Articoli

10 imperdibili maestri del noir

Iniziamo una nuova stagione di articoli sul blog di The Westville Series con una carrellata di consigli letterari a tema noir. Ho selezionato dieci autori a mio parere imprescindibili per capire l’evoluzione e le sfumature della letteratura noir degli ultimi decenni. Ovviamente sia tratta di una piccola selezione, basata sulle mie letture più recenti e sul mio gusto personale: non me vogliate se ho tralasciato qualche nome degno di menzione. Ho volutamente ignorato gli scrittori italiani, semplicemente perché mi piacerebbe trattare il tema in separata sede, magari in uno dei prossimi articoli del blog. I vostri scrittori noir preferiti quali sono? Potete lasciare un breve commento con le vostre proposte di lettura. Ecco i miei suggerimenti, accompagnati anche da qualche suggerimento cinematografico. Buona lettura!

blackbridge-mockup-the westville series romanzo noir

Acquista Blackbridge, il nuovo romanzo di The Westville Series

Raymond Chandler

Come non citare il capostipite (a pari merito con Dashiell Hammett) del genere hard-boiled? Le indagini del detective Philip Marlowe – prototipo dell’investigatore solitario, tormentato, bevitore e perennemente al verde – sono entrate nell’immaginario collettivo, anche grazie a numerose fortunate trasposizioni cinematografiche. Tutti i sette romanzi con protagonista Marlowe sono di qualità altissima, e vi consiglio vivamente di leggerli tutti. Se dovessi scegliere un titolo, non esiterei a dire Il lungo addio, un capolavoro assoluto della letteratura americana del ‘900, non solo noir.

noir

Jo Nesbo

Più di trenta milioni di copie vendute (dato aggiornato al 2017, quindi sono verosimilmente molte di più): basterebbe questo ad annoverare il norvegese Jo Nesbo tra i massimi esponenti del noir mondiale. Nesbo rappresenta il portabandiera di quella scuola noir nord-europea che tanta fortuna sta raccogliendo negli ultimi anni. Trame complesse con colpi di scena a ogni finale di capitolo, e una scrittura semplice e molto scorrevole, fanno dei romanzi di Nesbo magnifici noir-thriller dall’alto tasso di coinvolgimento. La lunga serie con protagonista Harry Hole rappresenta il manifesto letterario dell’autore norvegese: i romanzi possono essere letti slegati l’uno dall’altro, anche se la vita del protagonista è in continua evoluzione. Romanzi consigliati: Il pettirosso, Polizia, e L’uomo di neve.

Jean Claude Izzo

Francese di chiara origine italiana, Izzo è un esponente di spicco della corrente chiamata noir mediterraneo. Imperdibile la sua trilogia marsigliese, da leggere in rigoroso ordine di pubblicazione, composta di Casino Totale, Chourmo e Solea. Protagonista l’ex poliziotto disilluso Fabio Montale. Scrittura semplice ma raffinatissima e molto evocativa, e intrecci brillanti che vanno a pescare nel marcio dei bassifondi di Marsiglia, sono i punti forti di una trilogia a dir poco incantevole e poetica. Unico rammarico, la morte dell’autore nel gennaio del 2000, a soli 54 anni.

James Ellroy

The Mad Dog, il cane pazzo della letteratura americana. James Ellroy è un autore unico per stile, capacità narrativa, complessità d’intreccio e produttività, con una vita privata ricca di episodi incredibili (dall’omicidio – ancora insoluto – della madre, alla vita da vagabondo prima di diventare scrittore) che aggiunge un tocco di fascino a uno scrittore che non ne avrebbe certo bisogno. Bastano, infatti, i suoi romanzi, capolavori assoluti del genere. Imprescindibile la quadrilogia di Los Angeles, un must read, tra cui spicca il magistrale L.A. Confidential, da cui è stato tratta la celebre (e godibile) pellicola.

Edward Bunker

Il re dei romanzi carcerari Edward Bunker si è meritatamente ritagliato un posto nell’élite della letteratura noir grazie a potenti drammi ambientati nelle peggiori carceri degli States. Nelle sue opere, la brutalità delle condizioni dei detenuti e l’incapacità del sistema di “riformare” i criminali sono condannate senza mezzi termini. Dopo decenni a fare dentro e fuori dalle prigioni degli Stati Uniti, Bunker inizia una felice carriera di scrittore e buon attore, ricevendo in età avanzata i doverosi riconoscimenti. Must read: Cane mangia cane, Come una bestia feroce, e l’autobiografico Educazione di una canaglia.

noir

Don Winslow

Letterariamente figlio di James Ellroy, Winslow si è imposto all’attenzione della scena letteraria mondiale con alcuni appassionanti noir ambientati tra California e Messico. Una scrittura più secca di un Martini e un minimalismo all’ennesima potenza fanno da contraltare a una sopraffina capacità di elaborazione di intrecci intricatissimi. L’inverno di Frankie Machine può essere il punto di partenza per un lettore che non conosce Winslow. Il suo capolavoro è senza dubbio Il potere del cane, monumentale primo volume di un’elettrizzante trilogia sul narcotraffico messicano.

Elmore Leonard

Il prolifico e poliedrico Elmore Leonard ha raggiunto la fortuna commerciale in Italia in seguito ad alcune ottime trasposizioni cinematografiche, che hanno fatto riscoprire la sua arte al grande pubblico italiano, che lo aveva ingiustamente ignorato fino a quel momento. Leonard vanta una produzione vastissima, perlopiù ambientata nei bassifondi di Detroit. La maestria nella costruzione dei dialoghi e un’attenzione meticolosa per le ambientazioni fanno di Leonard uno degli autori noir imprescindibili per ogni amante del genere. Out of Sight, Lo sconosciuto n.89 e Punch al Rum rappresentano un buon punto di avvicinamento alla sua opera. Da non disdegnare, infine, la sua produzione western.

Manuel Vazquez Montalban

Spagnolo di Barcellona, scrittore e giornalista con la passione per il calcio e la gastronomia, Vazquez Montalban deve la sua fama alla fortunata e lunghissima serie di romanzi con protagonista l’investigatore privato Pepe Carvalho, altra figura romantica entrata nell’immaginario collettivo. Per un primo approccio con il mondo di Carvalho, suggerisco di iniziare dai primi romanzi della serie, in particolare La solitudine del manager e I mari del sud.

Dennis Lehane

Il bostoniano Dennis Lehane è uno dei nomi di punti del poliziesco contemporaneo, grazie anche ad alcune celebri e ben riuscite trasposizioni cinematografiche, tra cui ricordo Shutter Island, Mystic River e La legge della notte. Una scrittura di alto livello, trame originali e un’attenzione particolare alla caratterizzazione psicologica dei personaggi sono i punti di forza della prosa elegante di Lehane. Letture consigliate: La casa buia e La morte non dimentica.

Brian Panowich

Volto nuovo della scena letteraria americana, l’ex pompiere Brian Panowich ha stupito con il suo esordio Bull Mountain, datato 2015, cui ha fatto seguito quattro anni dopo, Come leoni. I due romanzi narrano la storia della famiglia di contrabbandieri Burroughs: tra distillerie abusive, laboratori di metamfetamine, fucili, pick up e sparatorie, Panowich imbastisce una coinvolgente saga famigliare southern noir, ambientata nella natura selvaggia delle montagne della Georgia, negli Stati Uniti.

Alberto Staiz

Filosofia 2.0. Filosofia, comunque

Non è così semplice mettersi ad un tavolino e raccontare e/o parlar di filosofia; ancor di più il solo citare l’arte del pensare può risultare di una difficoltà che sfiora vertici degni del K2. Per farci aiutare, in tal senso, abbiamo rivolto alcune domande ad una persona che con la Filosofia ha un rapporto quotidiano costante; ne parla con cognizione di causa. Ci vive, e convive, da sempre.

filosofia

La libreria Il Domani ospita Maria Giovanna Farina

Maria Giovanna Farina, laureata in Filosofia -of course- con indirizzo psicologico. Analista della comunicazione e autrice di volumi per aiutare le persone a risolvere le relazioni personali. Nei suoi testi divulgativi ha affrontato temi quali l’amore, la musica, la violenza di genere, la filosofia insegnata ai bambini e l’ottimismo in Dialoghi con un ottimista, in salotto con Francesco Alberoni.

Nel 2018, anno corrente dunque, ha scritto un romanzo in collaborazione con Max Bonfanti, per i tipi della Rupe Mutevole: Catarina e la porta delle verità. Per la stessa casa editrice cura la collana “Le Relazioni”.

Ma non basta: pioniera nel campo delle pratiche filosofiche, nel 2002 fonda Heuristic Institution, dove si dedica anche alla ricerca di metodi e strategie da applicare alla risoluzione delle difficoltà esistenziali. Esperta di relazioni umane, è autrice di numerosi articoli su varie riviste, ha intervistato anche in video alcuni tra i più noti personaggi della cultura e dello spettacolo. Creatrice della rivista filosofica on-line “L’accento di Socrate”, è attiva in rete come blogger, dove sperimenta l’applicazione della filosofia alla vita quotidiana anche nella rivista diretta da Francesco Alberoni “L’amore e gli amori”… Può bastare..? Forse…

Poniamole qualche domanda ora, in relazione al suo campo di studi e ricerca, insomma, alla sua passione: la FILOSOFIA.

Cara Maria Giovanna, la prima domanda è di una semplicità disarmante: perché la Filosofia?

Perché la vita ci sa condurre, senza saperne la ragione, al cospetto di qualcosa, come per me è stato con la filosofia, che non ci piace o che addirittura ci dà fastidio. Forse per superare i nostri conflitti, spesso quando una cosa non ci aggrada o ci infastidisce significa che c’è l’irrisolto da far emergere alla consapevolezza. Di cosa si trattasse non l’ho ancora capito fino in fondo, resta il fatto che oggi amo la materia ogni giorno di più, posso definirlo un amore senza fine. La filosofia è capace di farci scoprire il nostro mondo interiore senza fare sconti e allo stesso tempo è in grado di farci comprendere gli altri con cui ogni giorno entriamo in relazione. La filosofia è per me una compagnia irrinunciabile.

Filosofia

Maria Giovanna Farina alla libreria Il Domani

Sfruttando un luogo comune molto in voga, e visti i tempi, culturalmente complessi, si usa dire di “prenderla con filosofia”. Non ti sembra che con affermazioni di tale natura si tenga a svilirne il suo concetto stesso?

Come giustamente hai sottolineato, è un luogo comune che crea confusione sulla vera natura della Filosofia, svilendola e banalizzandola purtroppo; in questa errata accezione è come se essa fosse una panacea, una pozione magica, una medicina capace di tenere sotto controllo i mali dell’anima con la sottomissione. Sì, perché “prenderla con filosofia” nel modo di dire comune vuol dire questo, ma il vero significato è un altro.

“Prenderla con filosofia” significa non smettere mai di cercare e ri-cercare dentro e fuori di noi per trovare la soluzione migliore ai nostri piccoli e grandi problemi esistenziali, significa non lasciarsi scivolare addosso le situazioni ma prenderle in mano per risolverle. Significa fare fatica per poi trarne soddisfazione. “Prenderla con filosofia” vuol dire quindi non lasciarsi sottomettere ma vivere in modo attivo e libero dagli stereotipi, luoghi comuni fautori di una vita inautentica. La Filosofia ci rende liberi se noi la accogliamo come una madre che vuol farci crescere. Come vedi tutto il contrario di ciò che si pensa comunemente!

Diamo uno sguardo al prossimo futuro: Filosofia e Tecnologia, ovvero, Filosofia o Tecnologia: coesistenza o alternativa l’una all’altra?

Tutto ciò che l’essere umano produce e crea con le mani e con la mente è “scrittura del Mondo”. La Filosofia, come madre di tutte le scienze, non credo potrà mai staccarsi dalle sue creature di cui la tecnologia è una delle più attuali e contemporanee. Più che a un’alternativa penserei alla convivenza che diventerà sempre più difficile se la tecnologia non rispetterà l’uomo e la sua libertà di essere nel mondo. Dobbiamo lavorare per impedire che la tecnologia prenda il sopravvento sulla nostra umanità. Quindi né alternativa, né subalternità, ma collaborazione.

filosofiaSpieghi nei tuoi incontri e alle presentazioni, di ritenerti una Filosofa Pratica. Puoi delucidarne il concetto?

Filosofa pratica significa usare la filosofia e la sua millenaria cultura per vivere meglio la nostra vita, quindi non per speculare intorno alla materia ma per applicare i suoi insegnamenti alla vita di ogni giorno. Sono una pioniera in Italia della Pratica filosofica, da quasi vent’anni mi ispiro a Socrate che, seppur sia vissuto 2500 anni fa nella polis, quindi in un contesto decisamente lontano da noi uomini del terzo millennio, ci ha lasciato riflessioni ancora attuali e soprattutto utili alla nostra esistenza.

Ad esempio, alla domanda cosa fosse il bene o il male per noi, lui rispondeva che per sapere cosa sia il male o il bene dobbiamo rifarci al “Conosci te stesso” –gnōthi seautón, iscrizione presente nel tempio di Apollo a Delfi-: solo conoscendo noi stessi e i nostri limiti possiamo sapere cosa sia il male o il bene per noi e poi per gli altri. Non è attuale questo ragionamento? La cura di sé, che è anche un prendersi cura, ci può far giungere a conoscere gli altri esseri umani. La filosofia pratica è utile allo scopo dell’esistenza, di una buona esistenza e il suo fine ultimo è quindi il ben-essere interiore e materiale dell’uomo.

C’è ancora un senso da dare nell’era dell’ipervelocità 2 se non 3 punto zero, agli insegnamenti che arrivano dal lontano passato: Aristotele e soci sono adattabili al nostro vissuto?

Altroché! Aristotele era un filosofo e uno scienziato, ma anche un ottimo insegnante che ha fatto da aio ad Alessandro Magno. Aristotele fondò il Liceo, Platone, allievo di Socrate, l’Accademia: come vedi due scuole che seppur molto diverse da oggi hanno lasciato un segno indelebile. Ai nostri tempi, il filosofo frequenta nuove agorà e diventa consulente aziendale, gestisce gruppi di auto-consapevolezza, aiuta i singoli a trovare la giusta strada… e facendo ciò mette in pratica gli insegnamenti dei Greci. Noi occidentali discendiamo per cultura dai Greci, dovremmo non dimenticarlo mai. Per tornare alla tua domanda, Il senso c’è al di là della velocità perché siamo solo rapidi nell’usare la tecnologia ma impacciarti quando si tratta di leggere, scrivere e pensare autonomamente, quindi i Greci antichi ci superano dopo oltre due millenni!

Ultima questione: chi può ritenersi filosofo oggi, solo chi arrivi da studi specifici, oppure la Filosofia, e di conseguenza il filosofo, deve essere in grado di cogliere sfumature dalle Arti e dalle Scienze a lui limitrofe?

Il filosofo, oggi come ieri, per definizione è colui che ama la sapienza, la sophia, che è la spinta alla conoscenza. Quindi non è sufficiente il corso di studi e la laurea, ma è d’obbligo un percorso di ricerca di sé e allo stesso tempo di sperimentazione nel mondo. Voglio dire, il filosofo deve mettersi in ascolto delle persone, delle cose, delle situazioni, per trarne un metodo da poter applicare alla soluzione dei problemi.

La visione filosofica è andare oltre l’apparenza per scorgere ciò che c’è in profondità e più vicino all’autentico di ogni persona, situazione, cosa. Il filosofo deve di conseguenza continuare ad osservare ciò che gli sta intorno per aggiornare la sua conoscenza del mondo e per migliorare le sue soluzioni. Le Arti e le Scienze sono espressioni umane imprescindibili a cui guardo con estremo interesse perché parlano dell’uomo e delle sue capacità evolutive. Cosa sarebbe l’uomo senza la sua “scrittura del mondo”?

Per approfondire, ecco il sito web di Maria Giovanna Farina: www.mariagiovannafarina.it

 

Dalla via Orefici al West-ville

Duemila battute, o forse il doppio. E perchè no arriviamo, sfrontatamente, a diecimila. Basterebbero tutte queste parole a farmi conoscere?

Domanda retorica che pongo a me stesso, ovvero, ne servirebbe una e una soltanto.

Meglio la seconda opzione. Una parola, dunque, nella quale si racchiude parte essenziale della mia vita. Essenziale e fondamentale: libri.

oreficiDevo giocoforza fare un abbondante salto nel mio passato; diciamo di circa trentasei anni: ricevetti un omaggio da una persona. Un regalo tanto futile e inutile (pensavo ingenuamente) quanto determinante per gli anni che seguirono: un libro. La dedica recitava: “non prendere alla lettera il titolo, ma servirà alla tua anima, al tuo percorso, alla tua cultura”. Il libro in questione era “L’idiota” di Dostoevskij, ufficialmente il mio primissimo libro. Iniziai col botto, insomma.

Non fu amore a prima vista, ma quello strano oggetto, lentamente, si rivelò essere “fonte meravigliosa” (per citare Amy Rand). Sorprendente, immaginifico, fantasioso, inquietante, misterioso. Proprio come la vita.

Un viaggio nel viaggio. Ogni volta una nuova Libreria il domani via orefici Westville newsOdissea. Quasi inevitabile, come fosse stato tracciato da un misterioso indovino, il mio tragitto verso il lavoro che attualmente svolgo: trovarsi all’interno di una storica libreria nel cuore di Milano.

Ventisei anni di grandi ed enormi soddisfazioni costellati soprattutto da una parola chiave: incontrare. L’incontro, casuale o no, che porta alla conoscenza. Che porta all’apertura. All’accoglienza. L’incontro che mi ha portato qui, oggi.

 

Da via Orefici ad oggi, una nuova opportunità

In questo preciso momento. L’incontro con due autori, due ragazzi, due amici. Un firmacopie, una bevuta, un concerto. Parole, racconti, storie. Proposte, sogni, illusioni. E perchè no, certezze. Dare un seguito alle aspettative, Concretizzarle, realizzarle.

Da quella via Orefici ad oggi, i famosi ponti ne hanno vista di acqua passare, ma la sfida è ancora aperta.

Anzi più che di sfida parlerei di opportunità.

Più azzeccato questo sostantivo. Lascia aperta ogni possibilità. Di crescere, soprattutto, ma anche di continuare la sfida verso se stessi. Migliorare per sentirsi sempre e in ogni caso, semplicemente, vivi.

Le prospettive e i miei programmi all’interno di Westville? Le scoprirò io medesimo strada facendo. Al momento solo un grazie alla N per chi ha avuto il cuore di volermi ospitare in un progetto ben strutturato e avviato solidamente da tempo.

Per intanto posso solo accennare che nel mio prossimo intervento la parola chiave sarà: CAOS.

 

 

 

Il fenomeno Jo Nesbo nel panorama noir contemporaneo

Il successo del noir scandinavo non è certo una novità. Sono passati ormai almeno quindici anni dal momento in cui diversi autori noir scandinavi hanno iniziato a campeggiare stabilmente sulle posizioni più in vista degli scaffali delle librerie europee. Come non ricordare il successo planetario della trilogia Millennium di Stieg Larsson? Impossibile inoltre non rimanere sbalorditi dalla prolificità di autrici come Camilla Lackberg o Liza Marklund. Ma c’è un autore che più di tutti è riuscito a portare il noir scandinavo in cima alle classifiche di vendite: stiamo parlando di Jo Nesbo, che con la serie di Harry Hole – ormai giunta all’undicesimo capitolo – ha venduto in tutto il mondo la bellezza di più di 30 milioni di copie.

Nesbo

Jo Nesbo (foto via: theguardian.com)

Harry Hole

Prototipo dell’investigatore duro, controverso ma molto dotato, Harry Hole rappresenta un perfetto anello di congiunzione tra l’investigatore analogico e quello digitale. Fumatore accanito, alcolizzato, donnaiolo dalla vita privata praticamente inesistente, Hole è al tempo stesso un detective molto capace, psicologicamente brillante, al passo coi tempi e dotato di una capacità di ragionamento fuori dal comune. Nel corso della serie, le indagini di Hole si sono mosse tra serial killer, poliziotti corrotti, rapinatori di banche, stupratori e assassini. Sullo sfondo una Norvegia cupa, violenta e inquietante.

Giunta all’undicesimo capitolo della serie (Sete, uscito da pochi mesi), la serie di Harry Hole sembra non riuscire a stancare i lettori di tutto il mondo, anzi. Anno dopo anno e romanzo dopo romanzo, le vendite dei libri partoriti dalla mente di Nesbo conitnuano a salire. Le stime più recenti parlano di più di trenta milioni di copie vendute in tutto il mondo. Grande attesa anche per il primo film tratto dalla serie, L’uomo di neve, nelle sale italiane il prossimo autunno, con Michael Fassbender nei panni del detective Harry Hole.

 

Nesbo: talento e costanza

Nesbo ha dimostrato nel corso degli anni un talento narrativo davvero soprendente. I suoi romanzi brillano infatti per la capacità innata di incollare il lettore fino all’ulitma pagina. Un effetto ottenuto grazie a innumerevoli colpi di scena presenti alla fine di ogni capitolo e sorprendenti turning point – veri o presunti – che scandiscono periodicamente lo sviluppo dell’intreccio. Un successo meritatissimo quello di Nesbo: uno scrittore dalle grandi doti, che ha saputo lavorare con costanza e impegno sulla sua scrittura, coltivando quindi un talento che lo ha portato a scrivere romanzi architettonicamente sempre più perfetti. La saga di Harry Hole migliora di qualità romanzo dopo romanzo, a testimonianza del grande lavoro svolto dall’autore in fase di preparazione. Jo Nesbo è un inevitabile punto di riferimento per chi – come del resto anche noi, autori di Westville – vuole cimentarsi nella stesura di un romanzo poliziesco.

Neo-Noir, un inquietante viaggio nella società

Arriviamo finalmente a un’argomento topico: il Neo-Noir

Recentemente abbiamo approfondito qualche aspetto del romanzo noir, per essere più sicuri di noi stessi sulla scelta della storia che andremo a leggere, o addirittura scrivere. La difficoltà di riconoscere un autentico noir, rispetto ai vari thriller, hard boiled, romanzi pulp, gialli e polizieschi è veramente grande, anche se ovviamente questo è un discorso da purista! Per tutti quelli che prendono la lettura per un momento ludico, poco importerà il genere, se la storia è bella e appassionante, non sarà un problema. Se vi interessa approfondire questo argomento leggete Genesi di un romanzo noir: uno sguardo al genere.

Tuttavia, per coloro che si stanno appassionando alle novelle tinte di nero, c’è una buona notizia: il Neo-Noir.

Cos’è il Neo-Noir

Il Neo-Noir è forse il genere più difficile da descrivere. Parliamo di un nero con infinite sfumature. In linguaggio matematico, il Neo-Noir è un’intersezione di insiemi.
Per farla breve, possiamo descrivere il Neo-Noir come il tentativo – talvolta ben riuscito – di autori post moderni, di esplorare quel lato buio e controverso dei propri lettori, ammaliandoli con storie assurde ben oltre il limite del grottesco.

westville blog noir neo noir quinlan

Orson Welles interpreta Quinlan nel suo “Touch of Evil” – 1958 – (Titolo italiano: “l’infernale Quinlan”)

La definizione più pratica di Neo-Noir sarebbe: “tutto quello che non avete visto nei film noir della Hollywood di anni ’40 e ’50”

Questa è la definizione che si può trovare ad esempio su dictionary.com, e come spiegazione ci piace un sacco… tuttavia la riteniamo un po’ riduttiva.
Negli anni sono spuntati un sacco di autori eclettici, stravaganti e a volte davvero esagerati. Il bello di questo genere è davvero la varietà con cui autori altrimenti considerati troppo controversi riescano a stimolare i lettori, andando a cogliere spesso lati scabrosi, ma comuni, dell’umanità contemporanea.

Un’infarinatura sul Neo-Noir

La cosa accattivante di un genere come il Neo-Noir è che non esiste un vero e proprio canone, pertanto le storie presentano infinite possibilità di combinazioni tra personaggi principali, secondari, scenografie e risoluzioni. Ci sono romanzi dove non è nemmeno contemplato un detective, o un caso di omicidio, romanzi dove il dramma di persone comuni diventa un pretesto per raccontare uno spaccato di vita ai limiti della civiltà.
La parte interessante di questo genere è proprio la possibilità di prendere quello che caratterizza il Noir classico, la particolare predisposizione a voler raccontare uno scenario sociale particolare, con tutte le sue sfaccettature negative, e portarlo all’estremo, senza curarsi minimamente dell’etica e della moralità.

Westville blog - Palahniuk Cavie - Neo-noir

Copertina del Neo-Noir Cavie, di Chuck Palahniuk

Il lato veramente spiazzante di molti romanzi Neo-Noir è la coesistenza del bene e del male in un unico personaggio. Considerando la trama come appunto, il pretesto perché esista il romanzo, i protagonisti di molte storie contemporanee sono i primi nemici di sé stessi. Talvolta questa bidimensionalità del personaggio è così oltraggiosa che si prova disgusto, come ad esempio in Cavie di Chuck Palahniuk. Un racconto a dir poco scabroso, eppure quel lato così grottesco e incivile è quello che rende più umano il romanzo. Non si può considerare certamente il romanzo più riuscito dell’autore, ma sicuramente rende l’idea sul potenziale inespresso di questo genere.

Altri autori notevoli di questo genere sono Sean Doolittle, Sara Gran, John Rector, Giorgio Faletti e molti altri.

In che modo si colloca Westville?

Westville Romanzo Vittorio Bottini Alberto Staiz copertina media

Per rispondere alla domanda sul perché parliamo di Neo-Noir, basterà leggere Westville. Per chi ha già affrontato la lettura sarà più semplice comprendere come il fatto di affidarci un genere così vario nelle sue possibilità, e così chiuso nelle sue esagerazioni, ci abbia aiutato a gestire ambientazioni tropicali, e storie notturne. La voglia di raccontare la realtà dentro una storia è stata sicuramente la miccia che ha innescato i vari focolai di “nuovo nero” all’interno del romanzo, e di conseguenza personaggi e situazioni si sono susseguiti restando in generis.
Se vi state lasciando trasportare dall’eventualità che il Neo-Noir sia il vostro futuro genere preferito, vi consigliamo di leggere la maggior parte degli autori che vi abbiamo consigliato, e perché no, anche Westville. Ricordatevi di lasciarci una recensione sulla pagina Facebook, fateci sapere la vostra opinione, per noi è molto importante!

Avremo comunque modo di approfondire ulteriormente l’argomento, sia da un punto di vista letterario, che cinematografico, soprattutto considerando quanto i due ambienti siano sempre stati legati l’uno all’altro, ma mai come in questo ultimo periodo.


Potete acquistare Westville…

Potete acquistare Westville su tutti i circuiti della carta stampata, da Amazon a Mondadori, da IBS a Webster e Libreria Universitaria, da Feltrinelli a SBC Edizioni.


[vc_row][vc_column width=”1/4″][trx_image url=”2476″][/vc_column][vc_column width=”1/4″][trx_image url=”2479″][/vc_column][vc_column width=”1/4″][trx_image url=”2478″][/vc_column][vc_column width=”1/4″][trx_image url=”2477″][/vc_column][/vc_row]

Westville Story – Giorno 2 – John McCarthy

Lo sto aspettando, con pazienza. E’ il pomeriggio di una giornata calda e soleggiata di inizio autunno. La via è tranquilla e pacifica. Poche le macchine che transitano. Poche le persone che mi passano di fianco sul marciapiede. Lo vedo arrivare, in lontananza. Si avvicina. Parcheggia davanti a casa. Ha un aspetto ordinato e pulito. Scende dall’auto disinvolto e sorridente. Prende la valigetta dal sedile posteriore, chiude la macchina e s’incammina per il vialetto di casa. Lo seguo a pochi passi di distanza. Tutto sembra ovattato. Apre la porta di casa. Mi intrufolo dietro di lui, seguendolo con passo felpato. Non si accorge di me. Dal salotto, sobrio ma arredato con gusto, una televisione accesa propone il notiziario delle 18. Il volume è azzerato. Dalla cucina le note provenienti da un disco di musica classica riempiono la casa. Lo spio mentre entra in cucina e abbraccia sua moglie, impegnata nella preparazione della cena. Si scambiano alcune parole che non riesco a sentire, come se le loro voci fossero azzerate e le labbra si muovessero senza emetter e alcun suono. Sorridono. Lui esce dalla cucina puntando verso le scale, slacciandosi il nodo della cravatta, senza fare caso alla mia presenza. Butta un occhio alla televisione, leggendo le notizie in sovraimpressione, fischiettando un motivetto allegro e spensierato. Continuo a seguirlo mentre sale le scale. Passa davanti alle camere da letto. Saluta i due figli, un maschio e una femmina, due adolescenti molto belli e sol ari, entrambi nelle rispettive camere a studiare. Lo seguo mentre raggiunge la stanza matrimoniale. Lo vedo far cadere la cravatta sul letto. Si slaccia la camicia e prosegue verso il bagno. Si passa le mani insaponate sul viso. Mi avvicino lento e silenzioso. La sua figura diventa sempre più grossa, riflessa nello specchio di fronte a lui. Si sciacqua il viso con foga. Prende l’asciugamano e vi affonda dentro la faccia, strofinandosi con forza. Sono ormai di fianco a lui, ed entrambi siamo di fronte allo specchio. Sto solo aspettando che mi mostri il suo volto, ancora nascosto dall’asciugamano. Secondi che sembrano interminabili.
Tre.
Due.
Uno.
Vedo il suo volto.
Vedo il mio volto.
Vedo me stesso. Più giovane, più felice. Vedo il me che non sono mai stato. E che mai sarò.
Fisso il suo volto attraverso lo specchio, che riflette solo la sua figura. Sono di fianco a lui ma è come se non ci fossi. Come se fossi trasparente. Fisso il suo volto rilassato. Sorride. I suoi occhi sembrano liqui di. Alcune lacrime iniziano a scendere, sempre più copiose. Le vedo tingersi di rosso. Lacrime rosso sangue che sgorgano, come un fiume in piena che rompe gli argini e inonda la campagna. Due rivoli che aumentano, aumentano, aumentano, fin a quando sento un fischio lanci nante e il sangue inizia a schizzare sullo specchio, sulle pareti, sul pavimento, e la sua testa esplode in mille pezzi, spargendo brandelli di car né per tutto il bagno.

Mi svegliai gridando, fradicio di sudore. Disteso sul divano, nel mio appartamento. La tv accesa. Un imbonitore televisivo stava mettendo in guardia il pubblico contro la corruzione della società moderna: “Solo la fede ci potrà salvare. Solo Gesù Cristo. Solo lui potrà sconfiggere il male, cancro di questo mondo”.
Mi tirai su a fatica, mettendomi seduto. Affondai il volto tra le mani, gomiti ancorati alle ginocchia, aspettando che le funzioni vitali riprendessero il normale regime. Mi alzai in piedi e guardai l’ora sull’orologio a muro. Le 8.24. Molto tardi per i miei standard. Troppo tardi. Malgrado andassi a letto sempre a notte fonda, non dormivo mai molto. E quando succedeva, alcuni incubi ricorrenti venivano a trovarmi, come dei vecchi conoscenti che non ti stanno simpatici, incontrati per caso per strada, che ti salutano sorridenti e ti martellano di domande sulla tua vita. E mentre rispondi fingendo cordialità, ti rendi conto che avresti dovuto tirare dritto e far finta di non riconoscerli.
Mi piaceva svegliarmi presto al mattino. Poche sono le persone in giro per le strade di prima mattina. La città dorme ancora. È difficile andare incontro a qualche grana in quel momento della giornata.
La mattina serve per ricominciare.

La sera per dimenticare.

Afferrai il pacchetto morbido di Lucky Strike senza filtro e ne accesi una.
La prima della giornata è un’abitudine fastidiosa e per niente piacevole, ma indispensabile per percepire il mondo come realmente è, e senza la quale il mondo stesso non avrebbe le stesse dimensioni.
In cucina mi versai una tazza di caffè freddo, avanzo del giorno prima. Lo trangugiai in pochi sorsi, mentre finivo di fumare.
“È tempo di mettersi al lavoro” pensai.
“Sperando che oggi ci sia del lavoro per questo ex sbirro dalla pel-laccia dura” aggiunsi poi, osservando nello specchio del bagno i miei capelli spettinati e una velatura di barba dai toni sale e pepe.
Era un periodo in cui sembrava che le coppie avessero smesso di tra-dirsi, le industrie di spiarsi a vicenda e le persone di scomparire. Avevo ancora un po’ di soldi da parte per stare tranquillo molti mesi ancora. Ma il lavoro scarseggiava. Forse stavo diventando troppo vecchio per questo mestiere. Forse non ero in grado di stare al passo con un mondo che ogni giorno cambiava, mentre io non ne volevo sapere di adattarmi. Avevo troppe cicatrici addosso per poter cambiare veramente. Potevo solo fare finta.
Mezz’ora dopo ero al volante, lavato e sbarbato, diretto verso il mio ufficio. Un bilocale al primo piano di una piccola palazzina in mattoni degli anni ’50. Quando lo vidi per la prima volta, molti anni prima, de cisi subito di prenderlo in affitto. Pensai che fosse perfetto per farne lo studio di un investigatore privato. Forse era perfetto allora. Con il passare del tempo sembrava aver perso il suo fascino, a giudicare dal nu-mero di clienti che passavano di lì. Ormai tutti mi contattavano per telefono o per mail, un mezzo di comunicazione al quale mi dovetti adattare mio malgrado, nonostante internet mi apparisse come un mondo sotto certi aspetti ancora ignoto, pieno di stronzate e di cui non capivo ancora bene il senso. Io preferivo la strada. Preferivo i contatti umani. Parlare con le persone. Così recuperavo le informazioni. Così risolvevo i casi. Così era la mia vita.
Parcheggiai in Vermont Street, di fronte all’ufficio. Non ho mai capito perché a Westville, un’anonima cittadina di centocinquantamila abitanti scarsi della Louisiana, ci fosse una via chiamata Vermont.
Entrai da Pat, tormentato da quel quesito.
Mi salutò con la sua consueta cordialità, la voce leggermente balbuziente. Era un brav’uomo. Aveva una piccola casa, una moglie e due figli. Il suo volto e il suo fisico dimostravano però tutte le settimane trascorse lavorando sei giorni su sette, tredici ore al giorno. Una vita di sacrifici e fatiche.
«Due pacchetti di Lucky e il News»
«Ecco a te, John. Hai visto che bella giornata oggi?»
Annuii, guardando la strada.
«Te lo dirò stasera se questa è una bella giornata oppure no»
Pat sorrise, mostrando quanto i suoi denti avessero bisogno di un trattamento di igiene orale. Gli augurai buona giornata puntando verso l’ufficio, dall’altro lato della strada.
Poi mi fermai, sulla soglia del negozio, e mi voltai verso Pat.
«Secondo te perché si chiama Vermont Street?»
Pat strabuzzò gli occhi e mi chiese di riformulare la domanda.
«Perché l’hanno chiamata Vermont Street?»
«A me lo chiedi?» sorrise. «Anche a San Francisco c’è una Vermont Street, ma non credo che importi a nessuno».
Feci una smorfia pensierosa.
«Forse hai ragione tu, Pat»
Attraversai la strada e arrivai alla porta d’ingresso dello stabile. Tredici gradini per arrivare a un pianerottolo, fino a un’anticamera nella quale quattro sedie in finta pelle guardavano la porta d’ingresso dell’ufficio, sopra la quale il mio nome ormai scolorito campeggiava da diversi anni.

John McCarthy – Detective privato.

Prima di entrare nell’edificio deviai leggermente a destra e imboccai la porta di fianco. Era l’ingresso del bar di Mike, situato proprio sotto il mio ufficio, dove facevo colazione tutti i giorni in cui mi alzavo tardi.
Mike era indaffarato. Numerosi clienti affollavano il bancone. Vermont Street è una strada lontana dalla zona centrale della città, ma di grande passaggio. Il locale era chiassoso e in quel preciso momento si stava tenendo un fastidioso concerto di tazze, cucchiaini e piattini che sgomitavano dentro i cestelli della lavastoviglie. Non certo la musica più adatta per un risveglio post sbronza condito da incubi ricorrenti.
Ordinai uova e caffè. Sorseggiando quella brodaglia insapore ma indispensabile diedi un’occhiata alle prime pagine del News. Omicidi, sparatorie, droga, processi, sequestri. Le solite cose. Ordinaria amministrazione. Westville non era una città particolarmente violenta. Lo era come tutte le altre. Era un microcosmo che, nel suo piccolo, rifletteva perfettamente gli interi Stati Uniti. Né più né meno.
Dopo la colazione percorsi le scale che portavano all’ufficio con rinnovata energia. Arrivato al primo piano girai a destra verso la sala d’a-spetto. Là vidi qualcosa che non mi aspettavo. Qualcosa che somigliava tanto a una visione. Un paio di gambe accavallate, in attesa da vanti alla porta del mio ufficio. Un paio di gambe che stavano aspettando me. Un paio di gambe per il quale molti avrebbero lottato. Alcuni forse sarebbero arrivati a uccidere per quel paio di gambe. Avvicinandomi alzai progressivamente lo sguardo. Un elegante tailleur di colore blu chiaro fasciava perfettamente un corpo di donna snello e atletico. La gonna esprimeva eleganza e castità, nonostante fosse vertiginosamente corta. Dopo aver posato gli occhi per un istante su di un seno perfettamente proporzionato al resto del corpo e su delle spalle abituate all’utilizzo de-gli attrezzi della palestra, arrivai con lo sguardo al volto proprietario di quel corpo invidiabilmente ben fatto. Occhi di ghiaccio, azzurro scuro, in perfetta sintonia con il vestito. Un taglio di capelli che rappresentava alla perfezione l’età della donna, ad una prima occhiata vicina ai trenta-cinque anni.
I nostri sguardi si incrociarono. La donna rimase in silenzio per di-versi secondi, seguendo con lo sguardo il mio arrivo. Come se mi stesse studiando. Come se volesse capire se io fossi veramente la persona giusta per la sua necessità, qualunque essa fosse.
«Mi chiamo Laura Miller. Lei è John McCarthy?» mi domandò, dopo essersi alzata in piedi una volta giunto di fronte a lei.
«Sono io. Prego, si accomodi» risposi, invitandola ad entrare nell’ufficio, dopo aver aperto la porta.
«È tanto che aspetta? Oggi sono un po’ in ritardo. Alcuni contrattempi… Si accomodi pure»

Doverose frasi di circostanza di fronte a un nuovo cliente.

La seguii con lo sguardo, mentre appoggiavo la giacca sull’appendiabiti, il cellulare sulla scrivania, e facevo ordine riponendo alcune scartoffie nei cassetti. Sembrò non aver udito la mia domanda. Si guardò in torno, come se stesse facendo una valutazione dell’ambiente che la circondava. Il mio ufficio era semplice, con un arredamento datato e non propria-mente alla moda, ma funzionale alle mie esigenze. Una stanza luminosa con un’ampia finestra che dava sulla strada, una sedia comoda e una scrivania spaziosa. Su di essa campeggiavano un telefono fisso, un personal computer impolverato che serviva più a darmi un tono che per una vera necessità professionale. Su di un lato, la parete altri menti spoglia era riempita da una piccola libreria, fornita di alcuni vo lumi potenzialmente utili per le mie indagini. E due sedie di fronte alla scrivania, dove facevo accomodare i clienti. E per finire, un divano, che aveva accolto il mio corpo assonnato in numerose occasioni, era posizionato in prossimità di una porta a soffietto che divideva l’ufficio da una piccola cucina, dalla quale si accedeva al bagno.
«Prego si accomodi, Signora Miller…» la sollecitai con educazione, nonostante fossi infastidito dall’atteggiamento di studio della donna.
Questa volta sembrò aver udito le mie parole, anche se, dirigendosi verso una delle due sedie, proseguì nella sua silenziosa scansione della stanza.
«In cosa posso esserle utile?»
Un viso determinato, che incuteva timore, e degli occhi che potevano ridurre un uomo in schiavitù con un solo sguardo.
«Signor McCarthy…»
«…mi chiami pure John» precisai con un sorriso distensivo.
«…Signor McCarthy, verrò subito al punto. Non amo troppo i giri di parole. Immagino che lei abbia sentito dell’omicidio di Michael Monroe…»
La mia memoria fotografica mi offrì alcune diapositive dei principali titoli del News di quel giorno. Tra di essi c’era la notizia di quell’omicidio.
«Ho letto la notizia sui giornali, questa mattina»
La Miller mi ghiacciò con il suo sguardo, mal disposto verso qualsiasi emozione.
«Voglio che indaghi sull’omicidio. Voglio sapere chi lo ha ucciso e per ché.»
Trattenni il respiro per alcuni secondi. Un caso di omicidio. Non me ne capitavano da diverso tempo. Da molto tempo. In pratica da quan do avevo lasciato la polizia.
Scrutai lo sguardo della donna, che attendeva una mia risposta.
«Signora Miller, immagino che lei abbia visionato il mio profilo profess ionale. Di solito mi occupo di persone scomparse, mogli e ma-riti gel osi che vogliono scoprire con chi vengono traditi. Alle volte mi capi tano casi di spionaggio industriale. Non mi occupo di omicidi. Gli omicidi non sono il mio campo. Sono quello che molti chiamerebbero “annusapatte” o “annusapassere”. Dipende un po’ dai punti di vista…» Mi alzai dalla sedia e diedi le spalle alla donna per dare un’oc chiata a una Vermont Street ingolfata dal traffico di metà matti na.
«Ha prestato servizio in polizia per molti anni. Nella Omicidi. Non credo che abbia perso l’allenamento…»
Mi voltai di scatto. Un sorriso beffardo le dipingeva il volto.
Si era informata bene sulla mia vita privata. Mi domandai se avesse scoperto il motivo per il quale non ero più nella polizia. Cosa sapeva della mia famiglia? Del mio passato? Ero bravo a indagare sulla vita delle persone. Per questo ero altrettanto bravo a tenere ben nascosta la mia di vita.
«Sui casi di omicidio di solito c’è la polizia che indaga. Perché non si rivolge a loro…»
«È sempre così spiritoso lei?»
«Solo quando dormo male la notte» risposi riaccomodandomi sulla se dia.
«Posso sapere chi è lei? E per chi lavora?» la incalzai, dopo aver messo da parte l’ironia.
«Il mio nome gliel’ho già detto. Per chi lavoro non ha importanza. L’importante è che lei accetti l’incarico. Sappiamo come lavora. Alcuni dicono che lei stia diventando troppo vecchio, ma noi guardiamo ai risultati. E quelli fino ad ora sono sempre stati dalla sua parte»
«Vorrei proprio che lei mi presentasse questi simpaticoni che dicono che sono troppo vecchio…»
«Inoltre» proseguì la Miller, chiaramente intenzionata a continuare la sua opera di convincimento senza perdersi in chiacchiere, «l’anonima to dei miei datori di lavoro verrà ampiamente compensato dall’offerta che ho intenzione di farle…»
Fece una pausa.
Rimasi in silenzio, in attesa.
«Ho qui con me un assegno da cinquemila dollari. Se lei accetta il caso sono subito suoi. Altri tremila dollari in contanti per eventuali spese. A questi si sommerebbero dodicimila dollari al termine delle indagini. Ovviamente solo nel caso in cui lei presentasse risultati di un certo rilievo…»
Trattenni a stento un fischio. Ventimila dollari.
Era evidente che quell’incarico puzzasse. Il fatto che non volesse dirmi per chi lavorava era una prova evidente che ci fosse qualcosa di grosso sotto. Ma i soldi in ballo erano tanti. E io ne avevo bisogno.
«Per quanto riguarda le spese?» le chiesi, prendendo tempo.
«Tutte le spese provabili oltre la soglia dei tremila le verranno comunque rimborsate, indipendentemente dai risultati ottenuti»
Ci furono alcuni secondi di silenzio. Laura Miller sorrideva, aspettando una mia risposta. Una risposta che lei probabilmente conosceva già. Mi alzai e mi voltai nuovamente verso Vermont Street.
«In che modo posso mettermi in contatto con lei?»
«Mi chiami a questo numero» rispose prontamente, estraendo dalla tasca una busta con i tremila in contanti, l’assegno dei cinquemila, il tutto accompagnato da un biglietto privo di qualsiasi scritta, ad eccezione di un numero di telefono scritto a penna.
«Non esiti a chiamarmi ogniqualvolta viene a conoscenza di qualcosa di importante. A qualsiasi ora»
Annuii, sempre più perplesso per quell’incarico che appariva come la classica punta di un iceberg fatto di merda e fango.
Laura Miller si alzò di scatto, mostrando tutto il suo atletismo e mi strinse la mano.
«McCarthy, la ringrazio di aver accettato l’incarico»
«Avrà mie notizie a breve»
«Non ne dubito»
Sfoderò un sorriso seduttore, anche se era chiaro che non fosse quella la sua intenzione. Era semplicemente la sua miglior arma per qualsiasi necessità. Mi diede le spalle e si avviò verso la porta. La aprì e uscì, la-sciando che si chiudesse lentamente alle sue spalle. Ascoltai il rumore dei suoi tacchi mentre scendeva le scale. Poi mi voltai a guardare la strada. Sbirciai il marciapiede e la vidi accomodarsi su un taxi e allontanarsi.
Accesi una Lucky e rimasi in piedi a riflettere per diversi minuti, osservando il traffico in strada.
Il fatto che un cliente avesse indagato sulla mia vita privata non mi piaceva per niente. Scavare nel passato delle persone non porta mai a risultati simpatici. Inoltre, il fatto che Laura Miller non avesse voluto dirmi per chi lavorava implicava che ci fosse qualcuno di potente dietro. Qualcuno che non si era fatto scrupolo di indagare sulla mia vita privata prima di propormi un incarico.
Ma i soldi in ballo erano tanti. E ne avevo bisogno. In fondo poi, inda gare era il mio mestiere.
Spensi la sigaretta nel grosso posacenere sulla scrivania e afferrai la cornetta del telefono.
«Pronto Victor. Tutto bene, sì. Sei libero verso l’ora di pranzo? Ti devo chiedere alcune cose…»


Potete acquistare Westville…

Potete acquistare Westville su tutti i circuiti della carta stampata, da Amazon a Mondadori, da IBS a Webster e Libreria Universitaria, da Feltrinelli a SBC Edizioni.


[vc_row][vc_column width=”1/4″][trx_image url=”2476″][/vc_column][vc_column width=”1/4″][trx_image url=”2479″][/vc_column][vc_column width=”1/4″][trx_image url=”2478″][/vc_column][vc_column width=”1/4″][trx_image url=”2477″][/vc_column][/vc_row]

Westville Story – Giorno 1 – Ronnie Prima

Il fumo di una sigaretta.

Il sibilo di un proiettile.

Le urla del vicinato.

Intorno a me tutto andava in frantumi. Le schegge di vetro volavano co me trapezisti al circo, infrangendosi contro il muro, contro il mobilio, contro di noi. Una sinfonia di morte riecheggiava come un’opera rock, ed io non riuscivo a far altro che guardare nei suoi occhi.
Il suo collo esplose come un geyser, e il suo sangue caldo si appiccò al mio volto. Una goccia scese lungo la fronte, ma non capivo se fosse sangue o sudore. Osservai i suoi occhi rigirarsi all’indietro e ascoltai con attenzione il suo ultimo respiro, a cui non volle staccarsi, come fosse l’unica cosa che contasse nella sua vita. Riguardavo quella scena per la centesima, forse millesima volta. La polizia urlava, io correvo, ed ogni volta che entravo in una catapecchia per nascondermi dovevo assistere nuovamente alla medesima scena.

«Basta!»

Mi svegliai nel mio letto, quello che da cinque anni ospitava i miei peggiori incubi. Finalmente riuscii ad asciugarmi quella maledetta goccia di sudore dalla fronte. Ogni ansimo mi squarciava il petto. Speravo fosse l’ultimo, ma l’ultimo non sembrava mai abbastanza.
Un ultimo per ritornare alla realtà.
Presi un’American Spirit dal pacchetto mezzo rotto. Con la mano allungata nel buio afferrai l’accendino e mi issai comodo. Appoggiai la schiena ancora umida al freddo muro intonacato di bianco, e un brivido mi percorse la schiena. Chiusi gli occhi.
Accesi la sigaretta e rimasi a fissare quel pallino rosso incandescente.
Presi della paroxetina dal cassetto, giusto un paio di pastiglie che ingoiai senz’acqua, e tornai ai miei incubi.
Avevo provato a eliminare quel dannato raggio di sole che filtrava dalla finestra, ma tutte le mattine veniva a darmi il buongiorno.
Il trauma della luce, il trauma della nascita.
Mi alzai, e rimasi seduto con la faccia nei palmi per un po’, poi mi accorsi di dover pisciare. Con in una mano l’uccello e l’altra aperta sul muro pensai di fare colazione al Larry Bucket’s Cafè, con una di quel-le tanto deliziose quanto industriali ciambelle al cioccolato e nocciole, accompagnate da un bel clistere da mezzo litro di caffè nero come la notte. Ci sarei andato di corsa, come tutte le mattine, prima di mettermi a spulciare la mail del lavoro, tra le solite imbarazzanti richieste: mariti adulteri, spionaggio industriale da quattro soldi e l’immancabile micetto scomparso.
Uscii dalla porta e salii le scale per raggiungere il marciapiede, poi infilai le cuffie ed impostai la riproduzione casuale. Sulle note di Free Bird dei Lynyrd Skynyrd lasciai il mio quartiere. Passai accanto al parco di Greenwater, poi giù per la zona residenziale di Saint John Baptist. Girai per la statale sessantuno, poi imboccai la quarantaquattro fino alla piazza antecedente il Mississippi e mi fermai alla fontana prima del Larry’s. Mi rinfrescai, passandomi le mani bagnate tra i capelli e sulla barba ispida. Più tardi avrei pensato a radermi. Guardai le mie braccia, un collage di tatuaggi che raccontavano i miei trentadue anni di stenti. Una storia cominciata nei bassifondi di New Orleans, giunta fino alla normalissima Westville. Un viaggio fatto di vizi, ossessioni, paranoie; affrontato con l’unico compagno di viaggi che mi era rimasto fedele: il mio sesto senso, una calamita per il marciume urbano.
Quello era il lavoro per cui ero nato.
Centoquartantaduemilaquattrocentonovantadue anime, tutte consapevoli che in quella città si nascondeva il peggio. Non erano necessari studi di criminologia per vederlo, né lezioni di scienze politiche per capirne il motivo. Westville era parte del mondo, e come il resto del mondo era incasinata. Trasferirmi da New Orleans a Westville non ave-va cambiato di molto le cose. Tiravo a campare, cercando di starmene il più possibile lontano dai guai.
«La sua torta, vuole del caffè?» disse la cameriera. Poi sorrise. Annuii e ringraziai senza guardarla, come a voler evitare altri convenevoli di circostanza.
Mi accorsi di quanto fosse stato crudele il tempo. Gli anni del col-lege erano volati, e con loro i sorrisi, le feste, le ragazze. Non che non esistessero più ragazze, ma i loro sorrisi avevano perso di efficacia, si spegnevano sotto i duri colpi della vita. Ragazze vivaci, che al college collezionavano baci dietro al campo sportivo, si trovavano ora a doversi infilare sotto le scrivanie per ottenere un lavoro decente. Oppure le in-contravi al supermercato con una fede al dito, un bambino in grembo e un occhio nero sotto il trucco.
Il marcio della mediocrità moderna.
La torta e il caffè mi bastarono per scrollare definitivamente il torpore di una notte sudata.
Corsi fino a casa e, dopo una lunga doccia, mi preparai ad affrontare quella che speravo sarebbe stata una proficua giornata lavorativa.
Aprii la casella mail.

[email protected]
Richiesta preventivo spionaggio industriale

[email protected]
Richiesta ingaggio, lavoro discreto

Di solito ero più propenso ad accettare le richieste di spionaggio indu-striale, la tariffa oraria era più alta, e potevo sbizzarrirmi maggiormente con cimici e scansioni tecnologiche, tuttavia non potevo nascondere un certo interesse per quel nome: Laura Miller.

Suonava libidinoso.
Aprii la mail divertito, aspettandomi una disperata moglie gelosa.

Oggetto: Richiesta ingaggio, lavoro discreto
Da: [email protected]
A: [email protected]

Buongiorno Sig. Prima,

le scrivo in merito all’omicidio del giornalista Michael Monroe, sono sicura che ha seguito le vicende. Vorrei ingaggiarla per far luce su alcuni dettagli.
Certa di un suo gentile riscontro, porgo cordiali saluti.

Laura Miller

Doccia ghiacciata.
Forse sarebbe stato meglio lo spionaggio industriale.
Mi buttai all’indietro e sprofondai nello schienale della sedia da ufficio. Afferrai una Spirit, me la cacciai tra le labbra e l’accesi, ma sentivo più il bisogno di un sedativo per cavalli.
Laura Miller. Chiunque fosse non voleva farsi rintracciare o comunque sapeva che sarei stato in grado di farlo. Probabilmente aveva offuscato il Whois, il protocollo che mi avrebbe permesso di scoprire pressappoco tutto di lei. I miei pensieri correvano. Si scontravano. Forse mi creavo più problemi di quanti avrei dovuto farmene. Forse bastava rifiutare.
Avevo lasciato la polizia e la mia città, con l’intento di tenermi a di-stanza da storie di omicidi, assassini e puttane. In pochi secondi ero ri-piombato dentro un incubo da cui mi ero ripromesso di stare alla larga. La claustrofobia e quel senso di oppressione che mi accompagnavano da qualche anno tornarono a farmi visita.
Cercai della paroxetina, ma scoprii con amara sorpresa di averla finita durante la notte.
Conobbi Singer in un jazz club in centro. Un afroamericano dalla voce calda e roca, che nel tempo libero cantava blues tormentati nelle bettole delle vie centrali di Westville. Ero appena arrivato dalla grande città e i miei vizi segnavano ancora le mie narici. In una pausa Singer capitò al bancone affianco a me, chiedendo una birra. Mi guardò, mi studiò e riconobbe sul mio volto una richiesta d’aiuto. Da quel giorno non toccai più un granello di polvere. Singer mi procurò della paroxetina, che rubava dalle dispense ben fornite dal Saint Raphael Hospital, dove lavorava come inserviente part-time. Arrotondava lo stipendio trafugando farmaci non specifici e da banco. Tutto sommato Singer aiutava le persone con dei problemi. Era il Robin Hood della sanità mentale: costava meno di una farmacia e non chiedeva la ricetta. Grazie a lui mi ero ripulito, avevo dato l’esame ed ero riuscito a prendere la licenza da investigatore privato.
Scrissi un messaggio a Singer. Gli diedi appuntamento per cena, fuori dalla tavola calda di fronte all’ospedale. Poi risposi telegraficamente a Laura Miller, rifiutando l’incarico. Mi tolsi quel pesante macigno dallo stomaco, ignaro che da lì a pochi minuti sarebbe arrivata la sua risposta, improvvisa come un temporale estivo.

Oggetto: Re: Re: Richiesta ingaggio, lavoro discreto
Da: [email protected]
A: [email protected]

Sig. Prima,

sono felice di riscontrare in Lei una modestia invidiabile, tuttavia il suo curriculum è abbastanza ricco da incentivarmi a insistere. Mi per doni l’arroganza, ma purtroppo ho un lasso di tempo limitato per poter risol-vere questo mi stero che mi lascia del tutto perplessa. A tal proposito avrei disposto un bonifico a suo credito di cinquemila dollari come ingaggio, ed al tri tremila per eventuali spese, ai quali si sommerebbero dodicimila dollari al termine delle indagini, alla presentazione di risultati accetta bili. Ovviamente tutte le spese dimostrabili oltre la soglia dei tremila Le ver-ranno rimborsa te, indipendentemente dalla riuscita del lavoro.
Le chiedo gentilmente di riprendere in considerazione la mia offerta. Nel caso contrario la prego di accettare l’anticipo come risarcimento, per il tempo rubatole.
Confido nella sua lucidità.

Saluti.
Laura Miller

Diciassettemila dollari puliti, con un rimborso da capogiro, per un’indagine di omicidio.
Prima di riflettere lucidamente a questa faccenda avevo bisogno di in-contrare Singer. Avevo bisogno di un consiglio, di un ginger ale fresco e di un flacone nuovo di Paroxetina.
Singer mi stava attendendo appoggiato al bancone. Ci abbracciammo, poi scherzando mi disse «sempre in anticipo eh!»
Ci sedemmo e la cameriera venne a prendere l’ordinazione. La targhetta sulla camicetta annunciava “Dora”. Finito il suo lavoro si congedò con un sorriso, e noi seguimmo con lo sguardo quelle meravigliose gambe tatuate, dritte, senza imperfezioni, che sparirono dietro il banco. Alzando lo sguardo sopra il bancone notai la sua pelle bianca del collo unirsi con i boccoli rossi dei suoi capelli.
«Un’altra bella ragazza che cadrà, sotto il peso dell’emancipazione che l’essere umano ha preteso nei confronti di questo pianeta…» affermai con placido ma sconfortante pessimismo
«Senti, io apprezzo questo tuo essere tutto strambo, ma cristo, due belle gambe sono due belle gambe… volevo chiederle di uscire, ma ora ho solo voglia di suicidarmi!» protestò Singer.
«A proposito di ragazze, le mie ce le hai?» gli chiesi subito.
«Certo che le ho!» allungando una mano sotto il tavolo mi spinse sulla gamba un flacone. Io lo afferrai e lo infilai in tasca.
«Allora, come stai?» mi chiese Singer.
«Incubi per lo più, ma anche tanta paranoia»
Lui si strinse nelle spalle larghe, e alzò gli occhi al cielo, poi mi guardò. «Ronnie devi uscire di casa.»
«Io esco!»
«No davvero, con la testa! Devi smetterla di rintanarti in te, devi provare a fidarti delle persone, devi uscire da quel quartiere di New Orleans. Ora sei a Westville, bello, qui la gente si parla, va insieme agli incontri, qualche volta si beve una birra in compagnia. Lo so bene che non è facile, che la merda piove anche qui, ma renditi conto di una cosa: il tuo unico amico è il tuo spacciatore!»
Rimase fermo a fissarmi, ad aspettare probabilmente una mia risposta, o una mia reazione.
«So che hai ragione, e forse sto anche cominciando a capirlo. A tal proposito, in qualità di migliore ed unico amico, avrei bisogno di uno dei tuoi consigli.»
Nel frattempo giunse Dora con i nostri tortini di patate, il mio ginger ale e la birra per Singer.
La ragazza sorrise guardando i miei tatuaggi e mi chiese cosa significassero.
«Che da giovane ero un cretino» la liquidai bruscamente. Ovviamente se ne andò risentita. Quel risentimento che solo una giovane donna poteva provare, davanti ad un rifiuto categorico delle sue attenzioni.
«Sei un cretino tutt’ora.» mi ammonì Singer.
«Lo so… No davvero ascolta» lo incalzai «mi ha scritto una sconosciuta, che ha del lavoro per me, e che me lo pagherà profumatamente. Questa sa delle cose sul mio passato, sul mio curriculum o così afferma. Praticamente è un fantasma, non sono riuscito nemmeno a rintracciarla.»
«Ti minaccia?»
«No! Anzi! Mi dice che mi ha già fatto un bonifico, e che se il lavoro non lo voglio mi posso tenere l’anticipo, e alla fine mi salda il tutto. Ah! Non dimentichiamo un rimborso spese da capogiro!»
«Mh, amico, ‘sta roba mi puzza!» mi avvertì Singer.
«Anche a me!»
Fuori il sole iniziava a calare e le luci delle case e dei negozi ad accendersi. Il nostro tavolo era alla vetrina, e il vetro rifletteva l’insegna al neon: “Aperto”. Guardavo fuori, convinto che da qualche parte dietro al rosso fuoco del sole della Louisiana, tra le facce esauste e gli insetti, una Laura Miller mi stesse osservando.
«Ok, ma il lavoro quale sarebbe?» domandò Singer.
«Omicidio… devo indagare su un omicidio.»
Singer scosse la testa e sorrise, mostrando la fessura pronunciata tra i suoi incisivi superiori.
«È una puttanata amico!» mi scherzò.
«Lo penso anche io.» e gli diedi ragione «però sono tanti soldi!»
«Amico, cosa ci fai con i soldi? Tutta la gente con cui sono cresciuto voleva fare soldi, tranne me. Ora loro sono morti, mentre io sono vivo. Qualcosa vorrà pur dire, non credi?»
Gli feci cenno di abbassare la voce, o avremmo spaventato tutto il lo-cale.
«Mi servono per tornare a New Orleans, e portare via una persona che non vedo da tanti anni.»
Singer mi guardò, poi fissò il tortino di patate. Mi ricordai di non aver ancora mangiato dalla mattina, così lo afferrai e me lo portai voracemente alla bocca. Mangiammo in silenzio.
Finito il fugace pasto feci un lungo sorso di ginger ale e mi accesi una sigaretta. Porsi il pacchetto verso Singer per gentilezza, ma sapevo che non fumava. Fece solo un cenno del capo.
«Senti Ronnie, io non so cosa, o chi, tu abbia lasciato in quel posto, ma se questi soldi davvero ti servono… insomma, se provare a raggiungere questo tuo obiettivo potrebbe riportarti nel mondo dei vivi… rischia!»
Ascoltai le parole di Singer fissando la sigaretta bruciare sopra il posacenere, e perdere pezzi lentamente. Mi venne da sorridere, ma i dubbi tormentavano ancora i miei pensieri.
Pagai il conto anche per Singer, e lasciai qualche banconota accartocciata a Dora, sperando si dimenticasse della mia maleducazione.
Uscimmo dal locale.
L’imbrunire stava lasciando posto alla notte, e il cielo si faceva sempre più blu intenso. Il tappeto di puntini luminosi andava in contrasto con le sfumature rosa aggrappate alle nuvole, che di lì a poco si sarebbero spente. Camminammo per la piazza davanti l’ospedale, fino alla sua macchina.
«Oh, Ronnie! Mi raccomando, stai in guardia e tienimi aggiornato, per qualsiasi problema… E torna da quello splendore lì dentro. Chiedile scusa e invitala a bere una birra»
«Io non bevo…»
«Sempre scuse» disse ridendo, con una mano alzata in cenno di saluto. Saltò in macchina e scomparve tra le vie di Westville.
Era una bella serata: calda, umida e tranquilla. La gente camminava per il centro pacifica e serena.
Senza accorgermene passeggiai così tanto che la notte aveva ormai inghiottito la città e la temperatura stuzzicava i miei sensi. Pensai a tutto quello che avevo lasciato a New Orleans e a tutto quello che avrei voluto fare nella mia vita. Forse ero su di giri, forse davvero stavo guarendo, forse potevo trovare la forza di concludere qualcosa nella mia vita.
Forse.
Infilai una mano nella tasca destra e tirai fuori il pacchetto di sigarette vuoto. Brutto vizio quello di non mettere cestini dell’immondizia in giro. Va a finire che ti riempi le tasche di cartacce. Fortunatamente a pochi passi da me c’era una piccola drogheria. Erano tanti anni che non mi sentivo così, inebriato dalla notte, quasi sereno, con della ritrovata voglia di miglioramento. Avevo voglia di assaporare del tabacco Perique. Entrai nel negozietto e andai verso la cassa, ignorando qualsiasi altro genere di conforto.
Il destino mi regalò una seconda possibilità: alla cassa incontrai la cameriera del diner, intenta nell’acquisto di caramelle e sigarette.
«Scusa per prima alla tavola calda, non era mia intenzione essere male-ducato. Piacere mi chiamo Ronnie. Ti chiami Dora, giusto?»
Lei annuì e mi porse la mano: «Piacere mio»
La sua mano era piccola, fredda ma sudata, come quando uno ha l’influenza. Le unghie erano spezzate, o mangiate, e lo smalto nero era vecchio di giorni. Anche lo smalto dei suoi denti era rovinato. Quello che fino a poco prima sembrava un essere perfetto ora mostrava tutti i lati dell’imperfezione umana.
«Hai bisogno che ti accompagni a casa?» le chiesi per essere cortese, ma lei sorrise e fece cenno di no con la testa. Si avviò all’uscita, ma dopo solo due passi si girò e mi squadrò con astio.
«Il numero di telefono non te lo lascio, tanto sai dove lavoro». Si girò e sparì nella notte, con la sicurezza di aver pareggiato i conti con la mia maleducazione.
Quella ragazza mi turbava molto. Ero attratto da lei, ma allo stesso tempo provavo una strana repulsione. Probabilmente ero più affasci nato che attratto.
Pagai le mie sigarette, due pacchetti, e mi affrettai. La fretta di chi perde il treno.
Intravidi Dora girare l’isolato dopo il negozio, mi accostai al muro e arrivai all’angolo. Mi sporsi leggermente con la testa, oltre il palazzo. Passi piccoli, quasi a voler nascondere una mancanza di equilibrio, tuttavia svelti, frettolosi, affannati. Proseguì per altri due isolati con la stessa andatura. Continuai a seguirla, chiedendomi tuttavia perché lo stessi facendo. Eravamo ormai vicini a Greenwater, dove la notte potevi fare una cosa soltanto. Compare droga.
Ero consapevole di non essere il migliore degli uomini, ma avevo una certezza in cuor mio: ero un bravo sbirro. Mentalmente tornai ai tempi dell’accademia. Ripassai tutti i tipi di droghe, naturali o sintetiche, che avevo studiato sui manuali e sulla mia pelle, concentrandomi principalmente sugli effetti. Le sue piccole mani fredde e sudate, lo smalto dei denti rovinato, le pupille molto dilatate. Tuttavia i suoi riflessi erano buoni, non sembrava affatto rallentata, e la dipendenza non si manifestava ancora in situazioni ordinarie. Non potevo averne la completa certezza, ma mi convinsi che Dora fosse ad uno stadio primario di tossicodipendenza da eroina. Probabilmente fumata, data l’assenza di buchi sulle braccia o bruciature sulle narici.
Tutti stavano cadendo sotto il peso delle nostre città, dove i mattoni venivano tenuti insieme dalla droga, dalla violenza e dall’usuale menefreghismo, i cui collanti erano la rabbia e la paura. Erano le strade che veicolavano il bisogno di denigrare gli altri, di trattarli da reietti, da diversi. Quelle vittime avrebbero fatto stare meglio la grande fetta di popolazione che, indisturbata, portava il figlio a scuola, andava con gli amici al bar, si comprava la macchina familiare e andava a votare.
La storia del mondo si erge sul bisogno di essere migliori degli altri e mai migliori di se stessi. L’automiglioramento non è mai un’opzione, fin-ché si ha il metro di misura giusto.
La piccola e tossica Dora era l’esempio su scala millesimale, di come il mondo ti usa. La gente come Dora era la droga che questo governo spacciava al suo popolo. Li lasciava lì, per le nostre strade, in vetrina a ricordare a tutti gli altri quanto erano migliori, per nascondere invece quanto il loro odio, la loro paura, ma soprattutto il loro menefreghismo alimentasse il grosso ingranaggio.
Noi della narcotici avremmo dovuto aiutare questa gente, non arre-starla. Per quale motivo avevo rischiato la vita tutti i santi giorni? Potevamo anche eliminare tutta la droga del mondo, ma non avremmo mai eliminato i veri spacciatori. Chi diffondeva il movente. L’odio, la paura, la povertà, la mancanza di istruzione, il clima di terrore, la crisi economica e il lavoro precario erano le basi sui cui si ergeva il nostro lavoro. Se qualcuno avesse eliminato quei presupposti, il nostro lavoro sarebbe diminuito drasticamente.
Sospirando aprii il pacchetto di sigarette. Me ne accesi una e camminai verso casa. Non pensai più a nulla. I miei dubbi erano volati via. Avevo in testa solo una tabula rasa. Quando arrivai a casa sentii il peso della se-rata e le gambe cedettero, facendomi tonfare sulla sedia, davanti alla mia scrivania.
Mi ricordai che dovevo ancora rispondere a Laura Miller, così lasciai che fossero le mie sensazioni a guidarmi.

Oggetto: Re: Re: Richiesta ingaggio, lavoro discreto
Da: [email protected]
A: [email protected]

Allegati: modulo di ingaggio – contratto; modulo assicurativo 2/b

Gentile Laura Miller,

ho temporeggiato molto e me ne scuso. Ho avuto modo di riflettere parecchio e prendere in considerazione alcuni aspetti del caso da lei pro-postomi che non mi convincevano affatto. Tuttavia in allegato troverà due moduli: il primo è il contratto di ingaggio da compilare e firmare, il secondo un modulo assicurativo che rende a tutti gli effetti lei responsabile della mia attrezzatura e di un eventuale risarcimento. Tutto è chiaramente spiegato negli stessi. Le chiedo gentilmente di inviarmi una copia di un suo documento d’identità, va bene anche la patente di guida.
Una volta ricevuti gli allegati potrò cominciare le indagini.
Sono sicuro che saprà darmi una dettagliata spiegazione su chi era lei per la vittima e il motivo delle indagini, per poter così iniziare da una pista sicura.

In fede.

Ronald Philip Prima


Potete acquistare Westville…

Potete acquistare Westville su tutti i circuiti della carta stampata, da Amazon a Mondadori, da IBS a Webster e Libreria Universitaria, da Feltrinelli a SBC Edizioni.


[vc_row][vc_column width=”1/4″][trx_image url=”2476″][/vc_column][vc_column width=”1/4″][trx_image url=”2479″][/vc_column][vc_column width=”1/4″][trx_image url=”2478″][/vc_column][vc_column width=”1/4″][trx_image url=”2477″][/vc_column][/vc_row]