Westville Story – Giorno 2 – John McCarthy

Westville Story – Giorno 2 – John McCarthy

Lo sto aspettando, con pazienza. E’ il pomeriggio di una giornata calda e soleggiata di inizio autunno. La via è tranquilla e pacifica. Poche le macchine che transitano. Poche le persone che mi passano di fianco sul marciapiede. Lo vedo arrivare, in lontananza. Si avvicina. Parcheggia davanti a casa. Ha un aspetto ordinato e pulito. Scende dall’auto disinvolto e sorridente. Prende la valigetta dal sedile posteriore, chiude la macchina e s’incammina per il vialetto di casa. Lo seguo a pochi passi di distanza. Tutto sembra ovattato. Apre la porta di casa. Mi intrufolo dietro di lui, seguendolo con passo felpato. Non si accorge di me. Dal salotto, sobrio ma arredato con gusto, una televisione accesa propone il notiziario delle 18. Il volume è azzerato. Dalla cucina le note provenienti da un disco di musica classica riempiono la casa. Lo spio mentre entra in cucina e abbraccia sua moglie, impegnata nella preparazione della cena. Si scambiano alcune parole che non riesco a sentire, come se le loro voci fossero azzerate e le labbra si muovessero senza emetter e alcun suono. Sorridono. Lui esce dalla cucina puntando verso le scale, slacciandosi il nodo della cravatta, senza fare caso alla mia presenza. Butta un occhio alla televisione, leggendo le notizie in sovraimpressione, fischiettando un motivetto allegro e spensierato. Continuo a seguirlo mentre sale le scale. Passa davanti alle camere da letto. Saluta i due figli, un maschio e una femmina, due adolescenti molto belli e sol ari, entrambi nelle rispettive camere a studiare. Lo seguo mentre raggiunge la stanza matrimoniale. Lo vedo far cadere la cravatta sul letto. Si slaccia la camicia e prosegue verso il bagno. Si passa le mani insaponate sul viso. Mi avvicino lento e silenzioso. La sua figura diventa sempre più grossa, riflessa nello specchio di fronte a lui. Si sciacqua il viso con foga. Prende l’asciugamano e vi affonda dentro la faccia, strofinandosi con forza. Sono ormai di fianco a lui, ed entrambi siamo di fronte allo specchio. Sto solo aspettando che mi mostri il suo volto, ancora nascosto dall’asciugamano. Secondi che sembrano interminabili.
Tre.
Due.
Uno.
Vedo il suo volto.
Vedo il mio volto.
Vedo me stesso. Più giovane, più felice. Vedo il me che non sono mai stato. E che mai sarò.
Fisso il suo volto attraverso lo specchio, che riflette solo la sua figura. Sono di fianco a lui ma è come se non ci fossi. Come se fossi trasparente. Fisso il suo volto rilassato. Sorride. I suoi occhi sembrano liqui di. Alcune lacrime iniziano a scendere, sempre più copiose. Le vedo tingersi di rosso. Lacrime rosso sangue che sgorgano, come un fiume in piena che rompe gli argini e inonda la campagna. Due rivoli che aumentano, aumentano, aumentano, fin a quando sento un fischio lanci nante e il sangue inizia a schizzare sullo specchio, sulle pareti, sul pavimento, e la sua testa esplode in mille pezzi, spargendo brandelli di car né per tutto il bagno.

Mi svegliai gridando, fradicio di sudore. Disteso sul divano, nel mio appartamento. La tv accesa. Un imbonitore televisivo stava mettendo in guardia il pubblico contro la corruzione della società moderna: “Solo la fede ci potrà salvare. Solo Gesù Cristo. Solo lui potrà sconfiggere il male, cancro di questo mondo”.
Mi tirai su a fatica, mettendomi seduto. Affondai il volto tra le mani, gomiti ancorati alle ginocchia, aspettando che le funzioni vitali riprendessero il normale regime. Mi alzai in piedi e guardai l’ora sull’orologio a muro. Le 8.24. Molto tardi per i miei standard. Troppo tardi. Malgrado andassi a letto sempre a notte fonda, non dormivo mai molto. E quando succedeva, alcuni incubi ricorrenti venivano a trovarmi, come dei vecchi conoscenti che non ti stanno simpatici, incontrati per caso per strada, che ti salutano sorridenti e ti martellano di domande sulla tua vita. E mentre rispondi fingendo cordialità, ti rendi conto che avresti dovuto tirare dritto e far finta di non riconoscerli.
Mi piaceva svegliarmi presto al mattino. Poche sono le persone in giro per le strade di prima mattina. La città dorme ancora. È difficile andare incontro a qualche grana in quel momento della giornata.
La mattina serve per ricominciare.

La sera per dimenticare.

Afferrai il pacchetto morbido di Lucky Strike senza filtro e ne accesi una.
La prima della giornata è un’abitudine fastidiosa e per niente piacevole, ma indispensabile per percepire il mondo come realmente è, e senza la quale il mondo stesso non avrebbe le stesse dimensioni.
In cucina mi versai una tazza di caffè freddo, avanzo del giorno prima. Lo trangugiai in pochi sorsi, mentre finivo di fumare.
“È tempo di mettersi al lavoro” pensai.
“Sperando che oggi ci sia del lavoro per questo ex sbirro dalla pel-laccia dura” aggiunsi poi, osservando nello specchio del bagno i miei capelli spettinati e una velatura di barba dai toni sale e pepe.
Era un periodo in cui sembrava che le coppie avessero smesso di tra-dirsi, le industrie di spiarsi a vicenda e le persone di scomparire. Avevo ancora un po’ di soldi da parte per stare tranquillo molti mesi ancora. Ma il lavoro scarseggiava. Forse stavo diventando troppo vecchio per questo mestiere. Forse non ero in grado di stare al passo con un mondo che ogni giorno cambiava, mentre io non ne volevo sapere di adattarmi. Avevo troppe cicatrici addosso per poter cambiare veramente. Potevo solo fare finta.
Mezz’ora dopo ero al volante, lavato e sbarbato, diretto verso il mio ufficio. Un bilocale al primo piano di una piccola palazzina in mattoni degli anni ’50. Quando lo vidi per la prima volta, molti anni prima, de cisi subito di prenderlo in affitto. Pensai che fosse perfetto per farne lo studio di un investigatore privato. Forse era perfetto allora. Con il passare del tempo sembrava aver perso il suo fascino, a giudicare dal nu-mero di clienti che passavano di lì. Ormai tutti mi contattavano per telefono o per mail, un mezzo di comunicazione al quale mi dovetti adattare mio malgrado, nonostante internet mi apparisse come un mondo sotto certi aspetti ancora ignoto, pieno di stronzate e di cui non capivo ancora bene il senso. Io preferivo la strada. Preferivo i contatti umani. Parlare con le persone. Così recuperavo le informazioni. Così risolvevo i casi. Così era la mia vita.
Parcheggiai in Vermont Street, di fronte all’ufficio. Non ho mai capito perché a Westville, un’anonima cittadina di centocinquantamila abitanti scarsi della Louisiana, ci fosse una via chiamata Vermont.
Entrai da Pat, tormentato da quel quesito.
Mi salutò con la sua consueta cordialità, la voce leggermente balbuziente. Era un brav’uomo. Aveva una piccola casa, una moglie e due figli. Il suo volto e il suo fisico dimostravano però tutte le settimane trascorse lavorando sei giorni su sette, tredici ore al giorno. Una vita di sacrifici e fatiche.
«Due pacchetti di Lucky e il News»
«Ecco a te, John. Hai visto che bella giornata oggi?»
Annuii, guardando la strada.
«Te lo dirò stasera se questa è una bella giornata oppure no»
Pat sorrise, mostrando quanto i suoi denti avessero bisogno di un trattamento di igiene orale. Gli augurai buona giornata puntando verso l’ufficio, dall’altro lato della strada.
Poi mi fermai, sulla soglia del negozio, e mi voltai verso Pat.
«Secondo te perché si chiama Vermont Street?»
Pat strabuzzò gli occhi e mi chiese di riformulare la domanda.
«Perché l’hanno chiamata Vermont Street?»
«A me lo chiedi?» sorrise. «Anche a San Francisco c’è una Vermont Street, ma non credo che importi a nessuno».
Feci una smorfia pensierosa.
«Forse hai ragione tu, Pat»
Attraversai la strada e arrivai alla porta d’ingresso dello stabile. Tredici gradini per arrivare a un pianerottolo, fino a un’anticamera nella quale quattro sedie in finta pelle guardavano la porta d’ingresso dell’ufficio, sopra la quale il mio nome ormai scolorito campeggiava da diversi anni.

John McCarthy – Detective privato.

Prima di entrare nell’edificio deviai leggermente a destra e imboccai la porta di fianco. Era l’ingresso del bar di Mike, situato proprio sotto il mio ufficio, dove facevo colazione tutti i giorni in cui mi alzavo tardi.
Mike era indaffarato. Numerosi clienti affollavano il bancone. Vermont Street è una strada lontana dalla zona centrale della città, ma di grande passaggio. Il locale era chiassoso e in quel preciso momento si stava tenendo un fastidioso concerto di tazze, cucchiaini e piattini che sgomitavano dentro i cestelli della lavastoviglie. Non certo la musica più adatta per un risveglio post sbronza condito da incubi ricorrenti.
Ordinai uova e caffè. Sorseggiando quella brodaglia insapore ma indispensabile diedi un’occhiata alle prime pagine del News. Omicidi, sparatorie, droga, processi, sequestri. Le solite cose. Ordinaria amministrazione. Westville non era una città particolarmente violenta. Lo era come tutte le altre. Era un microcosmo che, nel suo piccolo, rifletteva perfettamente gli interi Stati Uniti. Né più né meno.
Dopo la colazione percorsi le scale che portavano all’ufficio con rinnovata energia. Arrivato al primo piano girai a destra verso la sala d’a-spetto. Là vidi qualcosa che non mi aspettavo. Qualcosa che somigliava tanto a una visione. Un paio di gambe accavallate, in attesa da vanti alla porta del mio ufficio. Un paio di gambe che stavano aspettando me. Un paio di gambe per il quale molti avrebbero lottato. Alcuni forse sarebbero arrivati a uccidere per quel paio di gambe. Avvicinandomi alzai progressivamente lo sguardo. Un elegante tailleur di colore blu chiaro fasciava perfettamente un corpo di donna snello e atletico. La gonna esprimeva eleganza e castità, nonostante fosse vertiginosamente corta. Dopo aver posato gli occhi per un istante su di un seno perfettamente proporzionato al resto del corpo e su delle spalle abituate all’utilizzo de-gli attrezzi della palestra, arrivai con lo sguardo al volto proprietario di quel corpo invidiabilmente ben fatto. Occhi di ghiaccio, azzurro scuro, in perfetta sintonia con il vestito. Un taglio di capelli che rappresentava alla perfezione l’età della donna, ad una prima occhiata vicina ai trenta-cinque anni.
I nostri sguardi si incrociarono. La donna rimase in silenzio per di-versi secondi, seguendo con lo sguardo il mio arrivo. Come se mi stesse studiando. Come se volesse capire se io fossi veramente la persona giusta per la sua necessità, qualunque essa fosse.
«Mi chiamo Laura Miller. Lei è John McCarthy?» mi domandò, dopo essersi alzata in piedi una volta giunto di fronte a lei.
«Sono io. Prego, si accomodi» risposi, invitandola ad entrare nell’ufficio, dopo aver aperto la porta.
«È tanto che aspetta? Oggi sono un po’ in ritardo. Alcuni contrattempi… Si accomodi pure»

Doverose frasi di circostanza di fronte a un nuovo cliente.

La seguii con lo sguardo, mentre appoggiavo la giacca sull’appendiabiti, il cellulare sulla scrivania, e facevo ordine riponendo alcune scartoffie nei cassetti. Sembrò non aver udito la mia domanda. Si guardò in torno, come se stesse facendo una valutazione dell’ambiente che la circondava. Il mio ufficio era semplice, con un arredamento datato e non propria-mente alla moda, ma funzionale alle mie esigenze. Una stanza luminosa con un’ampia finestra che dava sulla strada, una sedia comoda e una scrivania spaziosa. Su di essa campeggiavano un telefono fisso, un personal computer impolverato che serviva più a darmi un tono che per una vera necessità professionale. Su di un lato, la parete altri menti spoglia era riempita da una piccola libreria, fornita di alcuni vo lumi potenzialmente utili per le mie indagini. E due sedie di fronte alla scrivania, dove facevo accomodare i clienti. E per finire, un divano, che aveva accolto il mio corpo assonnato in numerose occasioni, era posizionato in prossimità di una porta a soffietto che divideva l’ufficio da una piccola cucina, dalla quale si accedeva al bagno.
«Prego si accomodi, Signora Miller…» la sollecitai con educazione, nonostante fossi infastidito dall’atteggiamento di studio della donna.
Questa volta sembrò aver udito le mie parole, anche se, dirigendosi verso una delle due sedie, proseguì nella sua silenziosa scansione della stanza.
«In cosa posso esserle utile?»
Un viso determinato, che incuteva timore, e degli occhi che potevano ridurre un uomo in schiavitù con un solo sguardo.
«Signor McCarthy…»
«…mi chiami pure John» precisai con un sorriso distensivo.
«…Signor McCarthy, verrò subito al punto. Non amo troppo i giri di parole. Immagino che lei abbia sentito dell’omicidio di Michael Monroe…»
La mia memoria fotografica mi offrì alcune diapositive dei principali titoli del News di quel giorno. Tra di essi c’era la notizia di quell’omicidio.
«Ho letto la notizia sui giornali, questa mattina»
La Miller mi ghiacciò con il suo sguardo, mal disposto verso qualsiasi emozione.
«Voglio che indaghi sull’omicidio. Voglio sapere chi lo ha ucciso e per ché.»
Trattenni il respiro per alcuni secondi. Un caso di omicidio. Non me ne capitavano da diverso tempo. Da molto tempo. In pratica da quan do avevo lasciato la polizia.
Scrutai lo sguardo della donna, che attendeva una mia risposta.
«Signora Miller, immagino che lei abbia visionato il mio profilo profess ionale. Di solito mi occupo di persone scomparse, mogli e ma-riti gel osi che vogliono scoprire con chi vengono traditi. Alle volte mi capi tano casi di spionaggio industriale. Non mi occupo di omicidi. Gli omicidi non sono il mio campo. Sono quello che molti chiamerebbero “annusapatte” o “annusapassere”. Dipende un po’ dai punti di vista…» Mi alzai dalla sedia e diedi le spalle alla donna per dare un’oc chiata a una Vermont Street ingolfata dal traffico di metà matti na.
«Ha prestato servizio in polizia per molti anni. Nella Omicidi. Non credo che abbia perso l’allenamento…»
Mi voltai di scatto. Un sorriso beffardo le dipingeva il volto.
Si era informata bene sulla mia vita privata. Mi domandai se avesse scoperto il motivo per il quale non ero più nella polizia. Cosa sapeva della mia famiglia? Del mio passato? Ero bravo a indagare sulla vita delle persone. Per questo ero altrettanto bravo a tenere ben nascosta la mia di vita.
«Sui casi di omicidio di solito c’è la polizia che indaga. Perché non si rivolge a loro…»
«È sempre così spiritoso lei?»
«Solo quando dormo male la notte» risposi riaccomodandomi sulla se dia.
«Posso sapere chi è lei? E per chi lavora?» la incalzai, dopo aver messo da parte l’ironia.
«Il mio nome gliel’ho già detto. Per chi lavoro non ha importanza. L’importante è che lei accetti l’incarico. Sappiamo come lavora. Alcuni dicono che lei stia diventando troppo vecchio, ma noi guardiamo ai risultati. E quelli fino ad ora sono sempre stati dalla sua parte»
«Vorrei proprio che lei mi presentasse questi simpaticoni che dicono che sono troppo vecchio…»
«Inoltre» proseguì la Miller, chiaramente intenzionata a continuare la sua opera di convincimento senza perdersi in chiacchiere, «l’anonima to dei miei datori di lavoro verrà ampiamente compensato dall’offerta che ho intenzione di farle…»
Fece una pausa.
Rimasi in silenzio, in attesa.
«Ho qui con me un assegno da cinquemila dollari. Se lei accetta il caso sono subito suoi. Altri tremila dollari in contanti per eventuali spese. A questi si sommerebbero dodicimila dollari al termine delle indagini. Ovviamente solo nel caso in cui lei presentasse risultati di un certo rilievo…»
Trattenni a stento un fischio. Ventimila dollari.
Era evidente che quell’incarico puzzasse. Il fatto che non volesse dirmi per chi lavorava era una prova evidente che ci fosse qualcosa di grosso sotto. Ma i soldi in ballo erano tanti. E io ne avevo bisogno.
«Per quanto riguarda le spese?» le chiesi, prendendo tempo.
«Tutte le spese provabili oltre la soglia dei tremila le verranno comunque rimborsate, indipendentemente dai risultati ottenuti»
Ci furono alcuni secondi di silenzio. Laura Miller sorrideva, aspettando una mia risposta. Una risposta che lei probabilmente conosceva già. Mi alzai e mi voltai nuovamente verso Vermont Street.
«In che modo posso mettermi in contatto con lei?»
«Mi chiami a questo numero» rispose prontamente, estraendo dalla tasca una busta con i tremila in contanti, l’assegno dei cinquemila, il tutto accompagnato da un biglietto privo di qualsiasi scritta, ad eccezione di un numero di telefono scritto a penna.
«Non esiti a chiamarmi ogniqualvolta viene a conoscenza di qualcosa di importante. A qualsiasi ora»
Annuii, sempre più perplesso per quell’incarico che appariva come la classica punta di un iceberg fatto di merda e fango.
Laura Miller si alzò di scatto, mostrando tutto il suo atletismo e mi strinse la mano.
«McCarthy, la ringrazio di aver accettato l’incarico»
«Avrà mie notizie a breve»
«Non ne dubito»
Sfoderò un sorriso seduttore, anche se era chiaro che non fosse quella la sua intenzione. Era semplicemente la sua miglior arma per qualsiasi necessità. Mi diede le spalle e si avviò verso la porta. La aprì e uscì, la-sciando che si chiudesse lentamente alle sue spalle. Ascoltai il rumore dei suoi tacchi mentre scendeva le scale. Poi mi voltai a guardare la strada. Sbirciai il marciapiede e la vidi accomodarsi su un taxi e allontanarsi.
Accesi una Lucky e rimasi in piedi a riflettere per diversi minuti, osservando il traffico in strada.
Il fatto che un cliente avesse indagato sulla mia vita privata non mi piaceva per niente. Scavare nel passato delle persone non porta mai a risultati simpatici. Inoltre, il fatto che Laura Miller non avesse voluto dirmi per chi lavorava implicava che ci fosse qualcuno di potente dietro. Qualcuno che non si era fatto scrupolo di indagare sulla mia vita privata prima di propormi un incarico.
Ma i soldi in ballo erano tanti. E ne avevo bisogno. In fondo poi, inda gare era il mio mestiere.
Spensi la sigaretta nel grosso posacenere sulla scrivania e afferrai la cornetta del telefono.
«Pronto Victor. Tutto bene, sì. Sei libero verso l’ora di pranzo? Ti devo chiedere alcune cose…»


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