Colaprico e Valpreda: le indagini del maresciallo Binda in una Milano d’annata

Oggi sulle pagine di Westville News si parla di giallo ambientato a Milano, con le indagini di Pietro Binda, nata dalla mente del duo Colaprico-Valpreda.

La scuola noir italiana può ormai vantare molti decenni di tradizione. Un fiorire di autore, più o meno capaci, ha saputo posizionare il giallo Made in Italy in cima alle classifiche di vendita nostrane. Una scuola, quella italiana, in crescita e in salute, che sforna nuovi talenti ogni anno e consolida l’autorevolezza degli autori già affermati. Giorgio Scerbanenco – già analizzato nelle pagine di Westville News – è spesso considerato il padre del noir italiano. Lo scrittore che ha saputo consolidare questo genere all’interno della tradizione italiana, l’iniziatore di un filore noir metropolitano ambientato a Milano. Il capoluogo lombardo è diventato il protagonista di innumerevoli gialli. Una città pulsante, ricca di vita, dall’economia galoppante, ma anche caratterizzata da un alto tasso di criminalità e corruzione.

Nel contesto urbano di Milano si inserisce alla perfezione la serie di romanzi con protagonista l’ex maresciallo dei carabinieri Pietro Binda. Un soggetto partorito dall’insolita joint venture Piero Colaprico e Pietro Valpreda, prosecutori di una florida tradizione di noir metropolitano ambientato nel capoluogo lombardo.

Colaprico e Valpreda

Una coppia di autori forse insolita. Il primo è un celebre giornalista di Repubblica, specializzato in cronaca nera e giustizia, attivo fin dagli anni ’80. Sua l’invenzione del termine “Tangentopoli”. Parallelamente all’attività giornalistica, Colaprico vanta una robusta carriera di giallista, forte della sue conoscenze in campo giudiziario. Pietro Valpreda, ballerino e simpatizzante anarchico, è balzato agli onori della cronaca in seguito alla Strage di Piazza Fontana a Milano, di cui fu ingiustamente accusato. Scarcerato, Valpreda ha avviato una carriera letteraria, culminata con il sodalizio con Colaprico, datato fine anni ’90.

BindaEx carabiniere, ora investigatore

Pietro Binda è un maturo ex maresciallo dei carabinieri in pensione. Vedovo e solo, Binda si ricicla come investigatore privato, collaborando con uno studio legale e mettendo così a frutto la sua precedente esperienza nella sezione omicidi. Nel primo romanzo della serie, Quattro gocce d’acqua piovana, pubblicato nel 2001, Binda è impegnato a risolvere il suo ulitmo caso prima della pensione, rimasto irrisolto. Nel secondo capitolo di questa saga, La nevicata dell’85, Binda indaga su alcune morti misteriose avvenute nel quartiere periferico di Baggio. La serie prosegue poi con La primavera dei maimorti, prima che la scomparsa di Valpreda segni la fine del profilico e originale sodalizio tra i due scrittori. Tuttavia Colaprico ha proseguito le indagini di Pietro Binda con altri due romanzi, L’estate del Mundial e La quinta stagione.

La seconda giovinezza di Binda

Binda è un investigatore che si inserisce perfettamente nella tradizione del giallo. Classico per la meticolosità dei suoi ragionamenti, moderno per la sua abilità nel districarsi nei vari strati sociali di una Milano colma di divergenze, Binda risulta un personaggio con il quale non si può non simpatizzare. Padre e marito modello, imperturbabile, ma con un profondo lato malinconico, quasi dark, che bilancia una certa dose di sana ironia. Un anziano ex carabiniere che vive una seconda giovinezza proprio grazie all’attività di investigatore privato.

Milano protagonista

Oltre a Binda, l’altro vero protagonista di queste storie è la città di Milano. Un città pulsante, sempre in movimento ma ricca di misteri, attraversata dal protagonista durante le sue indagini in tutti i quartieri e in tutti i suoi più disparati strati sociali. Magistrale il ritratto della città che ne esce: un percorso che tocca tutte le fasi storiche degli ultimi decenni del Novecento. Dalle lotte sociali culminate con il periodo del terrorismo, agli scintillanti anni ’80, con accenni di contorno a tutti i principali fatti di cronaca e di costume che hanno segnato l’ultima parte del Novecento del capoluogo lombardo.

La “milanesità” di questi ciclo di romanzi è rafforzata anche dai ben delineati personaggi secondari, i quali spesso parlano in dialetto. Figure queste, che donano alle storie e all’ambientazione, freschezza, autenticità e verosimiglianza. La città non è più contorno, ma diventa un vero e proprio personaggio. La stessa cosa che accade con la Marsiglia di Izzo, la Barcellona di Vazquez Montalban e la Los Angeles di Chandler.

Gli amanti dei noir metropolitani italiani hanno come tappa obbligata la lettura del ciclo di romanzi di Pietro Binda: un naturale proseguimento dell’opera letteraria già iniziata negli anni ’60 con il Duca Lamberti di Giorgio Scerbanenco

Mindhunter: Netflix da spazio al noir in una serie profonda e spiazzante

Netflix è diventata una vera e propria fucina di film e serie tv, cresciuta in potenza e redditività. Dai comici ai drammatici, dalle serie sui supereroi alle dark Comedy dai toni sopra le righe. Tra la marea travolgente di produzioni che la piattaforma propone, ci sono delle chicche davvero interessanti.

Oggi vi parliamo di Mindhunter.

Mindhunter: tratto da…

Mindhunter libro westville news

Il libro di Douglas e Olshaker in una delle sue molte ristampe

Come ormai abbiamo già ripetuto più volte qui e qui, le produzioni cinematografiche e televisive sono sempre più spesso adattamenti di opere letterarie. Anche Mindhunter è tratto da un libro, ma non un “semplice” romanzo. La storia narrata in questa nuova serie è un adattamento del libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano. Le menti sono quelle di John E. Douglas e Mark Olshaker, rispettivamente la materia prima e la penna.
Perché materia prima?

La storia è effettivamente una biografia di Douglas, ex agente del Federal Bureau of Investigation, attivo dal 1970 al 1995. Per non dover riassumere tutta la sua vita, già narrata nel libro, posso dirvi che il ruolo di Douglas all’interno dell’FBI fu principalmente quello di studiare… le menti criminali. A quei tempi il concetto di serial killer non esisteva, e lo studio della psiche criminale era materia nuova, principalmente rilegata agli intellettualoidi delle università della nazione. Le fatiche di Douglas furono incredibili, e si prolungarono per molto tempo, visto che la sua mansione principale era quella di viaggiare per il paese, fornendo supporto e aggiornamento ai corpi di polizia locale. Il tutto viene narrato con passione dalla penna di Olshaker, autore e produttore con una passione sfrenata per questo genere di interessi.

Mindhunter prodotto da Netflix

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David Fincher e Charlize Theron sono i produttori della serie Netflix Mindhunter

La serie prodotta da Netflix risulta sicuramente fedele al libro, ma con diverse licenze. Il protagonista non è Douglas, ma l’agente federale Holden Ford. Ricordo che la serie è tratta dalla vita di Douglas, e racconta molti passi della sua carriera in maniera fedele. Ma la serie è basata solo in parte sul libro omonimo, mentre i produttori Fincher e Theron si sono sentiti liberi di dare spazio ad una sceneggiatura accattivante e a personaggi dalle caratteristiche incredibili. Ah! Come avrete letto nella didascalia qui a fianco, questa serie di Netflix è prodotta da un tanto incredibile quanto improbabile duo. Mentre Charlize Theron è rimasta affascinata dalla storia, David Fincher si è spinto oltre, e ha sapientemente girato ben quattro episodi, tra cui apertura e chiusura della prima stagione.

Gli ingredienti di Mindhunter sono vicini al noir

Jonathan Groof Holt McCallany mindhunters westville news

Jonathan Groof e Holt McCallany sono gli agenti dell’FBI Ford e Tench

Come originariamente narrato, siamo nel 1977. L’agente federale Holden Ford (Jonathan Groof) è molto affascinato dalla mente criminale, e dai meccanismi che la rendono così diversa da una mente comune. Galvanizzato anche da una strana storia sentimentale con una studentessa di psicologia, lo stesso Holden desidera ardentemente affrontare un viaggio nella mente dei più efferati assassini della storia americana. Sarà poi l’incontro con l’agente dell’FBI Bill Tench, in carica al reparto di scienze comportamentali, a favorire le ricerche di Ford. La scintilla professionale scatta immediatamente tra i due, nel momento in cui Ford viene a conoscenza delle mansioni di Bill, impegnato a viaggiare per tutta la nazione, facendo corsi di aggiornamento sulle tecniche investigative ai corpi di polizia locale. Questo darebbe l’opportunità a Ford di avvicinarsi ai più importanti istituti di detenzione americani, dove sono rinchiusi alcuni tra i più efferati criminali seriali.

Fin dalle prime scene, capiamo che il tono della serie è sicuramente crudo, ma non è la violenza fine a se stessa il messaggio. La fotografia è pulita, semplice, ma allo stesso tempo complessa e carica di comunicazione. Ogni personaggio è ben caratterizzato, e l’ambiguità con cui vengono proposte le conversazioni è talvolta disarmante.

Violenza

In Mindhunter non è il sangue, o la violenza fisica a fare da padrone, bensì quella verbale. Ford e Tench, con il supporto solo in parte della dottoressa Wendy Carr (basata sulla figura reale della dottoressa Ann Wolbert Burgess) affronteranno diversi colloqui con quelli che loro stessi definiranno per la prima volta come “serial killer“. Da Dennis Rader a Jerry Brudos, gli assassini seriali intervistati si apriranno e daranno sfogo alla voce interiore che li ha guidati nei loro crimini. Quello che rende tinta di nero questa storia è la figura di Edmund Emil Kemper III, un assassino che guiderà Ford alla ricerca della sua curiosità per la mente criminale, dando un senso all’esposizione di una violenza così sanguigna in una serie dai toni lenti e introspettivi.

Regia e sceneggiatura

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Il vero Edmin Emil Kemper III

Una regia che cattura l’attenzione, e dona un tono profondo e silenzioso alla vicenda. Il tutto viene sorretto da una sceneggiatura che sapientemente sa come allungare e creare tensione nella storia, aggiungendo talvolta elementi poco utili, ma comunque interessanti. Il montaggio non ha particolari elementi innovativi, ma permette allo spettatore di immergersi totalmente in conversazioni talmente assurde da essere credibili. La differenza tra la regia di Fincher e gli altri direttori che si alternano dietro la camera è abbastanza chiara agli appassionati, tuttavia non disturba affatto, anzi, aiuta a creare momenti di alternanza tra tensione e distensione.

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Cameron Britton è l’attore che magistralmente interpreta il serial killer

 

Non è necessaria una seconda stagione, ma ci speriamo

Mindhunter è sicuramente una storia auto conclusiva, se la guardiamo come semplice storia. Ma la sete di conoscenza del protagonista ci spinge a nostra volta a voler conoscer più a fondo una materia che ad oggi viene quasi data per scontata nelle opere poliziesche. La devianza etica e morale dei comportamenti e dei ragionamenti dei serial killer, in questa storia, si contrappone alle procedure federali di cinquant’anni fa. Inoltre è il percorso psicologico di Ford, e dei personaggi intorno a lui ad attirare l’attenzione, e a spingerci a voler sapere… poi? Che succede?

Critica

Molto acclamata dalla critica, la positività delle recensioni spinge a pensare che una seconda stagione sia comunque d’obbligo per questa serie unica nel suo genere, e dai toni tipicamente noir.

Considerazione personale

Questa serie è davvero sensazionale, sia dal punto grafico e tecnico, che dal punto narrativo. Sapere che è basata su una storia vera aiuta sicuramente, ma tutta la crew, dall’ideatore, al tecnico delle luci, ha fatto un ottimo lavoro. Nel recensirla ho comunque tralasciato tanti, tantissimi dettagli importanti poiché credo che guardarlo a “scatola chiusa”, com’è successo a me, lasci la bocca secca e una sensazione di incompletezza personale che solo certe opere sanno fare. 

Vittorio Bottini

L’ispettore Callaghan: violenza nelle strade di San Francisco

Westville news prosegue la carrellata di consigli cinematografici noir. Dopo Bullitt e Il braccio violento della legge, chiudiamo un’ipotetica trilogia di polizieschi seminali con il primo film della fortunata serie dell’ispettore Callaghan: Il caso scorpio è tuo!

I violenti anni settanta

Uscito nelle sale nel 1971 (lo stesso anno de Il braccio violento della legge), il primo film della leggendaria serie dell’ispettore Callaghan ha proseguito quell’opera di rinnovamento del genere, già analizzata nelle pagine di Westville News. Clint Eastwood, in uno dei ruoli più iconici di tutta la sua filmografia, ha saputo interpretare un personaggio passato alla storia per la brutalità dei metodi e una spiccata tendenza all’insubordinazione. Più che rivoluzionare il ruolo del detective protagonista, Eastwood ha saputo accentuare caratteristiche già proprie dei due protagonisti dei film precedentemente analizzati in questa sede. Spietato, immune a qualsiasi ordine dei superiori, freddo, consapevole della reiterata impotenza del dipartimento di polizia, Callaghan diventa un moderno cowboy metropolitano. Solo contro tutti, e mosso da un senso del dovere che rasenta la testardaggine. Il fine giustifica i mezzi: tutto è lecito per arrivare alla soluzione del caso. Anche utilizzare metodi brutali, al limite della legalità.

Scorpio

Liberamente ispirato a un reale fatto di cronaca – l’ignoto serial killer Zodiac – L’ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! mette in scena un’epica battaglia tra un misterioso killer che minaccia San Francisco con omicidi causali a scopo di lucro (Andy Robinson) e l’ispettore della polizia Harry Callaghan (Clint Eastwood). Noto per la sua intransigenza, i metodi duri e la tendenza all’insubordinazione, Callaghan viene assegnato al caso, ribattezzato Scorpio. Si tratta di un misterioso serial killer che uccide in maniera apparentemente casuale, colpendo la popolazione di San Francisco senza distinzione di razza, religione, sesso ed età. Il rapimento di una giovane ragazza e la conseguente richiesta di un grosso riscatto portano Callaghan a uno scontro con il killer.

Callaghan

Clint Eastwood nei panni dell’ispettore Callaghan (foto via:cinema.everyeye.it)

Autoincaricatosi di consegnare il riscatto, Callaghan ferisce Scorpio, che riesce tuttavia a fuggire. La fuga è però breve e Scoprio viene arrestato, dopo essere stato torturato dall’ispettore, nel tentativo di scoprire le sorti della giovane rapita. Rilasciato proprio in virtù delle torture subite, Scorpio prosegue i suoi crimini arrivando a sequestrare uno scuolabus con alcuni piccoli innocenti a bordo. Seguirà lo scontro finale con Callaghan, in una sequenza passata alla storia.

Callaghan, poliziotto e giustiziere

Eastwood interpreta un personaggio ormai entrato nella leggenda. Brutale, senza pietà, incontrollabile, sempre al limite della legge in tutte le sue azioni, Callaghan non si fa problemi quando l’unica soluzione è quella di insubordinarsi e agire al di là della legge. Il poliziotto diventa giudice e giuria al tempo stesso. Una soluzione estrema ma che sembra essere l’unica, in una San Francisco dove la violenza dilaga e la polizia appare impotente. Callaghan diventa un modello al quale ispirarsi. Basti pensare al Charles Bronson de Il Giustiziere della notte, o al Bruce Willis della serie di Die Hard e de L’ultimo Boy Scout. Protagonisti solitari, dai metodi poco ortodossi, ma assolutamente capaci, mossi da un alto senso del dovere e da un concetto di giustizia tutto personale.

Don Siegel, maestro d’azione

Il grande successo de L’ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! – titolo tradotto brutalmente, come era consuetudine negli anni settanta – è merito anche della sapiente regia di Don Siegel, un maestro del poliziesco anni settanta (da riscoprire molte perle della sua filmografia, tra cui, consigliatissimi, Fuga da Alcatraz e Chi ucciderà Charlie Varrick?) che ha contribuito a riscriverne i linguaggi e i temi, iniettando una massiccia dose di violenza a un genere ancora troppo legato a romantici canoni del passato.

Imprescindibile

L’ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! È una pellicola imprescindibile per tutti gli amanti del noir moderno. Capostipite di una fortunata serie – ben quattro i sequel – Scorpio è un poliziesco ad alta tensione, ricco di azione. Un film che ha rivoluzionato i linguaggi del genere, aggiungendo importanti tasselli alla creazione del noir contemporaneo.

Gone Baby Gone di Dennis Lehane: romanzo e film a confronto

Oggi vi proponiamo un articolo scritto a quattro mani. La modalità è esattamente la stessa che abbiamo usato per la stesura di Westville. Tempo fa, durante una conversazione sui legami tra cinema e letteratura noir, abbiamo scoperto che uno di noi aveva appena visto il film Gone Baby Gone, tratto dall’omonimo romanzo di Dennis Lehane. Casualmente, il romanzo era stato letto poche settimane prima dall’altro. L’idea di scrivere un articolo a quattro mani è venuta di conseguenza. Iniziamo però con alcune riflessioni generali sull’evoluzione del legame tra cinema e letteratura gialla.

Letteratura e cinema

La storia della letteratura è da sempre strettamente legata a quella del cinema. Innumerevoli romanzi sono stati portati sul grande schermo, con risultati non sempre all’altezza, a testimonianza tuttavia di come la letteratura spesso e volentieri sia in grado di fornire soggetti originali adatti a una trasposizione cinematografica. I risultati sono stati, come già sottolineato, non sempre soddisfacenti. Alcune pietre miliari della storia della letteratura americana hanno beneficiato di una trasposizione cinematografica inferiore al romanzo (si veda ad esempio Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald). In altri casi le pellicole sono arrivate a snaturare contenuti e significati, riducendo grandi romanzi a film trascurabili. Si prenda come esempio la pessima trasposizione cinematografica del masterpiece di Jack Kerouac On The Road. In altri casi i film tratti da romanzi hanno saputo ricreare le atmosfere del libro, a volte interpretandone i significati ma senza snaturarli. Film come Shining, Misery, Le ali della libertà o Stand By Me, sono esempi di pellicole di spessore, che hanno saputo onorare i relativi lavori di Stephen King, autore al quale il cinema si è spesso rivolto nel corso degli ultimi decenni.

Giallo, noir e legal thriller

Il giallo è probabilmente il genere letterario che più di tutti è stato saccheggiato dal mondo del cinema. Partendo dagli autori seminali del genere, da Agatha Christie a Conan Doyle, passando per i creatori dell’hard-boiled Raymond Chandler e Dashiell Hammett, fino ad arrivare ai recenti John Grisham – maestro del legal thriller – Jeffrey Deaver e James Ellroy: il giallo in tutte le sue forme e varianti ha saputo fornire trame originali, intriganti, sorprendenti, perfette per una versione cinematografica. Non c’è affermato autore di gialli che non sia stato portato sul grande schermo, con almeno un’opera. E si può affermare che il risultato finale è spesso stato all’altezza del originale letterario.

Gone Baby Gone: il romanzo

Il bostoniano Dennis Lehane figura senza dubbio tra gli scrittori contemporanei dalle cui opere sono stati tratti numerosi film, anche di grande successo. Shutter Island, La legge della notte, Mystic 

Una delle copertine prodotte per il romanzo

Una delle copertine prodotte per la versione italiana del romanzo – Guarda questo articolo

River sono tutti nati dalla sua penna. Allo stesso modo di Gone Baby Gone, pubblicato in Italia nel 1998 con il titolo di La casa buia. Ci troviamo di fronte a un noir/thriller di ottima fattura, sia per quanto riguarda lo sviluppo dell’intreccio, che per la maestria di Lehane di alternare punti di vista differenti e snocciolare colpi di scena a ripetizione.

La piccola Amanda McCready, bimba di quattro anni, scompare nel nulla, e i due detective Pat Kenzie ed Angie Gennaro vengono incaricati dagli zii della bimba di seguire il caso. Si scopre come la madre della piccola sia una donna degenerata, interessata forse più al risvolto mediatico del rapimento della figlia che preoccupata per le sorti della bimba, che al momento del rapimento si trovava in casa da sola, mentre la madre faceva baldoria in un bar. I due detective, compagni anche nella vita privata, iniziano a indagare con l’aiuto di Remy Broussard e Nick “Poole” Raftopoulous, una coppia di poliziotti seri e preparati. Si scopre immediatamente come la madre di Amanda e il suo compagno abbiano rubato una grossa somma di denaro a uno spacciatore locale, ritrovata dai quattro investigatori in una casa nei bassifondi della città assieme a due cadaveri. Arriva quindi una richiesta di riscatto, con l’organizzazione di un incontro che sfocerà in un violento scontro a fuoco. I soldi ritrovati verranno recuperati dai rapitori, mentre sul luogo della sparatoria viene ritrovata una bambola di proprietà di Amanda, un segno forse della sua morte. La storia sembra conclusa, ma si tratta invece di uno degli innumerevoli finali forniti da Lehane. Il rapimento di Amanda non è la conseguenza di un semplice regolamento di conti tra spacciatori, ma è la punta dell’iceberg di un giro di corruzione che tocca anche la polizia di Boston.

Gone Baby Gone si inserisce perfettamente nella migliore tradizione noir/thriller grazie a una scrittura incalzante ed efficace, una sapiente alternanza di azione e dialogo, un cambiamento continuo di prospettive e un finale sorprendente che lascia sbalorditi. Inoltre, Lehane è abile nella costruzione di un setting cupo, pericoloso, concretizzato in una Boston malfamata, corrotta, ma al tempo stesso affascinante.

Conosciamo meglio l’autore

Abbiamo già parlato di Lehane in altri articoli, quindi ci limiteremo a linkarvi questa interessante intervista di The Talks, in cui fin dalle prime risposte esce lo spirito creativo di questo autore profondo.

Dennis Lehane Photo by Gaby Gerster / © Diogenes Verlag

Dennis Lehane, Photo by Gaby Gerster / © Diogenes Verlag

Gone Baby Gone: il film

Tutti vogliono la verità… fin quando non la trovano. (tag line del film)

Appassionato di film noir anche moderni, capita di trovare delle perle davvero notevoli, specie se si è abituati a girare tra i vari Netflix, Google Play, Microdoft Store e via discorrendo. Chi è sprovvisto di televisione (come il sottoscritto) lo sa bene, la ricerca del film perfetto può richiedere del tempo.

Non per ripetersi, ma nelle trasposizioni cinematografiche si incappa sempre nei pericoli di una sceneggiatura troppo frettolosa. Questo tasto dolente lo si percepisce sempre più spesso in pellicole che si basano su romanzi articolati, intricati, dove per economia temporale vengono apportati dei tagli sostanziali all’intreccio o alla psicologia dei personaggi.

gone baby gone westville news

Copertina italiana del film

In Gone Baby Gone si ha la sensazione che il film riesca a mantenere un ritmo sempre incalzante, e l’escalation di scoperte da parte di Patrick (Casey Affleck) porti sia il protagonista, sia lo spettatore, ad un piano di consapevolezza sempre differente.
Come in altri film tratti da storie dello stesso autore, come Live by Night (La legge della notte), uno degli aspetti più interessanti è il continuo cambio di scenario, e di registro, dovendo il protagonista rapportarsi con persone di diversa estrazione sociale. Possiamo dare il merito a questa miscela di fotografia sapiente alla regia di Ben Affleck, che ha ormai trovato un suo equilibrio dietro la macchina da presa.
Lo sfondo di una Boston fredda e violenta accompagna il percorso psicologico di Pat. Il protagonista di questo noir si muove fin da subito agilmente tra la malavita di Boston, ma sarà la presenza di un elemento innocente, la bambina appunto, a rimettere in gioco la sua stessa morale.
Si può dire che il film basa la sua forza proprio sul concetto di “fare la cosa giusta”, tralasciando forse un po’ l’indagine. La stessa risulta talvolta forzata, e concentra la sceneggiatura sull’importanza che i vari personaggi danno alla vita della bambina.
Nel caso di Gone Baby Gone c’è un forte elemento che disturba la visione: la presenza della compagna e socia di Pat. L’attrice Michelle Monaghan non riesce proprio a convincere, ma probabilmente la colpa è da imputare a tagli netti alle parti previste per il personaggio di Angie. La donna viene relegata al classico stereotipo maschilista della donna fragile. La detective non lavora, non vuole lavorare, consigliando più volte al compagno di mollare il caso, passando più tempo ad asciugarsi le lacrime per la situazione tragica, che rimboccandosi le maniche. Il risultato è un personaggio noioso, stereotipato e volto a riempire buchi di narrazione dovuti più alla sua ingiustificata presenza, che alla trama perfettamente consistente anche senza di lei.
Note di merito sono le collaudate star Morgan Freeman e Ed Harris, che svolgono il loro lavoro con maestria, in particolar modo quest’ultimo, calato in personaggio con una potente carica emotiva.
Infine possiamo elogiare l’attrice Amy Ryan, interprete della mamma della bambina, la tossicodipendente Helen McCready. Il suo interesse per la vita in generale è proporzionale al suo egoismo, e le crisi isteriche dell’attrice sono più che convincenti.
La pellicola del 2007 è in definitiva un ottimo noir, forte di un’ambientazione accattivante e una fotografia magistrale, con un cast che ha svolto egregiamente il mestiere e una regia creativa. A confermare l’etichetta di noir, un finale che non ha solo la funzione di colpo di scena inaspettato, ma anche il sapore amaro di un lieto fine che non è propriamente da considerarsi tale.

Ci sentiamo quindi di consigliarvi sia di leggere il libro che visionare la pellicola, prestando attenzione sicuramente all’intreccio, ma anche all’aspetto emotivo e psicologico dei personaggi.

 

Jessica Jones: un noir targato Marvel e firmato Netflix

Tempo fa decisi di eliminare completamente la televisione dalla mia vita, colpevole di essere troppo dispersiva. Quando mi prendo del tempo per vivere un film, o una serie tv, sono consapevole di quanto preziosa sia quella libertà. Non ho certo voglia di sprecarlo con pubblicità, televendite, promozioni, programmi scadenti e finto giornalismo dei nostri tempi.

Il cinema è arte, e come tale merita di essere trattato. Guardare un film non significa osservare immagini animate in uno schermo, ma vivere un’esperienza. Quando guardo un film voglio provare empatia per i personaggi, fascino per la storia e le ambientazioni. Non voglio di certo essere interrotto ogni 10 minuti per sapere cosa vuole da mangiare il mio gatto, o perché dovrei scegliere la carta igienica con il disegnino dell’alberello.

Quando leggo un romanzo voglio sentire le stesse sensazioni: concentrazione, empatia e rispetto per l’arte.

Per questi motivi, l’unica soluzione possibile è la TV on demand, oppure l’internet tv. Si, lo so, tanto il canone RAI lo si paga comunque, ma sono abbastanza idealista da credere che, se tutti affrontiamo le scelte corrette, prima o poi l’evidenza sarà innegabile.

Polemiche a parte, tra le tante opzioni da cui attingo, Netflix si è dimostrata in grado di sfornare alcuni dei prodotti migliori del panorama televisivo attuale.

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Netlfix e Marvel

Il probabilissimo duo ha dato conferma, sin dagli albori, di avere una visione chiara della direzione da prendere. La capacità di scegliere gli show runner giusti per ogni serie ha premiato tutti, soprattutto gli spettatori, che possono vivere l’esperienza di un universo espanso, con occhi ogni volta diversi. Malgrado qualche flop ci sia stato (vedi la prima stagione della serie su Iron Fist) in generale stiamo parlando di un’operazione commerciale che ha fatto centro!

Sicuramente la Marvel ha cominciato quello che per molti poteva essere solo un sogno, e per altri un incubo. Molte persone non amano l’andazzo cinematografico odierno, con super produzioni basate su storie di fumetti. La serie su Jessica Jones per alcuni, quelli che non odiano visceralmente il mondo della carta disegnata, potrebbe essere un’ancora di salvezza. Una storia che può essere semplicemente una storia, dai risvolti più concreti e dai temi un po’ più controversi. Consci che con tutta probabilità non vedremo mai l’investigatrice della Marvel sul grande schermo, tiriamo un sospiro di sollievo. Lo stesso Kevin Feige, presidente dei Marvel Studios,  lo afferma in un’intervista, che potete leggere per intero qui.

Jessica Jones

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L’ironia strafottente di Jessica ricorda molto alcuni dei personaggi più famosi di genere

Premetto che in questo articolo, come specifica il titolo, voglio parlare solo ed esclusivamente della serie Netflix, senza prendere in considerazione le conosciute differenze con il fumetto; quindi, puristi del comic, perdonatemi!
Tra i vari eroi Marvel del Cinematic Universe, un volto umano è sicuramente quello di Jessica Jones. Investigatore privato, dotata di una forza superiore alla media. L’investigatrice di New York City non si presenta certo con una calzamaglia a stelle e strisce. Jessica possiamo accomunarla alla figura dell’antieroe, con una incredibile sfilza di difetti, e pochi pregi. Sono i suoi latitanti lati positivi tuttavia a fare la differenza al momento giusto. Di certo lo storico personaggio di casa Marvel è un portabandiera del genere femminile, soprattutto in un periodo come questo, dove ancora si discute tantissimo, purtroppo, di violenza sulle donne.

Si può dire infatti che tra i temi principali della serie ci sia un occhio di gran riguardo per quel che concerne gli abusi. Il grande antagonista, la nemesi, il villain di Jessica è Killgrave (o uomo porpora). Purple Man è viziato, abituato ad ottenere subito ciò che vuole, grazie al suo grande potere: il controllo della mente, ma anche traumatizzato a sua volta da un passato di abusi. La sua ossessione per Jessica l’ha portato ad imporsi su di lei, obbligandola a soddisfare i suoi capricci, sessuali e non. Il trauma generato nella donna è profondo, e… evitiamo gli spoiler.

Alias Investigations, un noir modernojessica johnes marvel netflix alias investigations

Possiamo dire che il grande merito di Netflix sia stato quello di eliminare quella patina eccessivamente buonista dei prodotti Marvel. Jessica Jones è una serie che ha un potenziale enorme, potrebbe essere quel legame tra il mondo reale e i prodotti Marvel, grazie proprio al carattere della protagonista. Jessica è molto più vicina ad un essere umano, che ad un super eroe. Il taglio da pellicola neo-noir si nota nell’utilizzo di un filtro più scuro, un’ambientazione fredda e fumosa, e una fotografia a volte più statica, a volte più dinamica. Non da meno è l’interpretazione dell’attrice Krysten Ritter, che convince soprattutto grazie al suo sguardo torvo, e alla sua espressività in situazioni ironiche o tragicomiche. Sguardo da dura, corazza impenetrabile, sempre combattuta tra quello che andrebbe fatto, e quello che vorrebbe fare, ironica come il Philip Marlowe di Chandler e strafottente come il John McClane di Bruce Willies in Die Hard. Dall’altro lato della medaglia troviamo una donna abusata, che ha perso tutto quello che aveva, e il cui fiuto la vuole lontano dai guai, ma la sua morale le impedisce di voltare le spalle. il tutto ovviamente in una versione femminile, in un contesto moderno.

L’impegno di Jessica è la Alias Investigations, la classica agenzia di investigazione. Un piccolo appartamento scadente in una palazzina fatiscente, ubicata in una strada qualsiasi di un quartieraccio (immaginario) di New York. Ma l’immaginario di Jessica Jones prende a piene mani dal romanzo americano moderno, nonché dalle detective stories più classiche. Lettere maiuscole campeggiano sulla porta d’ingresso con vetro opaco, scrivania e accoglienza nella sala principale, e camera da letto affianco. Il tutto condito da una patina romanticamente scadente.

Non voglio assolutamente dire che Jessica Jones sia un noir o un giallo vero e proprio, ma il prodotto di Netflix potrebbe anche congiungere i mangiatori di noir e thriller con il mondo dei cinecomics, in una serie che forse avrebbe meritato più budget, e una sceneggiatura un po’ più indipendente. Ma siamo solo all’inizio, e Netflix ha ormai confermato che si vuole slegare dai concetti classici di show televisivi, non dovendo accontentare orari, fasce protette e censura. Quindi attendiamo la seconda stagione, il trailer qui sotto.

Regalare un romanzo per Natale: come affrontare la scelta

Suonerà un po’ strano che due autori emergenti vogliano dare consigli su come regalare un romanzo per Natale. Ma d’altra parte, prima di volerci trasformare in scrittori, siamo stati (e continuiamo a essere) innanzitutto lettori, appassionati, consumatori incalliti di pagine stampate. Il nostro approccio agli scaffali delle librerie è molto critico, talvolta scettico, a causa di un mercato ormai confuso e sempre più guasto. Come tanti altri consumatori, anche noi siamo sfiduciati da un mercato del libro che da moltissimi anni a questa parte continua a propinare romanzi da classifica, a prezzi improponibili.

Dove andareun romanzo per natale

Se il regalo che volete per i vostri cari, amanti o colleghi dev’essere particolare, dal contenuto acuto e ricercato, allora la libreria indipendente è sicuramente il posto giusto dove cercarlo. Grazie alla mitologica figura del libraio, conoscitore consolidato del lato più umano e meno commerciale del romanzo, sarete sicuramente in grado di giungere a un risultato più che soddisfacente, senza dover girare ore per gli scaffali stracolmi delle grandi catene, dovendosi rapportare spesso con personale purtroppo sottopagato, quindi poco motivato, e ancor meno preparato.

Come regalare un romanzo per Natale

Sia chiaro, la nostra non è certo una battaglia contro le grandi catene, anzi, si tratta di consigli volti a risvegliare la parte più emozionante di un regalo sentito. Sicuramente a molti è capitato di trovarsi in difficoltà all’ultimo, non sapendo che pesci prendere, ed entrare quindi in una libreria a caso e chiedere l’ultimo di Tizio, o il nuovo di Caio, già elegantemente esposti sul banco all’entrata, magari in un’espositore dedicato. Probabilmente la domanda giusta da porsi dovrebbe essere: questo libro costa tanto, ma quanto vale realmente come regalo?

Andare alla ricerca del giusto prodotto, che soddisfi i gusti del ricevente, non è certo semplice, e senza prenderci in giro, è difficile di questi tempi trovare il tempo per farlo, soprattutto durante la frenesia del periodo pre-natalizio. Ma voler bene a qualcuno, in un momento storico in cui si è molto divisi, arrabbiati, e in cui molte persone non perdono occasione per pestare i piedi agli altri, significa anche rinunciare a un po’ di tempo per altre attività, e dedicarsi ad una scelta un po’… romantica, in senso lato.

regalare un romanzo per natale preziosoRegalo prezioso o da discount

Regalare un romanzo per Natale, come abbiamo già detto, può essere visto in diversi modi. Per citare questo articolo di Wired: “L’importante, qualsiasi siano le scelte, è sempre una cosa sola: leggere e far leggere. Anche (e soprattutto) a Natale.”
Ma siamo davvero sicuri che l’importante sia questo? Una lettura di bassa qualità, dove per qualità s’intende il contenuto, ludico o settoriale che sia, è un giusto regalo?

Per intenderci, se doveste regalare qualcosa al vostro compagno, o a vostra moglie, preferireste un regalo di qualità, o una qualsiasi cosa, considerando come condizione sufficiente quella di avere un regalo per il 25 di Dicembre? Tutto dipende ovviamente dalla considerazione che avete di loro.
Un libro è un prodotto artistico-commerciale, pertanto ci sono diversi fattori che portano alla scelta dell’acquisto: il nome dell’autore, la trama, il marketing di copertina, il prezzo ecc. Ma quando l’acquisto dev’essere fatto per qualcun altro cambia tutto. Le domande si differenziano per insicurezza: gli piacerà? Sarà il regalo giusto? Sarà in linea con il genere che gli piace? 

 

Westville

Westville Romanzo

Westville Romanzo

Non abbiamo la presunzione di dire che Westville sia il regalo giusto da fare a Natale, ma saremmo sciocchi a non proporlo. Passiamo la palla a voi, che siate alla ricerca di un noir moderno, o un regalo più underground. Quello che possiamo consigliarvi vivamente è fare un giro nelle librerie indipendenti che lo ospitano, parlare con i proprietari e il personale, e scegliere il romanzo perfetto da regalare a Natale, a chiunque amiate.

Ricordiamo che Westville è disponibile, a scaffale nelle seguenti librerie:

  1. Nuova Terra, Via Giolitti 14, Legnano (Milano)
  2. Trittico, Via San Vittore 3, Milano
  3. Il Domani, Via Carducci angolo Piazzale Cadorna, Milano

Potete ordinare Westville in qualsiasi libreria del circuito Mondadori o Feltrinelli, in alternativa acquistarlo sui grandi store online come Amazon, IBS e altri.

Marketing editoriale, per capire meglio se stessi come autori

Capita di arrivare ad un punto del proprio percorso professionale, e sentirsi con le spalle al muro. Questa sensazione è da sempre riconosciuta e ricorrente nella vita di chi sceglie di mettersi in proprio, o di fare carriera, ed essere parte di una piramide alimentare ferrea e tipicamente occidentale.
Fino a qualche tempo fa non era una sensazione nota a chi del lavoro ne faceva solo un’attività funzionale ad un ritorno economico. Se ci sforziamo di pensare canonicamente, una persona impiegata con contratto a tempo indeterminato è impegnata nel suo lavoro per le sole ore riguardanti il suo contratto.
Purtroppo capita, e ultimamente mi sembra succeda sempre più spesso, che ad un numero sempre maggiore di persone la propria vita stia stretta. Paradossalmente noto questa tendenza anche tra chi, al contrario di come ho detto poco fa, svolge una professione routinaria in cambio di uno stipendio fisso. Le bollette da pagare e il tetto sopra la testa non sono più le uniche preoccupazioni, ma il benessere odierno ci porta giustamente a desiderare delle soddisfazioni maggiori, personali. Dei traguardi che ci rendano orgogliosi.

marketing editoriale città frenesia

La frenesia delle grandi città ci aiuta a trovare spunti di scrittura, ma è tiranna per quanto riguarda il tempo da dedicare alle attività di marketing editoriale

Nel frastuono delle città

Sarà la vita stressante, i cambiamenti repentini del mercato, l’avanzare rocambolesco, scomposto e travolgente della tecnologia, ma ho l’impressione che sempre più persone si sentano legate, attanagliate dal mondo circostante e quasi soffocate da un mondo che si fatica a capire verso quale direzione stia andando.

Sicuramente vivere la frenesia contemporanea ci offre lo stimoli per conoscere molte realtà, e avere gli spunti giusti per scrivere storie alternative e interessanti. Ma c’è un grande rovescio della medaglia: il tempo materiale per poi promuovere queste storie. Tra le preoccupazioni, i doveri, le incombenze e le problematiche casuali, ci diamo ancora spazio per vivere e sognare. 

 

Purtroppo succede

A molti appassionati della “carta stampata” succede di voler scrivere un libro, ad un certo punto della vita. Il problema è la preparazione che si può avere nell’affrontare “il dopo”. Scrivere un libro è un piccolo passo verso la realizzazione di un progetto, che comprende specialmente l’essere letto. Tolta la soddisfazione di poter vedere una copia del proprio romanzo riposta sullo scaffale della libreria di casa, è davvero importante per un libro essere sfogliato e vissuto intensamente. Lo stesso destino spetta all’autore, quello di essere spogliato, capito o frainteso, ed essere posto al centro dell’attenzione. Il prodotto dell’ingegno di qualcuno merita di essere assaporato. Ma un romanzo, come ben sappiamo, non è solo fantasia, è anche esperienza, sogni, e in parte, almeno in parte, un brainstorming di quello che succede intorno allo scrittore, in quel determinato momento.

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Il marketing editoriale può diventare stressante, se non si ha il tempo di seguirlo adeguatamente

Perché parliamo di marketing

Non può non essere considerata, nel processo che trasforma l’idea in un prodotto, la parte di marketing che convoglia le fatiche di un autore verso il suo pubblico. Avere la possibilità di sviluppare un concept per la copertina è il primo passo sicuramente, ovvero trovare una casa editrice che non inserisca un lavoro accurato dentro una collana dalla copertina anonima e uguale per tutti. Ma anche scavalcando questo enorme ostacolo ci si trova davanti al divertente quanto delirante compito di studiare l’immagine che il romanzo dovrà avere sullo scaffale di una libreria, piuttosto che sulla schermata di uno store online come Amazon. Le basi del marketing spesso sono complicate perché non si conosco i meccanismi che veicolano le scelte che l’apparato sensoriale ci impone, o semplicemente perché non si è in grado di fare un’analisi di mercato.

 

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UnLead ha trasformato la nostra idea in concretezza, puntando così a colpire il lettore prima ancora di aver scoperto di cosa si tratta

Come fare

Qualunque sia lo stile di vita, la preparazione accademica o gli interessi che ruotano attorno alla vostra sfera personale, sappiate che promuovere un romanzo è un lavoro lungo, faticoso e spesso poco soddisfacente, in termini economici. Gli ostacoli sono molti, e le nozioni di marketing necessarie non sono certo da meno. Quello che possiamo fare noi, è continuare a elargire consigli per quella che è la nostra preparazione accademica, e la nostra esperienza sul campo, nella speranza di potervi essere d’aiuto quanto più possibile. Abbiamo già scritto alcuni articoli, come La copertina di un romanzo è importante, e continueremo a farlo, fermo restando che se l’impegno prefissato vuole essere professionale, allora vi consigliamo di rivolgervi a dei professionisti del settore. Esistono diverse figure che possono indirizzarvi verso la giusta interpretazione commerciale della vostra opera, siano agenti letterari oppure aziende specializzare in comunicazione, come UnLead, che ha saputo trasformare un’idea nello scatto di copertina del nostro romanzo.

Vittorio Bottini

Il braccio violento della legge: il noir cambia pelle

Nuovo appuntamento cinematografrico del blog di Westville. Prosegue la carrellata di pellicole che hanno cambiato la storia del noir sul grande schermo. Dopo il cupo e affascinante Bullitt, ora è il turno de Il braccio violento della legge (titolo originale The French Connection), uscito nelle sale nel 1971.

Nuova Hollywood

Il celebre regista statunitense William Friedkin è indubbiamente passato alla storia per essere stato il regista de L’esorcista, uno dei più controversi e leggendari successi dell’intera storia del cinema. Tuttavia, Friedkin aveva già guadagnato un meritatissimo Oscar due anni prima, nel 1971, grazie al controverso Il braccio violento della legge. Un film che ha cambiato la storia del cinema, contribuendo alla nascita di quel movimento, chiamato “Nuova Hollywood”, che ha rappresentato forse l’apice assoluto del cinema d’oltreoceano per numero di capolavori prodotti in un periodo di tempo relativamente limitato. Rimanendo però in tema puramente noir, Il braccio violento della legge ha proseguito quell’opera di rinnovamento del genere, iniziata proprio con Bullitt. Pellicole seminali, che hanno contribuito in maniera sostanziale a traghettare il noir verso la sua dimensione definitiva.

Il braccio violento della legge

Roy Scheider e Gene Hackman

Il Braccio violento della legge

Jimmy Doyle (Gene Hackman) e Buddy Russo (Roy Scheider) sono due investigatori della Narcotici di New York. Due uomini dalla vita sregolata e solitaria. Due poliziotti dediti al lavoro, caratterizzati da metodi violenti e senza scrupoli. Dopo il fallimento di alcune operazioni, diversi indizi portano verso una grossa spedizione di droga proveniente da Marsiglia. Un traffico internazionale di droga gestito da un misterioso e benestante francese di nome Alain Charnier (Fernando Rey). Le indagini proseguono con difficoltà tra pedinamenti e false piste, fino ad assumere i contorni di una vera e propria ossessione. Il caso viene riassegnato, ma i due investigatori proseguono le indagini in solitaria. La svolta sembra arrivare con l’approdo al porto di New York di una nave proveniente dalla Francia. A bordo, un’auto carica di eroina. Seguono appostamenti, leggendari inseguimenti, retate, fino alla resa dei conti. L’epilogo sarà però amaro e sotto certi aspetti fallimentare.

Innovativo

Basato sulla storia vera di un effettivo maxi sequestro di eroina nell’ambito di un traffico internazionale, Il braccio violento della legge è un film rivoluzionario per linguaggio, contenuti e tecniche di montaggio. La differenza tra buoni e cattivi, seppur sempre chiara per tutta la durata del film, si assottiglia notevolmente. Charnier è un trafficante di droga gentiluomo, raffinato e colto. Doyle è un donnaiolo incallito. Un solitario misantropo. Un poliziotto irascibile e violento. Un anticonformista in perenne scontro con i suoi superiori. La New York descritta nelle sequenze del film è una città pericolosa, fredda, drogata, malfamata e desolante. Il setting diventa quindi reale e pulsante, e non più metaforico. Il finale amaro capovolge tutti i clichè del genere, introducendo nuove vie di interpretazione del noir, che qui raggiunge livelli assolutamente contemporanei per critica alla società, atmosfere e multidimensionalità dei personaggi.

il braccio violento della legge

Foto via: nydailynews.com

Hackman da Oscar

Il braccio violento della legge brilla in primis per un’interpretazione magistrale di tutto il cast. Su tutti, un superlativo Gene Hackman, non a caso premiato con l’Oscar come miglior attore protagonista. Ma i meriti non sono solamente suoi. Roy Scheider (protagonista quattro anni dopo del leggendario Lo squalo) è una spalla perfetta per gli istrionismi di Hackman. Infine, lo spagnolo Fernando Rey emana una classe e un’eleganza tipicamente europee, che aggiungono fascino e inconsuetudine al suo personaggio.

Azione e tensione

Friedkin ha saputo coniugare massicce iniezioni di azione con la tensione e l’immobilità delle sequenze degli appostamenti. Scene nelle quali lo scorrere del tempo e la spossatezza dei protagonisti bucano lo schermo penetrando a fondo nell’osservatore. Travolgente la lunga sequenza in cui Hackman percorre Brooklyn a tutta velocità a bordo di una Pontiac, all’inseguimento di un convoglio sopraelevato nel quale si nasconde un sicario in fuga. Una delle car chase più famose e realistiche della storia del cinema.

Il regista è stato inoltre abile nel delineare i protagonisti, in tutti i loro turbamenti e contraddizioni. I poliziotti non sono più immacolati paladini della legge, ma uomini dalla morale dubbia, il cui senso della giustizia rasenta i limiti della legge stessa. Grazie a Il braccio violento della legge il poliziesco è diventato violento, spietato, estenuante e amaro. In una sola parola: credibile.

Bullitt: Steve McQueen reinventa il noir a Hollywood

Le pagine di Westville News tornano a raccontare storie di cinema. Dopo aver parlato dell’importanza del lavoro di Michael Mann a cavallo tra anni ’80 e ’90, facciamo qualche passo indietro e andiamo a vedere dove tutto è cominciato. Ci sono pellicole che hanno segnato indelebilmente la storia del noir cinematografico, riscrivendone le regole e gettando le basi del poliziesco contemporaneo. Stiamo parlando di film che, anche a distanza di trenta, quaranta o addirittura cinquant’anni, risultano ancora attuali. Pellicole che non hanno perso un briciolo del fascino che le ha contraddistinte all’epoca della prima uscita nelle sale. Uno dei caposaldi del noir moderno è rappresentato senza dubbio da Bullitt, una delle migliori interpretazioni in assoluto di un divo immortale come Steve McQueen.

Bullitt

La locandina di “Bullitt”

Frank Bullitt

L’ambizioso e arrogante politico Walter Chalmers (Robert Vaughn) incarica Frank Bullitt (Steve McQueen) glaciale ed esperto tenente della squadra omicidi, della protezione di Johnny Ross, testimone chiave in un processo contro la mafia. Nonostante la stretta sorveglianza, Ross viene gravemente ferito da due sicari nella stanza d’albergo dove era confinato sotto protezione. Trasportato in ospedale, Ross muore per le gravi ferite subite. Con la complicità di un medico accondiscendente, Bullitt nasconde la notizia della morte del testimone. In questo modo Bullitt evita l’ira di Chalmers e può proseguire le indagini. Colpi di scena, scambi di persona, sparatorie e leggendari inseguimenti per le strade di San Francisco porteranno Bullitt verso la soluzione del caso. Memorabile la sequenza finale, ambientata nell’Aeroporto Internazionale di San Francisco.

Cinquant’anni e non sentirli

Bullitt è un noir moderno e coinvolgente, capostipite di una nuova generazione di polizieschi dalle tinte cupe. Steve McQueen sfodera un’interpretazione ipnotica, forse la sua migliore in assoluto. Glaciale, taciturno, tormentato, Frank Bullit è diventato il modello di investigatore freddo e determinato. Un personaggio apparentemente insensibile ma in realtà molto turbato. Un uomo a tal punto dedito al lavoro da non lasciare spazio alla vita privata, nonostante una bella fidanzata innamorata lo aspetti a casa ogni notte.

Intreccio e azione

I pregi di Bullitt non finiscono però qui. La sequenza dell’inseguimento tra la Ford Mustang di Bullitt e la Dodge Charger dei sicari è entrata nella storia del cinema come prototipo di car chase. Una lunga sequenza di quasi dieci minuti nella quale i protagonisti sono il rombo delle due vetture e gli iconici saliscendi delle strade di San Francisco. Una sequenza notevole, considerando anche i mezzi dell’epoca, che ha avuto centinaia di imitazioni, la maggior parte delle quali però non raggiungono il fascino e la tensione dell’originale. Un plauso anche all’ipnotica colonna sonora jazz firmata da Lalo Schifrin, che supporta le scene fondamentali donando tensione e mistero. Che altro dire. Bullitt è un classico del poliziesco americano che non finisce mai di stupire, ancora attuale nonostante l’età: un’eterna fonte di ispirazione, dal fascino meravigliosamente intramontabile.

Il caso Anita Keys, un romanzo di Mario Alexander Bottini

James Ellroy, Jo Nesbo, Raymond Chandler, Jean Claude Izzo. Questi sono solo alcuni dei grandi del noir mondiale analizzati dalle pagine letterarie del blog di Westville. Ma oltre ai pesi massimi della letteratura mondiale, esiste anche un sostrato di autori più o meno emergenti che cercano, con tutte le forze, di imparare la lezione dei grandi, cimentandosi nella stesura di opere inedite. Il sogno – più o meno dichiarato – è quello di raggiungere lo stesso successo degli scrittori che li hanno ispirati. Noi, autori di Westville, facciamo ovviamente parte di questo gruppo silenzioso ma sterminato. Pertanto, da oggi inizieremo anche a parlare di autori sconosciuti al grande pubblico, ma degni secondo noi di menzione.

Mario Alexander Bottini (il cui cognome dovrebbe dirvi qualcosa) è un maturo scrittore lombardo che ha all’attivo due romanzi, di cui il secondo, un ottimo giallo intitolato Il caso Anita Keys (2016, Akea edizioni). Ci troviamo di fronte a un giallo dal sapore classico, ambientato negli Stati Uniti nell’immediato secondo dopoguerra.

Anita KeysDestino tragico

Anita Keys è una giovane e affascinante dattilografa. Seria e precisa, Anita è una gran lavoratrice che tuttavia non ha ancora trovato una sistemazione lavorativa definitiva. Per un incredibile quanto tragico scherzo del destino, la giovane viene ingiustamente accusata di aver compiuto una rapina in banca. Incarcerata in attesa del processo, la donna piomba nell’incubo di una condanna a svariati anni di carcere. Nonostante la sua innocenza, numerosi testimoni la indicano con certezza come la responsabile della rapina. Il detective Alan Stenton, agente investigativo della polizia, non crede alla colpevolezza di Anita Keys, nonostante le prove sembrino inconfutabili. Le indagini proseguono, mentre Anita inizia la sua esperienza di vita in carcere.

Anita Keys in carcere

Da una parte l’ambientamento sereno, grazie al personale carcerario che intuisce come Anita Keys sia stata vittima di un tremendo scambio di persona. Un gruppo di donne di buon cuore, in reclusione per reati minori, aiuta inoltre Anita ad ambientarsi in un luogo ostile e ricco di pericoli. Dall’altro lato però la permanenza in carcere acquisterà i contorni di un incubo nel momento in cui un terzetto di spietate detenute inizierà a prendere di mira la giovane.

Sapore classico

Il finale non vogliamo ovviamente raccontarvelo. Preferiamo soffermarci sui punti di forza di questo romanzo giallo dal retrogusto morbido, classico. Come un buon scotch d’annata. Un’opera fluida e intrigante, che sembra uscita dalla penna di qualche navigato scrittore del secolo scorso. Ambientato nell’immediato secondo dopoguerra, Il caso Anita Keys, offre uno spaccato della società americana postbellica, con un’attenzione particolare rivolta ai meccanismi del sistema carcerario statunitense del periodo, molto ben descritto. Malgrado l’innocenza della protagonista sia chiara fin dalle prime pagine, la lettura scorre veloce, grazie a una prosa lineare ed efficace, spinti anche dalla curiosità riguardo agli eventi che hanno portato la giovane protagonista in carcere ingiustamente. Il caso Anita Keys è una lettura rivolta in primis a un pubblico adulto, e a tutti gli amanti della letteratura gialla con sfumature rosa.

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Alberto Staiz