodotti da Ridley Scott. Il corto vede come protagonista Sapper Morton, che comparirà poi anche nel film, interpretato magistralmente da un sempre più sorprendete Dave Bautista (ex Wrestler). La storia è ambientata un anno prima dell’inizio del film, e spiega come il replicante sia stato trovato dall’agente K.

Piccola curiosità: il detective Ronald Prima di Westville è proprio basato sulla drammaticità dei ruoli di Ryan Gosling. 

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