Jessica Jones 2 – la vera svolta neo noir della serie Marvel-Netflix

Jessica Jones 2 è “semplicemente” avvincente.

Sembra vago e poco incisivo come commento, ma è davvero il punto. Con la quantità di prodotti per lo streaming che attualmente vengono sfornati, sempre più spesso s’incappa in storie inconcludenti. Le serie vengono tagliate a metà senza vergogna. Molte sono anche le serie carenti di minuzia nell’intreccio. Con questa seconda stagione, Marvel e Netflix danno un altro giro alla vite. Si dimostrano entrambe preparate a prendere l’eredità della prima stagione, e ampliare l’universo dei Defenders.

Il punto è che Jessica Jones 2 si distacca in parte dal filtro patinato del cinecomic. Ma è un prodotto che va analizzato sotto diversi punti di vista. Insomma, una seconda stagione che si avvicina maggiormente all’immaginario noir moderno.

Krysten Ritter

Krysten Ritter il grande fuoco Jessica Johnes 2 Westville News

La copertina del romanzo

Questa volta dobbiamo spendere una parola in più sull’attrice protagonista. Rispetto all’articolo che parlava della prima serie, qualcosa di significativo è successo nella vita della Ritter. Nel mese di Marzo di quest’anno infatti è stato pubblicato Il grande fuoco. Edito da Sperling & Kupfer il romanzo di Krysten Ritter – che non abbiamo ancora letto – si presenta come un intricato triller, con diverse sfumature, dal giallo al nero, passando per il drama psicologico e legale.
Promettendo di leggerlo al più presto, non possiamo che essere contenti che una giovane attrice, produttrice, doppiatrice carismatica e talentuosa abbia da offrire la sua creatività anche nel campo della scrittura.

Jessica Jones 2 è un Noir

Si, lo è. Il background della serie è un voluto cliché nel quale l’intreccio viene sapientemente adattato. Krysten Ritter torna magistralmente nella parte della detective privata Jessica, approfondendo un personaggio che già nella prima serie aveva dimostrato spessore. Da vittima di abusi, a solitaria e problematica professionista alla ricerca del suo passato. Se affogare l’amarezza della propria vita nel whiskey è il più antico e classico dei leitmotive del cinema e della letteratura noir, l’intreccio della serie dimostra più modernità e attualità. Va detto che sono molti i personaggi che girano attorno alla vicenda principale, e quindi sono davvero innumerevoli le tematiche proposte. Il lato noir del prodotto non è solo nel personaggio di Jessica, ma nella violenza con cui vengono proposti spunti di riflessione delicati: dalla fiducia alla malattia, dall’abuso all’omicidio. Il tutto perfettamente inserito in un contesto attuale e urbano.
Se la Ritter dimostra di conoscere – e apprezzare – il lato noir di questa serie, la produzione non lascia certo al caso i riferimenti a certe tematiche.

Jessica Jones 2Femminismo o provocazione? 

Come nella prima serie, la maggior parte delle persone impiegate nella produzione di questa serie sono donne. Se nella prima serie era palese questa componente, nella seconda lo è ancor di più tanto da arrivare a risultare quasi una provocazione. Poteva essere un disastro, da marchetta, per attirare più pubblico femminile verso il mondo Marvel. Invece il risultato è convincente e profondo. Indice del fatto che la Rosenberg come ideatrice e showrunner del programma è abile nel bilanciare elementi della storia con critiche sociali a un mondo evidentemente maschilista e fallocratico. Il risultato è una commistione piacevole di spunti di riflessione e scene avvincenti. Non tutte le donne della serie sono personaggi positivi. Anzi, la stessa Jessica, malgrado sia vittima essa stessa degli episodi sgradevoli che la vita ci propone (morte di familiari, disagio, tragedie giovanili, ecc.) è un cattivo esempio. Alcuni personaggi sono mossi da buoni ideali, ma vanno contro l’abitudinaria morale Marvel: non uccidere. Se a farlo è un personaggio che siamo abituati a considerarlo nella fazione dei buoni, il messaggio risulta ambiguo, e lascia spazio allo spettatore di ragionare sull’argomento. Ottimo lavoro!

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Accoglienza è critica

Con una media positiva, la seconda stagione non riesce comunque ad eguagliare il successo della prima. Statisticamente è quasi matematico.

Jessica Jones 2 criticaQuello che mi fa specie è leggere alcune voci autorevoli, come la CNN criticare la serie per la lentezza. Lo stesso autore dell’articolo ammette l’appeal noir della serie, ma lamenta una mancanza di ritmo nella vicenda. Davvero bizzarra l’idea di cercare ritmo e azione in un prodotto noir, quando la cosa che più ci interessa è vivere una continua sensazione di disagio. Essere colpiti dai dialoghi, dalle immagini, anche statiche e ricercare una forma di denuncia, più che di muscoli, effetti speciali e ritmo. La seconda stagione di Jessica Jones racconta una storia di disagio e difficoltà. I rapporti tra i personaggi sono mutevoli. Amici che diventano nemici, alleanze improbabili e cambi di posizione repentini. Il ritmo c’è, ma in un altro senso.

Jassica Jones 2 e la musica

Questa seconda stagione ha visto Sean Callery riconfermarsi giustamente alle musiche e all’audio. Se il lavoro sulla prima stagione era stato ottimo, in questa seconda Callery pesca sapientemente le atmosfere dai classici del cinema. Nelle musiche di Jessica Jones 2 c’è il jazz di genere, miscelate all’arte del compositore americano, abile a ricreare suoni ed effetti con articolate lavorazioni digitali. Una chicca piacevole che completa un ottimo prodotto.

Vittorio Bottini

Il bar delle grandi speranze: speranza nell’umanità

Il bar delle grandi speranze è vita

Voglio fare una premessa. Questo non è un articolo scritto per il SEO, o una recensione dell’ultimo romanzo letto, una ruffianata marchettara e nemmeno un canonico post da blog. Il mio è un tentativo disperato di scrivere l’ode per le quattrocentottantasei pagine, ringraziamenti compresi, tra le più toccanti che abbia mai letto.

Il romanzo

Il bar delle grandi speranze è un romanzo, ma è anche un resoconto dettagliato della vita di una persona qualunque, nata a ridosso di una delle aree metropolitane più popolate del mondo: lo stato di New York.
La storia comincia con il narratore che ricorda la sua infanzia. La mancanza di un padre, la presenza di una madre forte. La narrazione fa capire subito al lettore che il protagonista non è il narratore stesso, ma tutte le persone, iconici attori in una scena teatrale surreale, che gli ruotano attorno. La loro storia è il viaggio più bello che io abbia mai letto. Aggiungere altro sarebbe come uscire dallo schermo e spaccarvi la faccia. Rovinarvi la sorpresa di leggere questo romanzo equivarrebbe ad un tremendo delitto imperdonabile. Tanto varrebbe trovarvi uno ad uno e tormentarvi con metodi di tortura israeliani.

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Moehringer il bar delle grandi speranze

J.R. Moehringer

J.R. Moehringer

L’autore è un giornalista da Pulitzer, ed è proprio questo il bello. Non leggeremo di come ha vinto il Pulitzer. Non è un’auto conclamazione, non ci troviamo di fronte alla masturbazione professionale di un uomo di successo, non leggeremo quasi cinquecento pagine di “guarda come sono figo”.
Sono stato catapultato in un mondo che non conoscevo. Non sono mai stato a in quei luoghi, ma girata l’ultima pagina di romanzo mi sono accorto di essere tornato da un viaggio importante. Mi sento cambiato. Poche volte mi è successo in vita mia che un romanzo, un film, una storia riuscisse a spostare gli assi della percezione della vita, nella mia testa. Moehringer è stato uno di quelli che ce l’ha fatta. Mi ha letteralmente gettato dentro il suo mondo, mi ha fatto conoscere i suoi amici, i suoi nemici, i suoi amori, la sua famiglia, come farebbe un buon amico, senza annoiarmi con aneddoti fine a se stessi.
Moehringer si è messo a nudo, e mette a nudo anche il lettore. Ti porta in un continuo ed emotivo riscoprire te stesso attraverso la sua vita, le persone e le situazioni che hanno caratterizzato la sua esistenza.

Il senso del viaggio

Ci sono state pagine che mi hanno fatto ridere, altre mi hanno fatto piangere, altre ancora incazzare. Poi ci sono state pagine che mi hanno fatto fare tutte e tre le cose contemporaneamente.
Ma la cosa più importante è che ogni capitolo mi ha lasciato qualcosa.
Potete leggere tutti i manuali di marketing del mondo. Potete leggere tutte le biografie di Musk, di Montemagno, di qualsiasi guru filantropo di successo. Ma nessuno vi mostrerà una vita genuina, svestita da ambizioni e successi come Il bar delle grandi speranze. Questo perché siamo ormai abituati a vedere la vita come un susseguirsi di successi professionali, di tentativi di accumulare cose e denaro. In realtà questo libro può sembrare un drammatico, può sembrare un’auto biografia, può sembrare un semplice un romanzo. Un prodotto da scaffale? La speculazione macabra di una vita? Beh, non lo è! 
Il bar delle gradi speranze è un vademecum per il lettore. Non ha la pretesa di insegnarti niente, se non lo vuoi. Se sei invece disposto ad accettarli, riuscirai a scorgere un sacco di avvertimenti e di profonde e interessanti visioni della vita.

“Ciao Mamma, io vado” [sono presenti spoiler in questo paragrafo]

Questo è il tipico romanzo che uno scrittore vorrebbe aver scritto, ma non vorrebbe aver vissuto. Soprattutto per noi italiani, la visione della vita U.S.A. non è semplice da comprendere. Grandi spostamenti, grandi sfide, grandi addii. Tutto è molto più in grande, più vasto. L’abbandono della famiglia, la ricerca della stabilità, la competitività scolastica e professionale. Ma anche le possibilità. L’idea che un ragazzo in difficoltà economica possa comunque sognare di andare in una delle università più prestigiose del paese… e grazie al suo impegno riuscirci, ha dell’incredibile. Almeno per noi italiani, che siamo perlopiù abituati ad una predestinazione rigida e imposta. Per me è davvero incredibile.

Publcans il bar delle grandi speranze

Il Publicans è il bar che ha contribuito alla formazione dell’autore. Ora ristrutturato e di una proprietà diversa vive ancora nel cuore di Manhasset.

Non voglio volutamente parlare del sentimentalismo nei confronti del bar. Non voglio scrivere una recensione, o sbattere la sinossi di una vita intera, riducendola a: “si! Quel tizio ama davvero i bar”. Semplicemente non voglio. Mi limiterò a dire che sono andato a vedere le foto, a “farmi un giro” per Manhasset con Google Street View, e alla fine ho capito una cosa. Di tutto quello che ho assimilato, l’ambientazione era del tutto irrilevante. Nella mia testa il Publicans di Moehringer aveva l’aspetto e i colori del bar che frequento io, il sapore di birra e cibo erano gli stessi di quelli che ordino io. Gli odori, i rumori, insomma… avete capito.

Conclusione

Non lo metterei in cima alla lista dei miei libri preferiti per l’ottima sintassi, il lessico appropriato per ogni situazione o per l’intreccio sapientemente architettato per non annoiare mai il lettore. Non perderei nemmeno un minuto a elencare alcune delle parti migliori, o peggiori, a meno che non mi trovassi al banco del pub, pronto a lanciarmi in qualche discussione approfondita.
Lo metto in cima per il “semplice” fatto che dopo averlo chiuso, la mia vita è cambiata. Non mi ha spiegato cosa devo fare per cavarmela, come prendere più clienti, come gestire i miei soldi.
Mi ha mostrato un lato sensibile, e umano, che credevo non esistesse al mondo.
Invece c’è.
Si trova un po’ ovunque, ma sono convinto che per i meno svegli, come me, ci sia bisogno di qualcuno che venga a mostrarcelo. Si può trovare per strada, nella redazione di qualche giornale, a casa dei nonni… e anche nel più antico bar di Manhasset.

Si trova anche in luoghi che non crederemmo, specialmente in questo periodo. Come il web, e Facebook, stracolmi di opinionismo e saccenza, ma scarico di comprensione e unione. Questo è quello che scrive la stampa locale sull’autore e sul suo libro.

Voglio ringraziare davvero J.R. Moehringer, che mi fa sentire in colpa di chiamarlo per nome, e probabilmente non leggerà mai queste parole. Lo ringrazio per essere stato in grado di mostrarmi l’umanità attraverso le pagine di un romanzo, in un periodo in cui fatico a trarre qualcosa di buono dall’arte, scambiata per commercio dagli artisti stessi.

Consigli

Questo è il primo romanzo che leggo di questo autore. Mi è stato caldamente consigliato dai miei cari amici e colleghi Alberto e Ivano, verso i quali nutro la più cieca e sincera fiducia in tutto, specialmente quando si parla di libri. Fiducia ripagata appieno. Mi era stato consigliato di continuare a leggere Moehringer, compresa la biografia del tennista Andre Agassi, scritta dalla penna dello stesso autore. Dopo aver letto il bar delle grandi speranze, andrei avanti comunque, a prescindere dal loro consiglio.

Vittorio Bottini

Quasi cinque anni dopo…

Leggo tanto. A volte troppo. Considero la lettura come uno dei miei quattro grandi vizi, assieme al fumo, al bere e alla musica rock. Credo di aver letto quasi un migliaio di libri nella mia vita. Il bar delle grandi speranze soggiorna stabilmente nel podio dei miei romanzi preferiti, dal momento in cui ho finito di leggerlo per la prima volta, quasi cinque anni fa. Se sia o no il miglior romanzo che abbia mai letto, non è questa la sede per discuterne. Per questo potete sempre farmi un fischio, tanto il modo di contattarmi è facile da trovare. Quello che è importante, è che Il bar delle grandi speranze è uno di quei romanzi che ti entrano nello spirito così a fondo, che non c’è verso di farli uscire. Diventano parte di te e cambiano il tuo modo di percepire il mondo. Perché quelle “speranze” contenute nello stesso titolo, non sono altro che le speranze che coltiviamo ogni giorno. Tutti noi. Nessuno escluso.

Credo di aver comprato una dozzina di copie di questo romanzo. Una per me, quasi cinque anni fa. E tutte le altre, in seguito, da regalare ad amici e parenti. E, ovviamente, a tutte le donne che ho amato.

Alberto Staiz

 

 

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Fauda: ciliegie e caos

Avete presente le ciliegie. Si, proprio loro. Quanto sono buone, e quante tipologie ne esistono dalle nostre parti. Recuperando uno tra i classici luoghi comuni che le accompagnano: una tira l’altra.
Ma non sempre è così.

Ne esiste una “variante” confinata nel nostro vicino Oriente che se “mangiata” può recare danni irreversibili, se non letali. Una ciliegia sui generis per intenderci. Si chiama Duvdevan – ciliegia in ebraico – e non è una ciliegia, bensì un’unità di combattimento che opera principalmente in Cisgiordania. Terra difficile quella, unitamente a tutta la zona che abbraccia Gerusalemme est con la Striscia di Gaza. Terra piena di contrasti e contraddizioni, terra dove il sostantivo vita troppo spesso si lega al suo, drammatico, opposto. La Sayeret Duvdevan comunemente chiamata Unità 217, agisce entro i territori comportandosi e vivendo come le comunità arabe; da qui il termine: Mista’ arvim, letteralmente, vivere come gli arabi. Il camuffamento che rispecchi gli usi e i costumi, ma anche le consuetudini e il vivere quotidiano arabo – psicologia compresa – determina la buona riuscita o meno di un’operazione.

Fauda: caos

In questo contesto, riproponendo alla lettera il modus vivendi delle unità operative sul campo, e delle comunità arabe, nasce il tentativo – riuscito – di creare una serie televisiva israeliana che originariamente venne trasmessa sul canale Yes Oh, nel 2015, per poi confluire su Netflix a partire dal 2016: Fauda, che altro non significa che: caos. Non aspettatevi, come il famoso jingle pubblicitario del secolo scorso recitava: Effetti speciali. Nessuna sorpresa da questo versante: niente Daredevil o The Punisher di varia e dubbia natura. Quella di Fauda è la realtà che quotidianamente si vive, che spesso si sopporta, che sempre si accetta. Quella di Fauda è la storia di Doron membro di una unità Duvdevan, ripreso sul campo d’azione nell’intento di contrastare e porre fine alle iniziative di un terrorista e combattente di Hamas: Taofky Hamed.

Nella seconda stagione da pochi giorni su Netflix, gli avvenimenti cambieranno, come logica di copione necessita. Ma questo dualismo, questa contrapposizione, si riproporrà sotto altri termini. Due storie che corrono in parallelo. Due uomini sul filo perenne dell’incertezza. Due vite sempre pronte e coscienti che tutto, in un attimo, può venire meno. Dietro la macchina da presa Assaf Bernstein è bravo a lasciare nell’incertezza lo spettatore ed empatico nel saper gestire al meglio le emozioni dei protagonisti. A coadiuvarlo, i due creatori della serie: Lior Raz – Doron nella serie – e Avi Issacharoff .

Il caos rappresentato con abile maestria è figlio diretto di decenni di rivolte. Anni di incomprensioni, di odio, di rappresaglie e bombardamenti. Di tentativi di pace, subito o quasi, delegittimati da azioni terroristiche e innalzamenti di muri. L’impossibilità di arrivare a giusti compromessi, o quantomeno, di provarci. Fauda è anche questo tentativo: provare una nuova via. Vi sono “aperture” insperate, seppur, concedetemelo, su piani sentimentali e affettivi.

Il cast di Fauda

Niente spoiler

Senza troppo esporre – tradotto: niente spoiler – sceneggiatura e regia lasciano, seppur marginalmente, intravvedere questo, forse, ultimo disperato tentativo. Un dialogo necessario come il pane. Indispensabile come l’acqua.
Non ci sono vincitori, in Fauda.
E neppure vinti.

Chi rivendica la propria Terra, chi invece, vorrebbe riottenerla. Un contrasto che , come si diceva, ha origini lontane: dal 1948 ad oggi Israele e Palestina hanno inanellato una lunga, estenuante scia di sangue. Intellettuali arabi ed israeliani, società civile, giornalisti: in molti si sono prodigati – e si stanno prodigando – per ricucire questo enorme strappo.

Penso ad Edward Said scomparso nel 2003, a David Grossman e Amos Oz . E ancora, Amin Maalouf, Boualem Sansal. Emblematico poi l’esempio di Ali Salem, scrittore satirico egiziano: fece un viaggio in Israele per un tentativo, parole sue, di sradicare l’odio. Scrittori che hanno analizzato con assoluta obiettività e precisione la situazione, considerando anche e soprattutto, il punto di vista e le opinioni altrui. Il loro tentativo di trovare una riappacificazione però rimane spesso e volentieri isolato.

Quale futuro?

E allora il futuro di quelle terre rimane avvolto in una nebbia densa e misteriosa. Emblematica l’intervista rilasciata da una donna israeliana riguardo ai suoi due figli che raggiungono la scuola su autobus diversi. Fauda mette a nudo tutti gli aspetti del come si cerchi di sopravvivere in quei territori. Non giudica Fauda. Semplicemente, descrive senza mezzi termini, con un resoconto freddo e tagliente, le difficoltà che si verificano a breve distanza da noi. I personaggi e le vicende raccontate sono il perfetto specchio che, in misura minore, siamo costretti a vivere anche alle nostre latitudini: un esemplare, obiettivo, spietato racconto del caos che ci circonda.

Il suggerimento che mi permetto di darvi è di immergervi nelle due stagioni con imparzialità assoluta. Di lasciarvi coinvolgere da quelle che non sono “avventure” di supereroi; anzi qui si tratta esattamente del contrario. Come dicevo, niente effetti speciali, ma dura e cruda realtà. Valutare Fauda con un mero numero è riduttivo. La sceneggiatura è spartana. Direi quasi essenziale e limitata. Asciutta. Non cercate “pièce teatrali” di prim’ordine. Non ne troverete, e tutto sommato, non ve n’è necessità alcuna. Fauda rimane un documento trasposto in una serie televisiva. Una cronaca di fatti contemporanei in una variante fiction. Niente è lasciato al Caso in Fauda, ma è tutto nelle mani del Caos.

Consigli di lettura

In ultimo, mi permetto di aggiungere come postilla finale alcuni volumi consultati: sia chiaro, la produzione letteraria è vasta e infinita, ma alcuni libri esemplificativi e di chiara e cristallina consultazione potrebbero rendere più agevole un eventuale approfondimento.

Alain Gresh, Israele, Palestina. La verità su un conflitto, Einaudi

Michael Bar-Zohar Nissim Mishal, Mossad, Feltrinelli

James Gelvin, Il conflitto israelo-palestinese. Cent’anni di guerre, Einaudi

Aaron Cohen, Fratelli guerrieri, Tea

L’espresso Nr.21 del 20 maggio 2018, Gaza brucia

Amos Oz, Contro il fanatismo, Universale Economica Feltrinelli

 

Come narrativa consiglio vivamente questi tre meravigliosi e intensi volumi:

David Grossman, Qualcuno con cui correre, Oscar Mondadori

Eshkol Nevo, La simmetria dei desideri, Beat bestseller

Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, Universale Economica Feltrinelli

Per chi vive a Milano e dintorni, potete reperire questi libri, e discuterne insieme a me, presso:

Libreria Il Domani
Piazzale Luigi Cadorna, 9, 20123 Milano MI – Più Info

I suddetti sono reperibili anche online:

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Elliott Chaze, La fine di Wettermark: riscoprire i classici

Elliot Chaze fa parte di quel nutrito gruppo di scrittori che – si veda l’incredibile caso di Richard Yates – per le più svariate e incomprensibili ragioni, sono stati dimenticati sia dal pubblico che dalla critica. Per fortuna, a volte capita che questi autori vengano riscoperti e ripubblicati, facendo loro guadagnare l’attenzione che meritano.

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Elliott Chaze

Chaze Wettermark

Elliott Chaze

Questo è quello che sta accadendo con Elliot Chaze (1915-1990), un autentico maestro del noir letterario, ingiustamente dimenticato dalla critica e dal pubblico. Autore di una decina di romanzi, giornalista, paracadutista durante la Seconda Guerra Mondiale, Chaze si è ritagliato un piccolo spazio nella storia del noir. I suoi romanzi non sono polizieschi al 100%. Possono essere definiti come noir letterari. Al di là dell’intreccio, semplice e lontano anni luce dai complessi meccanismi ricchi di colpi di scena propri del noir più recente, i libri di Chaze brillano per una prosa elegante, efficace, colta ma mai sopra le righe. Grande spazio alle sapienti descrizioni dei setting e dei personaggi minori, pennellati con maestria da uno scrittore che fa dello stile asciutto ma brillante il suo marchio di fabbrica.

Dopo Il mio angelo ha le ali nere, è da poche settimane comparso sugli scaffali delle librerie anche La fine di Wettermark, un autentico manifesto delle capacità narrative di questo scrittore sconosciuto al grande pubblico.

La fine di Wettermark

La fine di Wettermark è il secondo romanzo di Elliot Chaze pubblicato in Italia dalla editrice Mattioli 1885. Cliff Wettermark è un uomo medio, nel vero senso della parola. Un antieroe. Un uomo comune, con tutti i suoi pregi e difetti. Romanziere fallito, giornalista licenziato malamente dall’Associated Press prima e dal Times-Picayune poi, Wettermark campa con una collaborazione per il piccolo giornale della cittadina di Catherine, Mississippi.

Un vita frustrante e senza stimoli quella del protagonista. Un debito di 400 dollari con la banca; la moglieWettermark Margaret bisognosa di cure dentarie e un lavoro senza sbocchi, ne stimoli. Un matrimonio, quello tra Cliff e Margaret, che si trascina stancamente giorno dopo giorno senza la felicità dei primi anni, alimentato solo dalla consuetudine e dalla paura di rimanere soli.

Il punto di svolta arriva nel momento in cui Wettermark scrive per il giornale di una insolita rapina avvenuta in una banca locale. Un furto quasi improvvisato, apparentemente semplice e senza spargimenti di sangue, il cui colpevole sembra volatilizzato nel nulla. Wettermark riflette sull’accaduto e, come mosso da una forza implacabile, decide di organizzare una rapina per poter finalmente sanare i suoi problemi economici.

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Ironico, tragico, disilluso: un must read

La fine di Wettermark rappresenta un manifesto assoluto del buon scrivere. La prosa di Chaze è elegante, colta ma mai ridondante. In defintiva molto efficace. Il romanzo, la cui trama è indubbiamente semplice, alterna ironia, scetticismo, disillusione nichilista a speranza, tensione e azione. Una sapiente mescola di elementi molto diversi tra loro, ma perfettamente amalgamati. La fine di Wettermark (datato 1969) può essere definito come un noir-non noir. Noir per la tematica di fondo, le parti ricche di tensione, e l’incalzare dell’intreccio. Non-noir per la forte componente narrativa e sociale presente nelle sue pagine e per lo stile di scrittura di Chaze, raffinato ed efficace, al pari di tanti scrittori molto più blasonati. La fine di Wettermark rappresenta un classico da riscoprire senza se e senza ma. In defintiva, un must read.

Starsene da soli è una faccenda delicata, l’intimità va calibrata in modo così fragile che – anche se uno l’ha desiderata – quando ne hai anche appena un poco di più di quello che ti serve, non è più affatto intimità. Non è più un lusso. Diventa solitudine, e la solitudine non è in alcun modo simile all’intimità, sebbene l’una e l’altra siano fatte della stessa sostanza.” (Elliott Chaze)

Il soggetto del tuo romanzo: consigli per creare un prodotto

Se hai scritto un romanzo, o hai pensato ad un buon soggetto per esso, sicuramente ti è capitato di chiederti: sarà un buon soggetto?
In accordo con la definizione di “soggetto”, s’intende ovviamente la storia, completa di personaggi, settings e dinamiche.

Lo stesso ragionamento lo devi conseguentemente fare con il tuo personaggio principale. Le domande che puoi porti sono molteplici. Quello che leggerai qui di seguito è rivolto a chi sta meditando la stesura e la pubblicazione di un proprio soggetto, nell’interesse di trovare un compromesso soddisfacente tra prodotto artistico e prodotto vendibile. Continua a leggere per scoprire qualche trucchetto.

Il Protagonista

In questo ragionamento che voglio fare con te, cerca di considerare solo i romanzi che hanno lo scopo di diventare un prodotto da scaffale. Il tempo che passi a ricercare il soggetto giusto non è indifferente. Ogni scrittore, o aspirante tale ha un metodo, e non ne esistono di giusti sbagliati, veloci o lenti. I processi mentali che portano un soggetto ideale ad essere reale sono infiniti.

Il tuo protagonista deve incastrarsi nel tessuto sociale di riferimento. Se decidi di inserire il tuo soggetto in un contesto odierno, sappi che non è un lavoro semplice. Non puoi non considerare le variabili sociali, e le tematiche che smuovono le più accese polemiche, dal bar del paese ai vertici dei governi mondiali. La religione, l’emancipazione, l’omosessualità, e molti altri argomenti di attualità, che possono inficiare il prodotto, se non vengono inseriti sapientemente. Il lavoro alle spalle di questo perfezionamento non è indifferente, e può portare alla dilatazione inevitabile delle tempistiche, costringendoti a rivedere anche in parte, o totalmente, il tuo soggetto.

“Ma quindi se il mio protagonista vive nel passato, non avrò di questi problemi?” 

In un certo senso è anche peggio. Se quei tempi li hai vissuti, tanto meglio. Per la famosa regola del “scrivi ciò che conosci” sarai sicuramente avvantaggiato. Ma non dimenticare che, se hai deciso di vendere il tuo prodotto, deve mantenere un’appeal il più possibile generico. Prendiamo ad esempio un protagonista che si muove nel tessuto sociale dell’america coloniale. Come trattare alcune tematiche oggi controverse, ma accettate allora, come ad esempio il razzismo e la schiavitù? Di certo non puoi permetterti di descrivere il tuo protagonista come uno schiavista che considera la razza afroamericana inferiore a quella inglese. Esistono degli escamotage, come ad esempio

“Il mio protagonista dev’essere politically correct?

Assolutamente no! Ma se decidi di sfoderare il tuo lato più contorto, aggressivo, decadente e dotato di Black Humor, sappi che l’impegno sarà drasticamente superiore. Devi essere sicuro di ledere il meno possibile la sensibilità dei tuoi lettori. Oppure sapere in che modo e quantità colpirli nel profondo, per spingerli a una riflessione introspettiva.

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Il Soggetto del tuo romanzo

La tua storia è avvincente? Riesce a tenere sempre il ritmo? Sa fare presa sul lettore, e spingerlo a girare una pagina dopo l’altra fino alla brillante soluzione finale?

Ovviamente queste sono domande che si pongono tutti gli scrittori (non solo alle prime armi). Far leggere il manoscritto a qualcuno, prima di proporlo a case editrici e agenzie letterarie è sicuramente un passo fondamentale, da non trascurare. Scegli attentamente il campione a cui consegnare in anteprima la tua storia. Devono essere persone fidate, a cui poter chiedere serietà e onestà intellettuale, ma soprattutto celerità in cambio di una semplice lettura in anteprima. Devi essere sicuro di individuare dei lettori capaci di darti delle indicazioni valevoli. Consiglio di sceglierli in base a due fattori: genere e abitudini letterarie. 

Genere

I componenti chimici di una buona storia sono – tra gli altri – la creatività e la passione. Questi due elementi sono in parte i “responsabili” della scelta quasi obbligata del genere. Scrivere un romanzo di genere vuol dire limitare automaticamente il proprio pubblico, in favore però di un’affezione più preponderante di chi quel genere “se lo mangia a colazione”. Quel che che ti può aiutare è cercare di imbastardire sapientemente il tuo soggetto. In un romanzo di fantascienza possono essere introdotti argomenti thriller o noir, così come in un romanzo d’avventura è semplice inserire degli elementi rosa, e così via.
Assicurati però che i tuoi elementi di contorno non siano mai preponderanti sul genere, o finirai per essere “bocciato” dai puristi di genere. Questi ultimi sono sicuramente una fetta di pubblico non trascurabile, meritevoli di mantenere in alto nomi illustri di un certo panorama. D’altra parte i puristi sono sicuramente in numero inferiore, e il prodotto potrebbe non generare i risultati agognati, se ci si limita a rivolgersi solo a loro. Quindi è bene che tu conosca i canoni e la storia del genere letterario in cui ti stai immergendo. Per darti un’idea ti consiglio la lettura di Poliziesco, hard-boiled, noir, thriller: l’evoluzione del giallo nella storia della letteratura e di Genesi di un romanzo noir, uno sguardo al genere. Puoi farti un’idea di quanto sia complesso incastrare il soggetto del tuo romanzo, nei canoni di un genere. Continua a leggere più sotto i nostri consigli.



Abitudini letterarie

Non soffermarti sul sesso, siamo nel 2018, e i preconcetti maschio e femmina sono di gran lunga superati, per fortuna! Se vuoi creare un prodotto vendibile il tuo pubblico di riferimento ideale non ha sesso. Il soggetto del tuo romanzo riesce a catturare l’attenzione di tutti gli appassionati perché insite nella storia ci sono tematiche e situazioni congeniali alla maggioranza dei lettori. Se togliamo il pubblico dell’infanzia, a cui l’editoria si rivolge con un sotto-settore e svariate collane specifiche, rimane una leggera distinzione tra le fasce di lettori, dove i più giovani, a dispetto di quanto molti dicono, leggono più di tutti. Lo sappiamo grazie all’ISTAT con questa indagine effettuata in occasione della giornata mondiale del libroSoggetto del tuo romanzo unesco
Comunque è un dato di fatto che i millenials, grazie anche ad un uso smodato di internet, leggono molto più delle generazioni passate. Anche se qui sforiamo un po’ dal seminato. Bisognerebbe fare una parentesi gargantuesca sul mondo editoriale. Per ora torniamo a pensare al nostro soggetto.

Scegli con attenzione il lettore, perché il suo giudizio dev’essere indicativo per il pubblico a cui volete rivolgervi. La domanda che devi porti infatti non è “a chi potrebbe piacere la mia storia?” ma “a chi si rivolge la mia storia?“. Una differenza davvero abissale, specie nell’aggressività intrinseca della domanda. Non risparmiarti di tornare indietro e rivedere l’intero soggetto, se ritieni che la tua storia non abbia un punto di riferimento tra il pubblico.

La location invece ha un valore preponderante. Molte persone sono legate al preconcetto dell’ambientazione. Spesso succede, soprattutto nei generi più tecnici, come i legal thriller, che il lettore si inibisca, e sia portato a snobbare un soggetto ambientato in un luogo diverso dal suo setting ideale. Innanzitutto devi conoscere perfettamente i meccanismi che regolano gli ambienti professionali e istituzionali che stai descrivendo. Fortunatamente, anche per questo caso, siamo nel 2018, e per raggiungere le informazioni necessarie serve solo tanta pazienza, una connessione a internet e un pc (o smartphone). Serve anche quella capacità giornalistica di indagare la verità, filtrare informazioni corrette, nella marea di baggianate della rete, e cercare i contatti giusti a cui chiedere l’impensabile. Non è facile, non è veloce e spesso e frustrante, oltre che estenuante. Ma se vuoi trasformare un tomo di carta in un prodotto vendibile, ti consiglio di prendere molto seriamente questa attività preparatoria. Questo non vuol dire scrivere un romanzo procedurale, ma anche per inventare la più assurda delle storie d’azione bisogna conoscere le regole. Avere la conoscenza del background in cui si muovono protagonisti e personaggi secondari da la sicurezza allo scrittore di poter infrangere determinate regole, senza scadere nell’assurdo. Inoltre fornisce materiale per meravigliare il pubblico con chicche e aneddoti davvero degne di nota. Non dimentichiamo infine i nostri amati puristi, che apprezzeranno sicuramente gli escamotage per raggirare regole di cui magari sono profondi conoscitori.

Nei polizieschi questa preferenza di setting è davvero forte. Qualcuno preferisce le storie poliziesche italiane, altri invece riescono a leggere solo quelle ambientate al nord Europa o negli States. Ogni storia ha il suo fascino, ma è innegabile che uno scrittore, prima di essere tale, è un lettore. Come tale anche tu avrai delle preferenze, e sicuramente devi ascoltarle, perché dalle parole che scriverai verrà fuori tutta la tua passione. Ma non è solo una questione di fascino. Se nella tua storia sono presenti tecnicismi legati al luogo in cui è ambientato, assicurati di conoscerli, e di sapere come infrangere i dogmi della burocrazia.

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Il compito più difficile

Quando avrai affrontato tutto ciò, e avrai superato il giudizio dei tuoi fidati tester, sarai pronto per scontrarti con la dura realtà. Trovare un editore, o affidarti alla giusta agenzia letteraria, e promuovere il soggetto del tuo romanzo. Ma questa è tutta un’altra storia, e conta poco, se non avrai preparato il tuo prodotto ad essere vendibile.

 

Il caso Kellan, un noir di Franco Vanni

Il caso Kellan è un romanzo noir di fresca pubblicazione per Baldini & Castoldi (323 pp., 17 euro). L’autore, Franco Vanni, è un cronista giudiziario di Repubblica, che nel 2015 ha pubblicato Il clima ideale, suo primo romanzo. Uno scrittore ancora giovane, ma intraprendente e talentuoso, che ha saputo sfornare un ottimo noir che nulla ha da invidare a pubblicazioni di autori più blasonati.

Steno Molteni

L’accattivante protagonista de Il caso Kellan è Steno Molteni, un ventiseienne giornalista di cronaca nera per il settimanale “La Notte”. Donnaiolo e amante del buon bere, Steno guida una Maserati Ghibli del ’70 e vive nella stanza 301 dell’Albergo Villa Garibaldi, dove lavora come barman serale alle dipendenze del serafico signor Barzini. Una telefonata di Scimmia, amico e poliziotto della squadra mobile, informa Steno dell’uccisione di Kellan Armstrong, giovane figlio del console americano. Un delitto in apparenza misterioso, che tuttavia affonda le sue radici nell’ambiente degli incontri gay. Steno si mette sulle tracce degli “Spazzini”, una ignota banda di giovani omofobi che aggrediscono gli omosessuali nei luoghi scelti per i loro incontri.

KellanPolizia e servizi segreti sulle tracce di Kellan

Mentre Steno prosegue le sue indagini, la narrazione si sposta sulle ricerche effettuate dalla polizia, impegnata nella difficile soluzione del caso, capeggiata dall’agguerrito pubblico ministero Maria Cristina Tajani. Nello stesso tempo, il padre di Kellan si affida all’esperienza dell’amico Han, cuoco vietnamita al soldo della Cia. L’obbiettivo è scoprire la verità sull’uccisone del figlio, presentando all’opinione pubblica ancora ignara del delitto, una versione dei fatti che non infanghi la memoria di Kellan e di conseguenza non intacchi la carriera politica del padre.

Mistero e intrighi a Milano

Vanni confeziona un ottimo noir che affonda le sue radici nei classici del genere, e si sviluppa con originalità e verosimiglianza. La tradizione del noir metropolitano milanese (Scerbanenco su tutti) è presente nella penna di Vanni, che riesce nell impresa di non risultare “provinciale” o poco originale. L’intreccio del romanzo è ben costruito e i personaggi, nessuno escluso, sono molto ben caratterizzati: da Scimmia, alla dura Tajani, fino al mendicante Alberto, che tutte le notti si occupa di sorvegliare a vista la Maserati di Steno. Spicca su tutti il protagonista Steno. Giovane, determinato e intraprendente, con quel pizzico di insolito che lo rende ancor più affascinante. Un personaggio che ha tutte le carte in regola per poter diventare seriale.

Nota di merito anche per l’ambientazione. Una Milano cupa, sommersa dalla neve, (Jo Nesbo insegna), in perenne bilico tra il marciume dei bassifondi e lo splendore dell’alta società ricca e viziata.

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Noir milanese in salute

Franco Vanni dimostra, con Il caso Kellan, che la scena noir italiana è in ottima salute, potendo contare non solo sui grandi nomi ma anche su una folta schiera di giovani autori capaci e intraprendenti. Autori che hanno imparato la lezione alla perfezione e hanno le carte in regola per proseguire sulla strada tracciata dai grandi di questo genere.



Jim Carrey ritorna sul grande schermo con Dark Crimes

L’attore canadese Jim Carrey ha fatto spesso parlare di sé negli ultimi tempi. Purtroppo spesso il gossip, e a volte la cronaca, lo ha visto nelle parti dell’uomo con un lato oscuro, freddo e

Jim Carrey Dark Crimes

Jim Carrey mentre porta la bara della sua ex fidanzata Cathriona White. Leggi qui

tormentato. La carriera di Jim Carrey è a dir poco invidiabile, ma la vita privata parrebbe essere un po’ tormentata. Dopo la morte dell’ex fidanzata, e il suo proscioglimento da tutte le accuse di coinvolgimento nel suicidio della povera modella, la faccia di Jim è stata sempre meno associata a una risata ben distesa. Questa è proprio la prima sensazione che si ha, guardando il trailer di Dark Crimes, e il volto di Jim.
Non da meno sono i suoi post su Twitter. Il comico si è sempre più spesso lanciato in sfottò verso altre celebrità, con la sua passione per il disegno. Mentre molti fan non hanno apprezzato questo suo lato bizzarro, altri gli sono rimasti vicini, complice il fatto che sono cresciuti proprio con i suoi migliori successi (The Truman Show, The Mask, Ace Ventura). Come molti altri volti del cinema internazionale, anche Jim Carrey dispone ovviamente dell’accesso a situazioni molto agiate negli Stati Uniti, e per questo a volte, lui come altri, si trova a spalleggiare alcune idee bizzarre, come l’antivaccinismo e via dicendo.

Abbiamo quindi il quadro di un attore poliedrico, profondo e tormentato. Un professionista che si è fatto strada tra comicità pura ed episodi tragici, tra successi planetari e celebrità estrema, ma anche rintanato nella vita privata, tra silenzi stampa, dolore ed egocentrismo sfrenato e deleterio. Un attore capace di girare cult intramontabili (Man on the Moon) e B-movie – come Scemo e più scemo 2 – che malgrado la produzione ridotta, e lo scarso apprezzamento della critica ufficiale, ha collezionato molte candidature a premi dedicati.

Ci chiediamo se riuscirà Dark Crimes a inserirsi in questa rosa, senza sprofondare tragicamente come Number 23, unica vera tragedia nell’avventura cinematografica di Jim Carrey.

Non solo comicità

Jim Carrey Dark Crimes Kaufman

Jim interpreta uno dei suoi eroi – Andy Kaufman – in Man on the Moon

Jim Carrey non è solo un comico. Più volte ha dato prova di saper interpretare ruoli che vanno oltre l’espressione buffa e la battuta semplice ma d’effetto. Forse possiamo considerare Man on the Moon come la sua più memorabile interpretazione. Questa pellicola è stata per Jim l’incredibile occasione di un artista di interpretare una sua ispirazione, nel particolare l’eclettico e incredibile Andy Kaufman. Consigliamo il documentario prodotto da Netflix proprio su questo film.

Altri titoli non comici che hanno consacrato l’attore d’oltreoceano sono stati sicuramente Eternal Sunshine of the Spotless Mind, conosciuto in Italia con l’infelice traduzione Se mi lasci ti cancello, e The Majestic.

Alla luce di tutto ciò si può credere che Dark Crimes abbia la stoffa per essere un vero e proprio capolavoro. Rimane l’incognita della produzione, nomi che sulla carta possono essere competenti, ma che non hanno mai avuto la possibilità di girare un capolavoro. Sarà questo il caso?

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Dark Crimes: Trama

Tadek (Carrey) è un detective della polizia polacca che scopre per caso delle similitudini tra un omicidio di un uomo d’affari, e un omicidio descritto in un romanzo dello scrittore Krystov Kozlow. La sua mente tetra lo porterà a scoprire qualcosa di agghiacciante.
Questo è quello che ci è dato sapere, e dobbiamo dire la verità, è forse più emozionante così, di quanto lo sarebbe avere ogni singolo dettaglio della storia.

Aspettativa

L’aspettativa è alta, visto che l’ambientazione nord-est europea promette un tono cupo e freddo. Insomma sembra proprio il tipico noir europeo volto a farci provare quella sensazione di solitudine e disagio. Citiamo casualmente Jo Nesbo.
Non da meno è il look di Jim Carrey, con quell’espressione assente di cui spesso si caratterizza, quasi a voler far credere che in tutti questi anni abbia passato il tempo a prepararsi per questo ruolo.



Bull Mountain: lo spietato sud di Brian Panowich

Il 2015 ha visto l’esordio sul mercato editoriale di Bull Mountain, opera prima dello scrittore statunitense Brian Panowich. Un sucesso immediato, che ha portato il romanzo ad essere tradotto in numerose lingue. In Italia, Bull Mountain è stato pubblicato da NN editore nel 2017.

L’autore

Brian Panowich è stato, come recita il retro di copertina, musicista itinerante per molti anni, prima di stabilirsi in Georgia con la famiglia e trovare lavoro come pompiere. Poco importa quali siano state le sue esperienze nella vita. Fin dalle prime pagine di Bull Mountain, Panowich brilla per un talento cristallino, capace di partorire un romanzo d’esordio notevole, sincero e spietato, nel quale la natura umana si esprime in tutti suoi aspetti, dai legami famigliari alla violenza più brutale.

bull mountain

Bull Mountain

Il romanzo d’esordio di Panowich ruota attorno alle vicende della famiglia Burroughs, che da decenni gestisce il traffico di whiskey e metanfetamine di Bull Mountain, impervia località della Georgia immersa nei boschi. Il capofamiglia Halford ha ereditato la gestione dell’impero finanziario dal padre. Il fratello minore Clayton ha invece voltato le spalle alla famiglia e ai suoi traffici per diventare sceriffo della contea e sposare la bellissima Kate. L’agente federale Simon Holly si mette sulle tracce della famiglia Burroughs, mosso da motivazioni che sembrano andare al di là del semplice senso del dovere. Sarà questa la miccia che scatenerà una guerra brutale fatta di tradimenti, sangue, violenza e disperazione. Fino all’insapettato e soprendente epilogo, di cui non vogliamo anticiparvi nulla.

bull mountainCome Leoni

Come Leoni riprende la storia da dove si era conclusa nel precedente volume. Clayton si sta riprendendo dalle ferite, sia fisiche che psicologiche, causate dalla guerra scatenata dall’agente federale Holly. La moglie Kate e il piccolo Eben attendono con pazienza che Clayton si ristabilisca, non senza qualche litigio e incomprensione. Nel frattempo, l’impero dei Burroughs è stato in gran parte smantellato dai federali e molti altri fuorilegge attendono il momento propizio per impossessarsi del trono di Bull Mountain rimasto vacante. Una situazione di stallo che si interrompe con l’arrivo della famiglia Viner, una banda di fuorilegge spietata e crudele, comandata da un misteriosa donna senza scrupoli. Questa volta sarà Kate a recitare il ruolo di protagonista contro la minaccia dei Viner. Seguirà un’escalation di violenza brutale, fino a una conclusione sorprendente che lascia spazio a un (probabile) proseguimento della saga della famiglia Burroughs.

Il violento sud

Bull Mountain e Come Leoni rappresentano due letture godibilissime, scorrevoli e ben scritte, che tuttavia non si identificano come semplici letture d’intrattenimento. Panowich crea un mondo pericoloso ma affascinante, immerso nei boschi della Georgia, tra distillerie clandestine, pick up rombanti, laboratori di metanfetamine e diner sudici e desolati. Un ambiente nel quale si muovono personaggi spietati e disposti a tutto, mossi sia da una inesauribile sete di ricchezza, che da un senso della famiglia e un attacamento alla terra quasi biblico. Un mondo nel quale il confine tra giusto e sbagliato risulta sbiadito, confuso.



Tradizione e modernità

Gli echi della grande letteratura del sud degli Stati Uniti sono chiari in entrambi i romanzi, da Steinbeck e Faulkner, arrivando ai recenti Lansdale e McCarthy. Panowich ha assimilato la lezione alla perfezione, aggiungedo un tocco noir moderno, figlio della migliore tradizione del genere. Abilissimo nella costruzione dell’intreccio, Panowich organizza la narrazione con ripetuti salti temporali e flashback. Il risultato è una lettura che non lascia scampo, coinvolgente e molto potente. In una sola parola: consigliatissima!

Blade Runner: 2049. Abbiamo aspettato, ce lo aspettavamo?

Devo ammettere che per scrivere questa recensione ho dovuto lasciar passare del tempo. Trovare l’obiettività tra le varie sensazioni che lascia questa pellicola è davvero difficile. Blade Runner Harrison Ford Westville News Blog
Blade Runner, l’originale, è uno di quei film che le persone della mia generazione hanno imparato ad amare da bambini, ma hanno capito solo da grandi. Non ricordo quanti anni avessi, ma ero piccolo, troppo piccolo per capire la profondità di un neo-noir così visuale e visionario. Tuttavia ero abbastanza grande da rimanere affascinato dagli elementi distintivi. Il caos di una Los Angeles, fino a quel momento vista in film patinati e pomposi, mai denigrata così tanto. Blade Runner era affascinante e spaventoso, personaggi grotteschi, androidi, e soprattutto i volti iconici di Harrison Ford e Rutger Hauer. Ero abituato a vedere Ford sempre con aria strafottente nelle incredibili pellicole di Guerre Stellari. Oppure ero stato colpito dall’ironia divertente di Indiana Jones, nelle sue avventure. Non era stato per niente facile assimilare il cacciatore di taglie Rick Deckard, solitario e pragmatico.
Blade Runner è stato uno di quei film capaci di surclassare l’opera principale, Il cacciatore di Androidi di Philip K. Dick. Non fraintendetemi, non penso affatto che il film sia superiore al romanzo, ma sono diventati complementari. Che in una visione come quella di Dick, l’arte audio-visiva di Ridley Scott di quegli anni, ha donato quel qualcosa in più, che nessuno si aspettava?

Blade Runner 2049: finalmente un sequel

Pro che possono essere contro, e contro che possono essere pro: questo è Blade Runner 2049

Finalmente un sequel. Lo affermo, e mi piace dirlo, perché gli ultimi tempi si sono dimostrati un po’ duri per le produzioni cinematografiche. Malgrado il proliferare di film a più non posso, il comparto di sceneggiatori di Hollywood sembra davvero in crisi. Idee scarse, sviluppate male, e soprattutto reboot e remake… reboot e remake ovunque. Non c’è pace per i grandi titoli del passato, che vengono sempre più spesso ripresi, rimaneggiati, stravolti e affondati in clamorosi flop artistici e commerciali. Si prenda esempio da Atto di Forza, che malgrado lo sforzo per raggiungere un incasso accettabile non ha saputo nemmeno avvicinarsi all’originale, in termini di qualità. Robocop? un atteso reboot… che non ha raggiunto la sufficienza.
Quello che davvero è godibile di Blade Runner 2049 è proprio il modo in cui è stato trattato. Non è solo un prodotto commerciale, ma è un’opera audio visiva. Il film non è basato sugli effetti speciali, che sono comunque incredibili e affascinanti, ma si regge sul fatto che la CGI è il contorno – indispensabile – per immergere una storia, un concetto. In secondo luogo siamo di fronte a un vero e proprio sequel. Non è un reboot, non hanno eliminato parti, non hanno stravolto un universo per adattarlo commercialmente agli spettatori odierni. Il mondo di Blade Runner è sempre lo stesso, le tematiche anche. Però è anche vero che sono passati trent’anni, e le cose sono cambiate, analogamente come sono cambiate nel nostro mondo, dal 1982 ad oggi. Per cui si potrebbe pensare che il goal più riuscito sia proprio quello di aver tenuto un universo vivo, anche nel progredire delle ere, e delle ideologie fantasiose della storia originale. Come spiega lo stesso regista (Denis Villeneuve) al New York Times in questo articolo, “… Il primo film era ambientato nel 2019 e come sapete, ora non ci sono macchine volanti nel cielo. Non c’è Steve Jobs nel primo Blade Runner. Non ci sono cellulari. Quindi abbiamo creato davvero il futuro del primo Blade Runner”.
Ma quindi il lavoro dei grafici è superficiale e di poco conto? Assolutamente no! Il visual concept di Blade Runner 2049 è davvero pazzesco, e vive di arte pura. Per capire meglio la grandezza dell’idea alla base, in questo articolo, viene spiegato come Peter Popken, il concept artist di questa pellicola, abbia gradito il lavoro di alcuni architetti di uno studio italo-spagnolo. Questo fa pensare che il comparto tecnico-artistico di questo film non si sia proprio afflosciato sull’aspetto commerciale della produzione, ma sia andato alla ricerca di una espressione artistica.

Blade Runner 2049 Westville NEws Blog Peter PopkenCast

Spesso capita che pellicole acclamate siano accompagnate da un cast ragguardevole. Questo è sicuramente il caso di Blade Runner 2049. Ormai Harrison Ford non è solo conclamato, ma ha saputo affrontare il salto generazionale con un aiuto in più, rispetto ad alcuni dei suoi colleghi più o meno della stessa epoca. Avendo come base dei personaggi più longevi, e fantasiosi, rispetto ad altre icone degli ’80s, ha avuto modo di cavalcare una seconda grande onda di successo, rispetto ad altri (ad esempio Kevin Costner). Ma la sua interpretazione in Blad Runner 2049 ci basta? Sicuramente è stata magistrale, ma ci sarebbe piaciuto avere il suo sguardo torvo qualche minuto in più sullo schermo, in un film che dura ben 2 ore e 44 minuti.

Lo stesso ragionamento, preso da un’altra angolazione, lo dobbiamo fare su Jared Leto. Il poliedrico artista ha già dato diverse prove delle sue capacità d’attore, una fra tutte in Dallas Buyers Club. Ma la presenza di Leto è davvero ridotta, limitata a poche scene, troppo sintetiche. Rimane il dispiacere di aver goduto poco della sua recitazione, in un personaggio che poteva anche calzare a pennello, se solo ci fosse stato il tempo di dimostrarlo. In generale è stato difficile legare alla storia Niander Wallace, il personaggio di Leto, che è sembrato un pretesto per raccontare una parte di trama non detta, che a figurare come un vero e proprio villain.

La maggior parte della trama è giustamente legata al personaggio di Ryan Gosling, ma talvolta il personaggio stesso sembra slegato dalla storia principale. Si percepisce che ci sono due indagini, la prima riguarda gli ultimi modelli di nexus, ancora in circolazione, la seconda quella interiore del personaggio. L’agente K, il protagonista, è alla ricerca di una sua identità, essendo esso stesso un replicante, che da la caccia ai vecchi replicanti da eliminare. Ma talvolta si perde la bussola, e si fatica a capire se l’indagine privata e introspettiva dell’agente K sia il pretesto per allungare il film, o sia effettivamente l’argomento principale, relegando l’antagonista a poche scene, giusto per dare qualche spiegazione di una trama già complessa di suo. Il volto più presente sullo schermo è sicuramente quello di Gosling, che come attore drammatico è attualmente una delle migliori proposte del cinema mondiale. La sua interpretazione è magistrale e sapiente, e supera la difficoltà del recitare in una pellicola che è sapientemente alla stregua di un film muto. Tuttavia sembra anche Gosling messo nella situazione di non poter esprimere al 100% il suo potenziale, relegato in un personaggio che interagisce poco col mondo circostante.

Una nota di merito va al Wrestler Dave Bautista, che meritevole di avere delle ottime doti da attore, da prova di essere all’altezza di un personaggio chiave.

Qui potete ascoltare un’intervista di Wired ai due attori i cui volti hanno caratterizzato questo franchise di successo.

Produzione

Tutto il comparto tecnico del film ha dato prova di essere ineccepibile. La fotografia è molto curata, ma non così maniacale da risultare cervellotica. Il punto forte è decisamente la concept art della pellicola, che riesce a prendere l’originale Blade Runner, e proiettarlo trentanni avanti nel futuro. Anche la regia di Villeneuve si dimostra solida, e riesce a riempire bene alcuni momenti meno interessanti ai fini della storia. La produzione di Ridley Scott si afferma come vincente, e porta a casa un successo che forse dovrebbe rimanere intoccato, anche con i suoi difetti. Ma come tutte le opere di fantascienza – e non solo – che si rispettano, si sente la necessità di espandere l’universo in cui le storie sono contenute.

La Warner Bros, in collaborazione con Denis Villeneuve, hanno chiesto ad alcuni filmmakers di girare tre cortometraggi che accompagnassero lo spettatore dal 2019 al 2049, mostrando alcuni fatti citati nel film.

Il primo è stato scritto e diretto dall’animatore giapponese Shinichiro Watanabe, già ferrato sul tema della fantascienza grazie alla sua opera più famosa: Cowboy Bebop. La storia animata introduce gli avvenimenti del 2022 che porteranno al bando di tutti i modelli Nexus, dopo il fallimento della Tyrell Corporation.

Il secondo cortometraggio viene diretto da Luke Scott. Il filmmaker inglese ci porta nel 2036 durante l’ascesa di Niander Wallace, che dopo anni dal Blackout vuole riportare in auge i Nexus, con una sua particolare visione. In questo corto esce tutto il potenziale di Leto, nel personaggio di Wallace, che pur restando fermo su una sedia, e parlando pacificamente, riesce a inquietare e spaventare interlocutori e pubblico.

Il terzo e ultimo cortometraggio è stato diretto sempre da Luke Scott, già impiegato in altri titoli diretti o prodotti da Ridley Scott. Il corto vede come protagonista Sapper Morton, che comparirà poi anche nel film, interpretato magistralmente da un sempre più sorprendete Dave Bautista (ex Wrestler). La storia è ambientata un anno prima dell’inizio del film, e spiega come il replicante sia stato trovato dall’agente K.

Piccola curiosità: il detective Ronald Prima di Westville è proprio basato sulla drammaticità dei ruoli di Ryan Gosling. 

Ryan Gosling Blade Runner 2049 Westville news blog

Poliziesco, hard-boiled, noir, thriller: l’evoluzione del giallo nella storia della letteratura

Poliziesco, noir, neo-noir, hard-boiled, thriller. Tutti sottogeneri appartenenti a un unico grande ramo della letteratura, il giallo. Un genere florido, in salute, che può vantare moltissimi lettori in tutto il mondo. Un genere che ha ormai più di cento anni di vita e si è evoluto, è mutato, trasformandosi in molteplici forme. Oggi vogliamo fare un po’ di chiarezza. Non abbiamo la pretesa di scrivere un saggio, anzi. Lungi di noi pretendere di spiegare in un breve articolo l’evoluzione di un genere – a nostro parere e in contrasto con buona parte della critica contemporanea – complesso, autorevole e degno della stessa considerazione di forme di letteratura considerate più “nobili”.

L’idea è quella di spiegare alcune delle principali differenze tra i vari sottogeneri del giallo, con la speranza di poter aiutare i lettori nelle scelte di lettura, offrendo loro una panoramica chiara, in aggiunta a qualche consiglio di lettura. Con un occhio rivolto ovviamente a Westville, e alla sua collocazione all’interno di questa grande famiglia di sottogeneri letterari.

Il giallo

Iniziamo dalla definizione. Perchè in Italia (e solo in Italia) il poliziesco viene comunemente chiamato “Giallo”? La motivazione è semplice. Nel 1929 la Mondadori ha ideato una collana periodica di romanzi polizieschi, chiamata appunto Il Giallo Mondadori, dal colore scelto per la copertina dei volumi, il giallo appunto. In poco tempo, il termine “giallo” ha sostituito quello di “poliziesco” nella lingua italiana, per indicare un’opera letteraria (o cinematografica) che narra di fatti delittuosi e delle relative indagini ad essi connesse. Il termine è successivamente entrato anche nel gergo giornalistico per definire fatti di cronaca avvolti dal mistero.

La nascita

giallo

Edgar Allan Poe

Nonostante esistano in letteratura molti esempi di storie in cui sono presenti elementi riconducibili al giallo – ad esempio Delitto e Castigo di Dostoevskij – la nascita del genere viene comunemente fatta coincidere con la pubblicazione de I delitti della Rue Morgue. Uno spettacolare racconto, pubblicato nel 1841, nato dalla penna geniale di Edgar Allan Poe. Si tratta del primo di tre racconti in cui compare il personaggio di Auguste Dupin, nobile decaduto, ironico e brillante, che risolve casi molto complessi solamente leggendo le cronache dei delitti sui quotidiani. Un epilogo possibile grazie alle sue enormi capacità deduttive.

Dupin diventa il prototipo di investigatore “classico”, modello per il personaggio ben più celebre di Sherlock Holmes creato da Arthur Conan Doyle. Il primo romanzo in cui compare questo personaggio, Uno studio in rosso del 1887, si contende il primato di primo romanzo giallo con La pietra di luna di Wikie Collins.

L’evoluzione del giallo deduttivo

Conan Doyle ha inaugurato un modello letterario unico almeno fino agli anni ’30 del Novecento. Miss Marple e Poirot di Agatha Christie, Ellery Queen, Philo Vance di S.S. Van Dine, Nero Wolfe di Rex Stout, ricalcano le strade battute per la prima volta da Sherlock Holmes. Benestanti, investigatori non per necessità bensì più per mettere in mostra la proprie capacità intellettuali, questi personaggi appartengono al filone di giallo deduttivo. Risolvono i misteri grazie alle loro capacità intellettive fuori dal comune, che permettono loro di cogliere particolari fondamentali considerati insignificanti da una mente normale.

Poliziesco, Hard-boiled e noir

Tra poliziesco e giallo la differenza è minima, a volte trascurabile. Nel poliziesco, più che nel giallo classico, le indagini costituiscono il perno fondamentale attorno al quale ruota tutta la vicenda. Inoltre, nel poliziesco sono le forze dell’ordine o detective privati i protagonisti che si occupano della soluzione del mistero. E’ proprio in questo contesto che, negli anni ’30, nasce l’hard-boiled, termine che può essere tradotto con “duro” o “sodo”. L’hard boiled è la prima forma di giallo moderno.

giallo

Raymond Chandler (nytimes.com)

Si differenzia dal giallo classico per un aumento considerevole della violenza contenuta nell’intreccio. I protagonisti dei romanzi hard-boiled sono poliziotti o detective privati duri, solitari, rudi, forti bevitori e fumatori accaniti. Corruzione, sesso, droga, violenza, sangue e sparatorie riempiono le pagine dei romanzi hard-boiled, che si caratterizzano come molto più amari, disillusi e radicati nella società – la quale viene sempre di riflesso aspramente criticata – rispetto ai romanzi riconducibili al giallo deduttivo.

Sam Spade di Dashiell Hammett e soprattutto Philip Marlowe di Raymond Chandler sono i capostipiti di un modello di investigatore che risulta ancora attuale ai giorni nostri, fonte di ispirazione per molti autori noir contemporanei. Consigliamo vivamente la lettura de Il lungo addio, sesto romanzo della serie con protagonista Philip Marlowe: un capolavoro assoluto della letteratura, dal fascino intramontabile.

Del resto, riguardo all’influenza di Marlowe nello sviluppo del personaggio di John McCarthy di Westville, abbiamo già parlato in un articolo apparso sul blog alcuni mesi fa.

L’hard-boiled viene comunemente chiamato noir al di fuori degli Stati Uniti. Alcuni critici differenziano i due generi sottolineando la maggior suspense del noir, e una maggiore azione dell’hard boiled, più incentrato sulla figura del detective protagonista. Per comodità si può tranquillamente considerare le due definizioni come sinonimi, anche se consapevoli delle differenze tra i due generi.

I sottogeneri

A partire dal secondo dopo guerra il giallo e il poliziesco si sono scomposti in una miriade di sottogeneri dalle sfumature molto differenti. Ecco un breve un elenco dei principali sottogeneri.

  1. Noir – Assimilabile all’hard-boiled per la profonda critica delle società emanata dalla storia e dall’ambientazione, il noir vede come protagonista spesso non l’investigatore ma una potenziale vittima, o un sospettato. I protagonisti del noir presentano molto spesso una forte connotazione autodistruttiva, conseguenza della disillusione derivata dal rapportarsi con un mondo corrotto e una società marcia
  2. Noir metropolitano – La città o la metropoli diventa parte integrante della storia, fornendo non solo un setting all’interno del quale i personaggi agiscono, ma fungendo da personaggio stesso. Capiscuola del noir metropolitano sono in primis Ed McBain e James Ellroy, cui andrebbe letta per intero la tetralogia di Los Angeles (La dalia nera, Il grande nulla, L.A. Confidential, White Jazz).
  3. Noir mediterrano – Questa scuola, tipica dei paesi mediterranei, unisce l’ambientazione metropolitana con un profondo messaggio sociale. Tra gli scrittori principali di questo filone segnaliamo Jean-Claude Izzo, la cui trilogia di Fabio Montale rappresenta una lettura imprescinbile, seguito da Manuel Vazquez Montalban. Lo scrittore catalano è l’autore della fortunata e lunghissima serie di Pepe Carvalho, investigatore privato di Barcellona, di cui consigliamo la lettura de I mari del Sud e La solitudine del Manager. In Italia questa scuola è molto florida, e vanta moltissimi autori capaci e talentuosi. Carofiglio, Lucarelli e De Cataldo, solo per citarne alcuni.
  4. Neo-Noir – termine di derivazione cinematografica, ma applicabile anche alla letteratura, il neo noir si identifica come un naturale proseguimento dei temi del noir, attualizzati però in chiave moderna e quindi estremizzati. Il confine tra buoni/cattivi e giusto/sbagliato si assottiglia, e un occhio viene rivolto alle nuove tecnologie.

Il thriller

Merita un capitolo a parte il thriller, che ha nello stesso termine (dall’inglese to thrill = rabbrividire, emozionare) la sua caratteristica principale, cioè quella di mantenere un alto tasso di tensione per tutta la durata della storia. Colpi di scena, ritmo incalzante, misteri, ripetuti ostacoli sulla strada del protagonista, falsi indizi e complotti. Questi gli ingredienti principali di una ricetta di facile presa sul pubblico.

giallo

Frederick Forsyth (tg24.sky.it)

Il thriller è un genere che ha avuto una storia molto florida anche nel cinema, e come per il noir, si è scomposto in numerosissimi sottogeneri. Thriller legale (John Grisham), medico (Patricia Cornwell, Kathy Reichs), di spionaggio (John Le Carrè), politico (Frederick Forsyth), religioso/storico (Umberto Eco) tecnologico (Tom Clancy), d’azione (Robert Ludlum). Questi sono solo alcuni dei principali sottogeneri del thriller, un genere in buona salute, capace di sfornare nuovi autori e nuove trame senza mai risultare ripetitivo.

Le scuole europee

Dalla lettura di questo articolo sembrerebbe che il giallo, con tutti i sottogeneri derivati, sia in qualche modo una prerogativa dei paesi anglofoni. In realtà le scuole europee godono di una storia lunga e variegata, al pari di quelle statunitensi e inglesi. Oggi i principali paesi produttori di noir sono Italia, Francia, Spagna e i Paesi Scandinavi, capaci di sfornare negli ulitmi alcuni autori che sono diventati dei fenomeni mondiali inarrestabili. Si veda il caso Jo Nesbo. Approfondiremo le varie scuole in separata sede nelle prossime settimane in articoli dedicati. Per il momento è tutto. Buona lettura!