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10 imperdibili maestri del noir

Iniziamo una nuova stagione di articoli sul blog di The Westville Series con una carrellata di consigli letterari a tema noir. Ho selezionato dieci autori a mio parere imprescindibili per capire l’evoluzione e le sfumature della letteratura noir degli ultimi decenni. Ovviamente sia tratta di una piccola selezione, basata sulle mie letture più recenti e sul mio gusto personale: non me vogliate se ho tralasciato qualche nome degno di menzione. Ho volutamente ignorato gli scrittori italiani, semplicemente perché mi piacerebbe trattare il tema in separata sede, magari in uno dei prossimi articoli del blog. I vostri scrittori noir preferiti quali sono? Potete lasciare un breve commento con le vostre proposte di lettura. Ecco i miei suggerimenti, accompagnati anche da qualche suggerimento cinematografico. Buona lettura!

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Raymond Chandler

Come non citare il capostipite (a pari merito con Dashiell Hammett) del genere hard-boiled? Le indagini del detective Philip Marlowe – prototipo dell’investigatore solitario, tormentato, bevitore e perennemente al verde – sono entrate nell’immaginario collettivo, anche grazie a numerose fortunate trasposizioni cinematografiche. Tutti i sette romanzi con protagonista Marlowe sono di qualità altissima, e vi consiglio vivamente di leggerli tutti. Se dovessi scegliere un titolo, non esiterei a dire Il lungo addio, un capolavoro assoluto della letteratura americana del ‘900, non solo noir.

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Jo Nesbo

Più di trenta milioni di copie vendute (dato aggiornato al 2017, quindi sono verosimilmente molte di più): basterebbe questo ad annoverare il norvegese Jo Nesbo tra i massimi esponenti del noir mondiale. Nesbo rappresenta il portabandiera di quella scuola noir nord-europea che tanta fortuna sta raccogliendo negli ultimi anni. Trame complesse con colpi di scena a ogni finale di capitolo, e una scrittura semplice e molto scorrevole, fanno dei romanzi di Nesbo magnifici noir-thriller dall’alto tasso di coinvolgimento. La lunga serie con protagonista Harry Hole rappresenta il manifesto letterario dell’autore norvegese: i romanzi possono essere letti slegati l’uno dall’altro, anche se la vita del protagonista è in continua evoluzione. Romanzi consigliati: Il pettirosso, Polizia, e L’uomo di neve.

Jean Claude Izzo

Francese di chiara origine italiana, Izzo è un esponente di spicco della corrente chiamata noir mediterraneo. Imperdibile la sua trilogia marsigliese, da leggere in rigoroso ordine di pubblicazione, composta di Casino Totale, Chourmo e Solea. Protagonista l’ex poliziotto disilluso Fabio Montale. Scrittura semplice ma raffinatissima e molto evocativa, e intrecci brillanti che vanno a pescare nel marcio dei bassifondi di Marsiglia, sono i punti forti di una trilogia a dir poco incantevole e poetica. Unico rammarico, la morte dell’autore nel gennaio del 2000, a soli 54 anni.

James Ellroy

The Mad Dog, il cane pazzo della letteratura americana. James Ellroy è un autore unico per stile, capacità narrativa, complessità d’intreccio e produttività, con una vita privata ricca di episodi incredibili (dall’omicidio – ancora insoluto – della madre, alla vita da vagabondo prima di diventare scrittore) che aggiunge un tocco di fascino a uno scrittore che non ne avrebbe certo bisogno. Bastano, infatti, i suoi romanzi, capolavori assoluti del genere. Imprescindibile la quadrilogia di Los Angeles, un must read, tra cui spicca il magistrale L.A. Confidential, da cui è stato tratta la celebre (e godibile) pellicola.

Edward Bunker

Il re dei romanzi carcerari Edward Bunker si è meritatamente ritagliato un posto nell’élite della letteratura noir grazie a potenti drammi ambientati nelle peggiori carceri degli States. Nelle sue opere, la brutalità delle condizioni dei detenuti e l’incapacità del sistema di “riformare” i criminali sono condannate senza mezzi termini. Dopo decenni a fare dentro e fuori dalle prigioni degli Stati Uniti, Bunker inizia una felice carriera di scrittore e buon attore, ricevendo in età avanzata i doverosi riconoscimenti. Must read: Cane mangia cane, Come una bestia feroce, e l’autobiografico Educazione di una canaglia.

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Don Winslow

Letterariamente figlio di James Ellroy, Winslow si è imposto all’attenzione della scena letteraria mondiale con alcuni appassionanti noir ambientati tra California e Messico. Una scrittura più secca di un Martini e un minimalismo all’ennesima potenza fanno da contraltare a una sopraffina capacità di elaborazione di intrecci intricatissimi. L’inverno di Frankie Machine può essere il punto di partenza per un lettore che non conosce Winslow. Il suo capolavoro è senza dubbio Il potere del cane, monumentale primo volume di un’elettrizzante trilogia sul narcotraffico messicano.

Elmore Leonard

Il prolifico e poliedrico Elmore Leonard ha raggiunto la fortuna commerciale in Italia in seguito ad alcune ottime trasposizioni cinematografiche, che hanno fatto riscoprire la sua arte al grande pubblico italiano, che lo aveva ingiustamente ignorato fino a quel momento. Leonard vanta una produzione vastissima, perlopiù ambientata nei bassifondi di Detroit. La maestria nella costruzione dei dialoghi e un’attenzione meticolosa per le ambientazioni fanno di Leonard uno degli autori noir imprescindibili per ogni amante del genere. Out of Sight, Lo sconosciuto n.89 e Punch al Rum rappresentano un buon punto di avvicinamento alla sua opera. Da non disdegnare, infine, la sua produzione western.

Manuel Vazquez Montalban

Spagnolo di Barcellona, scrittore e giornalista con la passione per il calcio e la gastronomia, Vazquez Montalban deve la sua fama alla fortunata e lunghissima serie di romanzi con protagonista l’investigatore privato Pepe Carvalho, altra figura romantica entrata nell’immaginario collettivo. Per un primo approccio con il mondo di Carvalho, suggerisco di iniziare dai primi romanzi della serie, in particolare La solitudine del manager e I mari del sud.

Dennis Lehane

Il bostoniano Dennis Lehane è uno dei nomi di punti del poliziesco contemporaneo, grazie anche ad alcune celebri e ben riuscite trasposizioni cinematografiche, tra cui ricordo Shutter Island, Mystic River e La legge della notte. Una scrittura di alto livello, trame originali e un’attenzione particolare alla caratterizzazione psicologica dei personaggi sono i punti di forza della prosa elegante di Lehane. Letture consigliate: La casa buia e La morte non dimentica.

Brian Panowich

Volto nuovo della scena letteraria americana, l’ex pompiere Brian Panowich ha stupito con il suo esordio Bull Mountain, datato 2015, cui ha fatto seguito quattro anni dopo, Come leoni. I due romanzi narrano la storia della famiglia di contrabbandieri Burroughs: tra distillerie abusive, laboratori di metamfetamine, fucili, pick up e sparatorie, Panowich imbastisce una coinvolgente saga famigliare southern noir, ambientata nella natura selvaggia delle montagne della Georgia, negli Stati Uniti.

Alberto Staiz

Colpisci e scappa, il noir underground dalla Scozia

La letteratura è viva e vegeta, e lo si vede nelle fiere.

Questo è quello che ho pensato durante la fiera Book Pride a Milano, lo scorso 16 Marzo. Probabilmente qualche addetto ai lavori non sarà d’accordo con me, d’altra parte l’economia di questo paese attraversa ormai uno stallo perenne, dovuto a un cambiamento radicale che ancora non è riuscito a superare, con la complicità dei soliti noti.
Ad ogni modo, ai miei occhi da fruitore, ho potuto notare tante persone appassionate e coinvolte, tanti bambini e molti curiosi.
Tra le varie case editrici, mi sono imbattuto in una realtà a me ancora sconosciuta, ma grazie alla quale ho scoperto una perla della letteratura noir scozzese: Doug Johnstone e il suo Colpisci e Scappa.
Attirato dalle copertine che si mostravano con grafiche fresche, moderne, lontane anni luce dal marketing da quattro soldi dei vecchi giganti, mi sono interessato al parco autori di CasaSirio. La piccola casa editrice, nella figura di Martino, mi ha consigliato quello che secondo lui era un ottimo prodotto.
Fatto questo dovuto preambolo, mi lancio a parlare del romanzo che ho finito di leggere giusto un paio di giorni fa.

Colpisci e scappa Doug Johnstone

Scheda Libro

  • Titolo: Colpisci e Scappa
  • Autore: Doug Jonhstone
  • Casa Editrice: CasaSirio
  • Consigliato: Si
  • Acquista: Amazon

Trama

Cosa faresti se dopo una notte brava, all’insegna di alcool e droghe, in compagnia della tua bellissima ragazza e di tuo fratello maggiore, ti ritrovassi stupidamente al volante della tua utilitaria per le strade sopra Edimburgo, e colpissi accidentalmente il boss della malavita della città, uccidendolo?

colpisci e scappa doug johnstone westville news

Questa era proprio la freschezza che stavo cercando. Una storia nuova, che colpisse il lato più curioso della mia sete di letture.
Affondo la testa tra le pagine di Colpisci e Scappa, alla ricerca di un brivido continuo.
Vengo accontentato.
L’intreccio si palesa subito nelle prime pagine. Conosciamo quindi Billy, il nostro protagonista. Aspirante giornalista, dipendente dalle droghe e estremamente riflessivo. Zoe è la sua fidanzata, a dire di Billy, oltre le sue possibilità, e Charlie, fratello maggiore, dottore e spacciatore di farmaci rubati al lavoro. Si percepisce che tra i tre c’è un’ottima intesa. A legare i fratelli l’amore per la madre, scomparsa anni prima, lasciandoli definitivamente orfani. In tutto questo Zoe fa un po’ da mamma, permettendo ai due di vivere sotto il suo tetto. Billy e Zoe sono anche colleghi al giornale, lui per la cronaca, lei per la moda.
Attorno si accalcano una serie di personaggi molto ben caratterizzati, e in qualche modo intrecciati tra loro. Rose, il mentore di Billy, una donna adulta e consapevole del suo corpo, che sfrutta la complicità sessuale con il capitano di polizia, in cambio di soffiate per la sua carriera. Ma Rose è anche una figura materna per Billy, a tratti premurosa e comprensiva nei confronti di una promessa del giornalismo d’inchiesta, che cela dietro la sua fortuna da prima pagina il terribile segreto: è un assassino.
Adele è la moglie del defunto boss mafioso, persa in una vita di violenza, ma anche una madre amorevole per suo figlio Ryan.
Insomma, tematiche che tornano nei vari rapporti tra i personaggi, in un susseguirsi di violenza, droga, e surrealismo urbano moderno degno di una Edimburgo affascinante e pericolosa.

Doug Johnstone

Doug Johnstone colpisci e scappa scrittore

Non si può certo dire che Johnstone non sia un autore prolifico, oltre che un uomo di cultura e sport.
Con ben 9 romanzi in 12 anni, il romanziere scozzese si è guadagnato il titolo di “gioiello della narrativa crime” convincendo il pubblico e la critica per la sua capacità di infondere nel lettore quella sana voglia di girare pagina dopo pagina, alla scoperta della verità.
Ma Johnstone non è solo uno scrittore. Laureato in fisica, con un dottorato in fisica nucleare, prima di dedicarsi alla letteratura, ha progettato un sistema di guida radar missilistico per aeromobili.
Doug Johnston è anche batterista e calciatore dilettante, per la sua squadra di scrittori di Edimburgo.

Considerazioni su colpisci e scappa

Ho amato l’approccio crudo e diretto di una narrazione che tralascia dettagli superficiali per concentrarsi sui risvolti psicologici, e sul rapporto tra i personaggi. Johnstone guida abilmente il suo protagonista in un vortice di violenza e moralità dissacrante, alla ricerca del lato più crudo della natura umana.
Non sono mai stato a Ediburgo, ma grazie a Doug Johnstone, è come se avessi vissuto il meglio e il peggio di una città affascinante.
Billy tuttavia è palesemente un anti-eroe, a volte fin troppo, risultando a tratti incomprensibile nelle sue scelte, e talvolta addirittura disgustoso.
La narrazione è scorrevole e piacevole nella maggior parte del romanzo, ma pecca molto nelle scene d’azione, dove il realismo paradossale di una situazione al limite del grottesco, lascia il posto alla banalità di film d’azione thriller americani, con malviventi oltre lo stereotipo.

Nel complesso, questo romanzo del 2012 è davvero interessante, coinvolgente e infonde la voglia di leggere tutta la bibliografia dell’autore, alla ricerca della prossima storia frizzante e agghiacciante allo stesso tempo.

Vittorio Bottini

7 sconosciuti a El Royale – l’hard boiled quasi perfetto

7 sconosciuti a el Royale è una pellicola del 2018, firmata da Drew Goddard, e interpretata, tra gli altri, da Jeff Bridges, Dakota Johnson, Lewis Pullman e Chris Hemsworth.
Il suo approccio da noir classico è sostenuto da una visione maniacale della fotografia, quest’ultima accentuata da un’ambientazione spazio-temporale evocativa e unica nel suo genere.
Le pecche non mancano, ma nel complesso il film merita di diventare una pietra miliare del cinema d’autore.

7 sconosciuti a el royal westville news copertina

Scheda Film

  • Titolo originale: Bad Times at the El Royale
  • Durata: 141 min
  • Consigliato:
  • Voto: 4.5/5
  • Guarda su: Google Play

Trama

La pellicola è ambientata nel 1969.
Come nei più classici dei noir, il film si apre mostrandoci una persona che viene uccisa a sangue freddo da un killer, di cui non conosciamo l’identità. Il regista ci presenta subito dopo i personaggi attorno ai quali si snoda tutta la vicenda. Facciamo subito la conoscenza di padre Daniel Flynn (Jeff Bridges), un prete cattolico anziano, e di Darlene Sweet (Cynthia Erivo), una donna afroamericana che viaggia da sola, con bagagli molto voluminosi. I due fanno conoscenza nel parcheggio dell’albergo, per entrambi una tappa di viaggio.
Entriamo nel lussuoso El Royale, e facciamo la conoscenza di altri due personaggi. Il venditore Laramie Seymour Sullivan (Jon Hamm), uno spocchioso chiacchierone, che racconta il decadimento che ha subito l’albergo, di cui si dice storico frequentatore. Il concierge, Miles Miller, è poco più di un ragazzo, unico dipendente dell’albergo, da quando lo stesso è andato in rovina.
Miles si esibisce nella storica presentazione dell’albergo, la cui vera particolarità è di sorgere esattamente a metà tra due stati, ovvero tra la California e il Nevada. Una netta linea di demarcazione separa il lato dell’albergo in cui è permesso il gioco d’azzardo e una vita più sregolata, dalla più lussuosa e ordinata parte californiana.
Infine si aggiunge anche Emily. La ragazza ha modi bruschi e una mise palesemente hippy. Mancano ancora due persone all’appello, ma possiamo tranquillamente affermare che è qui che si apre la vicenda.
Si scoprirà poco dopo che ogni personaggio nasconde un segreto, così come lo stesso albergo nel quale alloggiano.

Comparto tecnico

7 sconosciuti a el Royale è la seconda fatica cinematografica per Goddard, come regista. La sua carriera di sceneggiatore comincia nel 2002 a Los Angeles, al lavoro su produzioni televisive.
Si può dire che questa pellicola sia una visione completa del regista, in quanto anche la sceneggiatura è firmata dallo stesso Goddard.
Il comparto tecnico si presenta altamente preparato a sviluppare l’idea del regista. Lo stesso sceglie come direttore della fotografia un maestro del concept: Seamus McGarvey. Il direttore della fotografia inglese si è affermato con diverse pellicole di successo, tra cui Godzilla, The Avengers e Cinquanta sfumature di grigio, ma è con il film d’autore che riesce ad esprimere la sua vera natura artistica.

Chris Hemsworth 7 sconosciuti a el royale

Infatti, come per Animali Notturni, pellicola del 2016 del regista e sceneggiatore Tom Ford, anche in 7 sconosciuti a El Royale si può notare una pulizia maniacale dell’immagine, e trova sfogo il concetto di simmetria, espresso anche nella location, a cavallo tra due stati. Infine i colori, dettati dai vari scenari, incidono molto sullo stato d’animo, che passa da una scanzonata ironia da rivista patinata di fine anni ’60, a un più tetro thriller a note gialle, degne di Agatha Christie.

Il cast – Attenzione, possibile spoiler!

jeff bridges 7 sconosciuti a el royale

Il cast vanta attori navigati, e più giovani, ma tutti talentuosi. Tutta la vicenda si snoda attorno agli stessi personaggi, isolati dal mondo.
Degno di gran nota è sicuramente Jeff Bridges, che riesce a interpretare un criminale pentito, alla fine dei suoi giorni, che continua però a mentire, e a cercare di recuperare un fantomatico bottino, abbandonato anni prima – si scoprirà poi – dall’uomo ucciso all’inizio. Insomma un ruolo non facile, che vede Bridges cimentarsi in un personaggio con diverse facce.
Grande interpretazione anche da parte di Lewis Pullman, attore di appena 26 anni, e figlio d’arte. Suo padre infatti è l’attore Bill Pullman, divenuto famoso principalmente negli anni ’90 con film del calibro di Ragazze vincenti, Indipendence Day e Strade perdute di David Lynch, un esempio poco brillante di neo-noir, di cui Pullman era il protagonista.
Pullman figlio interpreta il concierge dell’albergo, unico dipendente, e tossicodipendente, vive praticamente all’interno della struttura. Con un passato da eroe del Vietnam, unico sopravvissuto del suo plotone a un raid nemico, trova impiego a El Royale, ed costretto dai suoi capi a custodire il terribile segreto dell’albergo.
In perenne ricerca di una figura paterna e di redenzione, Lewis si lascia ingannare dal personaggio di Bridges, finendo poi per trovare lo scontro con la banda di Billy Lee, interpretato dallo statuario Chris Hemsworth. Billy è un hippy violento e sovversivo, impersonificazione del male della società, che per certi versi incarna la figura di Charles Manson. Oratore e abbindolatore, il ruolo di Hemsworth compare ben dopo la prima metà, denotando un cambio di toni. Pur mantenendo l’ironia che caratterizza la pellicola, il film diventa più violento, diretto e meno misterioso.

7 sconosciuti a el royale

Considerazioni finali sul film

La vera considerazione su 7 sconosciuti a El Royal può essere una sola: il cinema ha bisogno di film di questo calibro.
Queste sono pellicole che fanno bene a Hollywood, perché riportano il lato artistico del cinema a una dimensione più profonda, dove non a tutte le domande dev’esserci necessariamente una risposta. Alcuni argomenti sono più grandi di qualsiasi possibilità, anche per i protagonisti, che in questo caso sono palesemente degli anti eroi.
Tuttavia, quest’ultimo punto è stato anche il fulcro delle polemiche che non hanno permesso al film di Goddard di spiccare il volo e diventare un pieno successo. Malgrado il film abbia riscosso per lo più critiche positive, non è riuscito a convincere tutti.
Altro punto dolente è stato lo storytelling: una narrazione lenta, che aggiunge elementi connotativi degli anni ’60, come i riferimenti alla Manson’s Family e a J. Edgar Hoover, lasciati poi in sospeso.
Malgrado tutto ciò, 7 sconosciuti a El Royale è una chicca del cinema Hard Boiled, che lascia lo spettatore appassionatopiacevolmente inquieto.

The Dirt – Netflix ci regala i Motley Crue

Devo ammettere che ho cominciato a guardare The Dirt – il film sui Motley Crue – con una certa dose di scetticismo. Quando si tratta di lungometraggi, il colosso dello streaming ha spesso deluso le aspettative del pubblico.
Reduce infatti di un appena sufficiente Triple Frontier, produzione puramente Netflix con cast da serie A, non volevo costruirmi troppe aspettative.
Come per tanti altri fan del periodo glam metal, anche per me i Motley Crue hanno segnato l’adolescenza. Pensando più in grande, i Motley sono comunque una delle più grandi e iconiche band rock-metal esistenti.
Tornando al film, come dicevo, il mio scetticismo si è dipanato dopo poche scene.

the dirt motley crue netflix locandina

Scheda Film

  • Titolo originale: The Dirt
  • Durata: 108 min
  • Consigliato:
  • Voto: 3.5/5
  • Guarda su: Netflix

Il libro – il film

neil strauss motley crue the dirt netflix
Neil Strauss

Nel 2001 i Motley Crue pubblicano la loro autobiografia. 560 pagine contenenti alcune delle storie più belle, shockanti, dissacranti della storia della musica, dagli anni 70 a inizio 2000. Il libro si chiama The Dirt (Sperling&Kupfer), e narra l’inizio, l’ascesa, il declino e la ritrovata serenità di Nikki, Tommy, Mick e Vince, a.k.a. i Motley Crue.
Con lo zampino di Neil Strauss, abile giornalista del New York Times, di Rolling Stones, e autore di altre biografie, tra cui quella di Marilyn Manson e Jenna Jameson, il libro raggiunge presto le vette delle classifiche, diventando best seller. Fin da subito si vocifera di una trasposizione cinematografica, ma il progetto è ambizioso, più per marketing che per realizzazione, e rimane in sospeso per ben 18 anni.
Sarà proprio Netflix a prendere in mano i diritti, per realizzarne il film pubblicato il 22 Marzo 2019.

Comparto tecnico

Ad essere sincero, i miei dubbi hanno cominciato a vacillare ancor prima di vedere la pellicola. Il comparto tecnico è composto da alcuni professionisti, che nel tempo hanno dato prova di saper gestire prodotti molto simili a The Dirt, sia nel concept, che nella realizzazione.
La penna è affidata alla sapiente mano di Tom Kapinos, nome che qualcuno troverà familiare. Kapinos ha firmato come sceneggiatore e produttore una delle serie fiction più cult del panorama statunitense: Californication.
Il compito di trasformare l’adattamento di Kapinos in pellicola è stato affidato a Tremaine dai Motley Crue in persona. Esatto. I quattro della gang più rumorosa di Hollywood hanno voluto essere co-produttori del film, mettendosi nella condizione di poter decidere a chi affidare la loro storia.
Jeff Tremain, co-autore di Jackass, ha dovuto convincere il quartetto di essere il visionario giusto. Forse sono state le capacità di Jeff di gestire scene d’azione documentaristiche esagitate a convincere i Motley, fatto sta che il suo lavoro non solo ha convinto la band, ma li ha emozionati.

Ecco un’intervista a Nikki Sixx che parla della scelta di affidare la regia del film a Jeff Tramaine.

Il cast

Ultima nota di merito va al cast. Un peso importante, quello di impersonare quattro leggende della musica mondiale.
Per gusto personale ho apprezzato moltissimo la performance di Colson Baker, alias del rapper statunitense Machine Gun Kelly, nei panni del batterista Tommy Lee. La sua performance, oltre ad essere spassosa, e tecnicamente convincente anche nelle parti suonate, ha un tono molto sincero.
Anche Daniel Webber riesce a risultare convincente, specialmente nelle scene drammatiche, mostrando un lato del cantante Vince Neil più inerente al libro, che all’immaginario collettivo.
Si distingue bene per recitazione Iwan Rheon, che pecca tuttavia nella fisicità, risultando ben distante dalla sua controparte reale.
Douglas Booth viene invece chiamato a interpretare il ruolo più carismatico e delicato di tutta la band. Nikki Sixx è la mente, e il canzoniere principale della band. L’attore inglese ha solo 26 anni, e riesce a portare a termine perfettamente il suo compito.

attori the dirt motley crue netflix

Differenze tra libro e film

Per ovvie esigenze di tempo, molte parti del libro sono state tagliate, accorpate, rimaneggiate e stravolte. Sono stati volutamente creati degli “errori“, forse per generare un continuo evidente, specialmente tra l’ascesa e l’apice della carriera del gruppo.
Ovviamente non si può passar troppo sopra a certi strafalcioni temporali, ma che volete farci: a volte la verità va sacrificata per un bene superiore, cioè la magia della pellicola.
Rimane comunque una fedele trasposizione, non certo documentaristica, ma d’atmosfera e di sentimento, che il pubblico chiede. Una storia tutta di pancia e attitudine, condita da aneddoti grotteschi, indecenze e un velo di nostalgica ammirazione per quattro ragazzi divenuti leggenda.

Ovviamente non a tutti è piaciuta la pellicola, spesso per concetto. La bassa morale della band, e alcune storie sulla misoginia del leader, Nikki, non sono passate inosservate. La più grande critica che viene fatta al film è proprio il modo in cui “lava via” le parti più scabrose del libro, specie quelle riguardanti l’approccio poco umano verso le donne.

Considerazioni finali su the Dirt

Il biopic dei Motley Crue è un film da vedere se siete appassionati di musica, e avete la mente abbastanza aperta da capire che il cinema non è fatto da ideali e giustizia, ma da persone, visioni, concetti e sperimentazione… e soldi.
Il film è tecnicamente ben fatto, con un ottimo storytelling e un ritmo incalzante. La fotografia è curata nelle parti concettuali, e trascurata il giusto nelle scene più frenetiche, risultando sempre dinamica.
L’interpretazione convince, anche se la recitazione a tratti lascia un po’ a desiderare.
Vera pecca? La durata. Decisamente corto per gli standard attuali.


Sicuramente il successo di Bohemian Rhapsody e A star is born, hanno acceso nuovamente l’interesse per le pellicole che hanno per sfondo il music business e i drammi da rockstar: un particolare settore di Hollywood che non si è mai fermato, ma ha avuto alti e bassi nel tempo, spesso legati all’industria discografica.
Basti pensare a film come Rock Star, forse una delle pellicole che si avvicina di più per età storica, al film dei Crue. Uscito nel 2001, in piena esplosione del rap americano, il film fu dichiarato un box-office bomb, ovvero un flop commerciale.
Ad ogni modo ho trovato The Dirt ben fatto, spassoso e romantico il giusto: un misto congeniale di depravazione hollywoodiana, dramma e musica ormai vintage, che probabilmente ha poco a che fare con quello che realmente è successo dietro le quinte, ma nel suo piccolo regala (meno di) due ore di svago con i propri amici e qualche birra.


Sabrina, e le terrificanti avventure di Netflix

Sta arrivando Halloween, e come ogni media che si rispetti, Netflix ha deciso di rilasciare alcuni titoli a tema horror. Sappiamo che la paura è uno dei sentimenti più radicati e sinceri dell’animo umano, e come ogni anno, in questo periodo, la corsa allo shock più traumatizzante è cominciata. Tra i vari titoli del colosso americano dello streaming, Netflix, spicca quello de Le terrificanti avventure di Sabrina.

le terrificanti avventure di Sabrina NetflixPer chi non lo sapesse, la serie trae ispirazione da alcune storie comparse per la prima volta nel 1962, sulla rivista Archie’s Mad House, per poi diventare una serie a fumetti a sé stante: Sabrina, the teenage witch. Il fumetto ha poi visto diverse rivisitazioni, sia nei toni, che nella grafica, e col passare dei decenni ha avuto un pubblico sempre nuovo grazie ai vari restyling.

Il suo picco di notorietà l’ha ottenuto a cavallo tra gli anni novanta e i primi anni del duemila con la produzione della sit-com Sabrina, vita da strega, nata a sua volta dal film per la tv omonimo. Malgrado questa serie fosse completamente distaccata da qualsiasi legame con il mondo horror – per favorire un pubblico più vario – ha ottenuto forti consensi. I toni da commedia hanno permesso infatti alla produzione di portare avanti la serie per ben sette anni, riuscendo a concludere la storia senza tagli prematuri. In questo lasso di tempo sono stati girati altri due film, sempre inseriti nell’universo della serie. Le attrici della serie, tra cui Melissa Joan Hart, che ha interpretato Sabrina, hanno ottenuto un notevole successo, e sono entrate nei cuori dei giovani spettatori.

Cos’ha quindi di diverso questa nuova serie, e perché Netflix ha voluto rispolverare quest’idea dal terrificante armadio impolverato della nonna?

Reboot – dalla vita da strega, a Le terrificanti avventure di Sabrina

le terrificanti avventure di Sabrina westville news Melissa Joan Hart è l’interprete della serie Sabrina, vita da strega

Ormai è tempo di reboot per qualsiasi cosa. Quindi perché non resettare anche le vecchie sit-com? Si, ma con stile!
Innanzitutto partiamo dal dire che il reboot vero e proprio arriva dal mondo dei fumetti. La rivista Archie’d Mad House, ora Archie Comics, all’inizio del 2014, decise di ringiovanire tutte le sue testate. Sabrina subisce una rivisitazione stilistica che darà vita all’idea di portare la giovane strega su Netflix.

Storia

Sabrina Spellman è una giovane mezza strega, orfana di entrambi i genitori. Viene cresciuta dalle zie, streghe anch’esse, Hilda e Zelda. Con loro vive anche il cugino Ambrose, uno stregone. La trama si concentra principalmente sul cambiamento nella vita di Sabrina, allo scadere del suo sedicesimo compleanno. Secondo la religione occulta, quel giorno coincide con un giuramento che tutte le streghe e gli stregoni sono chiamati a compiere, nei confronti della Bestia. Inoltre Sabrina dovrà conciliare la sua natura paranormale con quella di umana. Avrà quindi i problemi di una normale teenager, come la scuola, l’amicizia, l’amore e la rivalità.

Tematiche

Come ci si può aspettare da una fucina di successi (e qualche insuccesso sistematico) come Netflix, Le terrificanti avventure di Sabrina è condita di tematiche che esulano dal tema horror classico, e si addentrano nel tema dell’orrore quotidiano. Uno dei primi argomenti trattati nelle parti “umane” di Sabrina è quello del bullismo. La presenza di Susie, amica androgina di Sabrina, vuole giustificare a livello di sceneggiatura, atti di puro bullismo da parte di alcuni ragazzi popolari della scuola, anche in modo pesante.
La vendetta è anch’esso un tema trattato nella serie, infatti è Sabrina a sistemare la faccenda, convinta da un demone con le fattezze della sua professoressa, e aiutata di alcune streghe, obbligando i quattro ragazzi a compiere atti omosessuali tra di loro.
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Non è davvero chiaro se sia Sabrina a voler vendetta, spinta dal demone, o il demone stesso che insinua l’idea della vendetta. In ogni caso, il fatto che il dubbio esista la dice lunga sulle intenzioni dell’intreccio.
Arriviamo quindi al punto di comprendere come l’orrore classico, l’occulto e mistico effetto grafico, siano solo un mezzo per giungere alle paure reali. Le sequenze mostrano come i protagonisti siano più spaventati delle implicazioni morali, legali e comportamentali, che dalle attività paranormali.
Nel rapporto che c’è tra i personaggi di Sabrina e il diavolo, è la parola sottomissione a ricorrere più spesso. Anche davanti alla possibilità che l’anima della ragazza bruci per 333 anni all’inferno, è proprio il concetto della sottomissione che fa desistere la coraggiosa protagonista.

Altre tematiche interessanti, trattate in questa prima stagione, sono il rapporto con l’autorità, il maschilismo, il femminismo, la diversità di culto e la morale giurisprudenziale.

Tecnicamente…

Tecnicamente Le terrificanti avventure di Sabrina è una serie girata in modo ineccepibile. I set sono tutti architettati ottimamente, e la fotografia ben curata e varia non annoia la vista. Gli effetti speciali sono interessanti, e a volte anche più inquietanti di quello che ci si può aspettare. Tuttavia questi ultimi sono molto rari, e lasciano un po’ di insoddisfazione, se lo rapportiamo al marketing promosso da Netflix prima del lancio.

kiernan shipka westville news Kiernan Shika è la giovane interprete della nuova Sabrina

Se teniamo conto che nei gradi della paura, la paura stessa è solo al terzo posto, mentre il terrore al sesto, su sette gradi complessivi, possiamo pensare che Netflix abbia sbagliato a chiamare la sere: Le terrificanti avventure di Sabrina.

La serie è davvero ben fatta, e spicca molto anche il cast, capitanato dalla giovane ma magistrale Kiernan Shipka.
La sceneggiatura de Le terrificanti avventure di Sabrina rimane però lì a metà. Non è un horror, non è una commedia, non è un thriller e non è un drammatico, ma a suo modo è un po’ tutti questi generi… sempre che non si abbia voglia di relegarlo semplicemente nel teen drama.

Ad ogni modo la nuova serie Netflix ha convinto la critica, e questo darà spazio agli autori per osare magari un po’ di più nella prossima stagione, attualmente già in lavorazione.

Quello che ci piacerebbe, per la seconda stagione, sarebbe vedere qualcosa di più forte, che si leghi meglio con la profondità dei temi trattati, che ci accompagni nel terrificante mondo della protagonista, più che in quello di una produzione un po’ ruffiana, seppure sopraffina, che vada bene per tutti (malgrado il V.M. 14 voluto dalla censura).

Trailer

Un saluto dal vecchio cast

Il bar delle grandi speranze: speranza nell’umanità

Il bar delle grandi speranze è vita

Voglio fare una premessa. Questo non è un articolo scritto per il SEO, o una recensione dell’ultimo romanzo letto, una ruffianata marchettara e nemmeno un canonico post da blog. Il mio è un tentativo disperato di scrivere l’ode per le quattrocentottantasei pagine, ringraziamenti compresi, tra le più toccanti che abbia mai letto.

Il romanzo

Il bar delle grandi speranze è un romanzo, ma è anche un resoconto dettagliato della vita di una persona qualunque, nata a ridosso di una delle aree metropolitane più popolate del mondo: lo stato di New York.
La storia comincia con il narratore che ricorda la sua infanzia. La mancanza di un padre, la presenza di una madre forte. La narrazione fa capire subito al lettore che il protagonista non è il narratore stesso, ma tutte le persone, iconici attori in una scena teatrale surreale, che gli ruotano attorno. La loro storia è il viaggio più bello che io abbia mai letto. Aggiungere altro sarebbe come uscire dallo schermo e spaccarvi la faccia. Rovinarvi la sorpresa di leggere questo romanzo equivarrebbe ad un tremendo delitto imperdonabile. Tanto varrebbe trovarvi uno ad uno e tormentarvi con metodi di tortura israeliani.

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Moehringer il bar delle grandi speranze

J.R. Moehringer

J.R. Moehringer

L’autore è un giornalista da Pulitzer, ed è proprio questo il bello. Non leggeremo di come ha vinto il Pulitzer. Non è un’auto conclamazione, non ci troviamo di fronte alla masturbazione professionale di un uomo di successo, non leggeremo quasi cinquecento pagine di “guarda come sono figo”.
Sono stato catapultato in un mondo che non conoscevo. Non sono mai stato a in quei luoghi, ma girata l’ultima pagina di romanzo mi sono accorto di essere tornato da un viaggio importante. Mi sento cambiato. Poche volte mi è successo in vita mia che un romanzo, un film, una storia riuscisse a spostare gli assi della percezione della vita, nella mia testa. Moehringer è stato uno di quelli che ce l’ha fatta. Mi ha letteralmente gettato dentro il suo mondo, mi ha fatto conoscere i suoi amici, i suoi nemici, i suoi amori, la sua famiglia, come farebbe un buon amico, senza annoiarmi con aneddoti fine a se stessi.
Moehringer si è messo a nudo, e mette a nudo anche il lettore. Ti porta in un continuo ed emotivo riscoprire te stesso attraverso la sua vita, le persone e le situazioni che hanno caratterizzato la sua esistenza.

Il senso del viaggio

Ci sono state pagine che mi hanno fatto ridere, altre mi hanno fatto piangere, altre ancora incazzare. Poi ci sono state pagine che mi hanno fatto fare tutte e tre le cose contemporaneamente.
Ma la cosa più importante è che ogni capitolo mi ha lasciato qualcosa.
Potete leggere tutti i manuali di marketing del mondo. Potete leggere tutte le biografie di Musk, di Montemagno, di qualsiasi guru filantropo di successo. Ma nessuno vi mostrerà una vita genuina, svestita da ambizioni e successi come Il bar delle grandi speranze. Questo perché siamo ormai abituati a vedere la vita come un susseguirsi di successi professionali, di tentativi di accumulare cose e denaro. In realtà questo libro può sembrare un drammatico, può sembrare un’auto biografia, può sembrare un semplice un romanzo. Un prodotto da scaffale? La speculazione macabra di una vita? Beh, non lo è! 
Il bar delle gradi speranze è un vademecum per il lettore. Non ha la pretesa di insegnarti niente, se non lo vuoi. Se sei invece disposto ad accettarli, riuscirai a scorgere un sacco di avvertimenti e di profonde e interessanti visioni della vita.

“Ciao Mamma, io vado” [sono presenti spoiler in questo paragrafo]

Questo è il tipico romanzo che uno scrittore vorrebbe aver scritto, ma non vorrebbe aver vissuto. Soprattutto per noi italiani, la visione della vita U.S.A. non è semplice da comprendere. Grandi spostamenti, grandi sfide, grandi addii. Tutto è molto più in grande, più vasto. L’abbandono della famiglia, la ricerca della stabilità, la competitività scolastica e professionale. Ma anche le possibilità. L’idea che un ragazzo in difficoltà economica possa comunque sognare di andare in una delle università più prestigiose del paese… e grazie al suo impegno riuscirci, ha dell’incredibile. Almeno per noi italiani, che siamo perlopiù abituati ad una predestinazione rigida e imposta. Per me è davvero incredibile.

Publcans il bar delle grandi speranze

Il Publicans è il bar che ha contribuito alla formazione dell’autore. Ora ristrutturato e di una proprietà diversa vive ancora nel cuore di Manhasset.

Non voglio volutamente parlare del sentimentalismo nei confronti del bar. Non voglio scrivere una recensione, o sbattere la sinossi di una vita intera, riducendola a: “si! Quel tizio ama davvero i bar”. Semplicemente non voglio. Mi limiterò a dire che sono andato a vedere le foto, a “farmi un giro” per Manhasset con Google Street View, e alla fine ho capito una cosa. Di tutto quello che ho assimilato, l’ambientazione era del tutto irrilevante. Nella mia testa il Publicans di Moehringer aveva l’aspetto e i colori del bar che frequento io, il sapore di birra e cibo erano gli stessi di quelli che ordino io. Gli odori, i rumori, insomma… avete capito.

Conclusione

Non lo metterei in cima alla lista dei miei libri preferiti per l’ottima sintassi, il lessico appropriato per ogni situazione o per l’intreccio sapientemente architettato per non annoiare mai il lettore. Non perderei nemmeno un minuto a elencare alcune delle parti migliori, o peggiori, a meno che non mi trovassi al banco del pub, pronto a lanciarmi in qualche discussione approfondita.
Lo metto in cima per il “semplice” fatto che dopo averlo chiuso, la mia vita è cambiata. Non mi ha spiegato cosa devo fare per cavarmela, come prendere più clienti, come gestire i miei soldi.
Mi ha mostrato un lato sensibile, e umano, che credevo non esistesse al mondo.
Invece c’è.
Si trova un po’ ovunque, ma sono convinto che per i meno svegli, come me, ci sia bisogno di qualcuno che venga a mostrarcelo. Si può trovare per strada, nella redazione di qualche giornale, a casa dei nonni… e anche nel più antico bar di Manhasset.

Si trova anche in luoghi che non crederemmo, specialmente in questo periodo. Come il web, e Facebook, stracolmi di opinionismo e saccenza, ma scarico di comprensione e unione. Questo è quello che scrive la stampa locale sull’autore e sul suo libro.

Voglio ringraziare davvero J.R. Moehringer, che mi fa sentire in colpa di chiamarlo per nome, e probabilmente non leggerà mai queste parole. Lo ringrazio per essere stato in grado di mostrarmi l’umanità attraverso le pagine di un romanzo, in un periodo in cui fatico a trarre qualcosa di buono dall’arte, scambiata per commercio dagli artisti stessi.

Consigli

Questo è il primo romanzo che leggo di questo autore. Mi è stato caldamente consigliato dai miei cari amici e colleghi Alberto e Ivano, verso i quali nutro la più cieca e sincera fiducia in tutto, specialmente quando si parla di libri. Fiducia ripagata appieno. Mi era stato consigliato di continuare a leggere Moehringer, compresa la biografia del tennista Andre Agassi, scritta dalla penna dello stesso autore. Dopo aver letto il bar delle grandi speranze, andrei avanti comunque, a prescindere dal loro consiglio.

Vittorio Bottini

Quasi cinque anni dopo…

Leggo tanto. A volte troppo. Considero la lettura come uno dei miei quattro grandi vizi, assieme al fumo, al bere e alla musica rock. Credo di aver letto quasi un migliaio di libri nella mia vita. Il bar delle grandi speranze soggiorna stabilmente nel podio dei miei romanzi preferiti, dal momento in cui ho finito di leggerlo per la prima volta, quasi cinque anni fa. Se sia o no il miglior romanzo che abbia mai letto, non è questa la sede per discuterne. Per questo potete sempre farmi un fischio, tanto il modo di contattarmi è facile da trovare. Quello che è importante, è che Il bar delle grandi speranze è uno di quei romanzi che ti entrano nello spirito così a fondo, che non c’è verso di farli uscire. Diventano parte di te e cambiano il tuo modo di percepire il mondo. Perché quelle “speranze” contenute nello stesso titolo, non sono altro che le speranze che coltiviamo ogni giorno. Tutti noi. Nessuno escluso.

Credo di aver comprato una dozzina di copie di questo romanzo. Una per me, quasi cinque anni fa. E tutte le altre, in seguito, da regalare ad amici e parenti. E, ovviamente, a tutte le donne che ho amato.

Alberto Staiz

 

 

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La legge della notte, un noir d’autore a Hollywood

Oggi parliamo di cinema! Come dicevamo in un articolo precedente, a proposito del Neo-Noir, ad oggi cinema e letteratura sono più uniti che mai. La maggior parte delle sceneggiature hollywoodiane odierne derivano da adattamenti di romanzi. Anche se spesso non ce ne accorgiamo, potremmo esserci già imbattuti parecchio tempo prima, nell’ultimo film uscito al cinema. Ad esempio sullo scaffale di una libreria. Cambio di titolo e marketing diametralmente opposto contribuiscono a rendere invisibile questa trasformazione.

Non vorremmo essere fraintesi. Da sempre il cinema e l’editoria sono compagni di merende. Tuttavia la velocità con cui vengono prodotti i film oggi è impressionante, e quindi è sempre più

Westville News | blog nic pizzolatto true detective

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probabile che si vada a pescare tra gli immensi scaffali dell’editoria americana. Le serie tv, che ormai dominano i palinsesti televisivi, stanno adottando lo stesso metodo. Si prenda come esempio True Detective, divenuta subito cult. Una serie noir fuori dagli schemi, forte un cast stellare, un’ottima regia e una fotografia davvero d’eccezione. Tuttavia, a reggere il gioco è proprio l’idea geniale alla base della storia, frutto della mente del talentuoso scrittore Nic Pizzolatto, di cui abbiamo abbiamo già scritto nelle scorse settimane sul blog. Potete approfondire l’argomento leggendo: Nic Pizzolatto, la mente dietro il successo di True Detective.

Alla base della pellicola

Locandina del film La legge della notte

Locandina del film La legge della notte

La legge della notte è un film del 2016, scritto, diretto, prodotto e interpretato da Ben Affleck.
Attore di ottima caratura, ma anche regista apprezzato, Ben Affleck ha già dimostrato di essere un ottimo creatore di prodotti cinematografici, nonché sceneggiatore raffinato e produttore brillante e lungimirante.

La legge della notte (titolo originale: Live by night) è un romanzo di Dennis Lehane, romanziere di riferimento per quanto concerne il romanzo thriller americano e la letteratura americana moderna. Autore di svariati titoli divenuti best sellers – come Shutter island e Gone, baby, gone, tramutati anch’essi successivamente in pellicole osannate dalla critica – insegna scrittura creativa avanzata ad Harvard. Meritevole di aver vinto numerosi premi letterari, ha dato prova più volte di essere in grado di mantenere i suoi lettori col fiato sospeso fino all’ultimo, con le sue ambientazioni cupe e affascinanti, e le storie pregne di colpi di scena e cambi di scenario interessanti.

La legge della notte

La Warner Bros comprò i diritti sul romanzo nel 2012, affidando a Di Caprio il ruolo di produttore. Dopo quattro anni, e l’affiancamento di Ben Affleck nei ruoli sopracitati, vede la luce una pellicola di incredibile fattura.

La storia

Joe Coughlin, un’irlandese che vive per le strade di Boston durante l’era del proibizionismo, deve cavarsela tra furti e rapine. Figlio del capitano della polizia di Boston, non vive facilmente la sua condizione di fuorilegge, dovendosi dividere tra la riluttanza del padre, e l’amore clandestino per la figlia prediletta di un importante boss della città.
La vicenda risulta essere a tratti classica, con i suoi cliché doverosi per un’ambientazione che ha fatto sognare numerose generazioni. Ma fa anche spavento, con la sua legge approssimativa, e la difficoltà derivate da una tragica depressione economica.

Brendan Gleeson in La legge della notte

Brendan Gleeson in La legge della notte

Tutto cambia quando a Joe viene data una severa lezione, e viene al tempo stesso privato del suo grande amore. Figura interessante sarà invece il padre, che malgrado il rifiuto verso tutto quello che il figlio rappresenta, troverà sempre la forza di amarlo. Una nota di merito va sicuramente a Brendan Gleeson. L’attore irlandese è riuscito perfettamente a calarsi nella parte, dando prova di una recitazione toccante e profonda.

Alcuni avvenimenti, che non vi sveleremo, porteranno Joe a trasferirsi a Tampa, in Florida, avanzando di carriera nella temuta mafia italiana. Ottime le dinamiche che regolano i rapporti commerciali tra le varie fazioni criminali. Vale la pena soffermarsi sulla perizia con cui vengono descritti i rapporti tra italiani, cubani, sudamericani, irlandesi e via discorrendo.
Quello da Boston a Tampa è un cambio di scenario inaspettato, non facile da digerire. Dopo una prima mezz’ora nel freddo di Boston, tra inseguimenti su strade asfaltate, per le vie di quella che era già una metropoli, ci ritroviamo nel caldo tropicale, tra palafitte e palme, in una zona che ancora deve scoprire il suo potenziale.

Che tipo di storia ci aspettiamo

Razzismo, droga, sigari di contrabbando, alcoolici illegali, pallottole e minacce, il tutto dosato sapientemente. Mai inverosimile e mai scontato, La legge della notte riesce a tenere lo spettatore incollato allo schermo. Perfino nei momenti più tranquilli l’attenzione viene focalizzata su una regia davvero sorprendente, una fotografia ben fatta e una perizia nei particolari davvero invidiabile. Per fare un esempio, quando un’auto della polizia finisce nel fiume, dopo un inseguimento nelle campagne limitrofi Boston, si possono vedere i riflessi tipici degli oli meccanici, probabilmente fuoriuscito a causa di una rottura.

Che tipo di eroe ci aspettiamo

Joe Coughlin non è un eroe. Questo dev’essere chiaro, e lo è fin dalle prime battute. Ladro, imbroglione, con una morale al limite tra l’accettabile e l’inaccettabile. Il vero motivo per cui La legge della notte è un noir, è proprio lui. Conscio di una situazione amorale, in cui lui stesso è protagonista, vive una sorta di conflitto interiore. Un protagonista tormentato, come tanti nei noir, a cui Ben Affleck è riuscito a dare un ruolo convincente solo come sceneggiatore. Purtroppo la presenza del personaggio non è supportata da una recitazione impeccabile.

Ben Affleck in un fotogramma de La legge della notte

Ben Affleck in un fotogramma de La legge della notte

La critica

Il film è stato stroncato dalla critica, dimostrandosi un flop al botteghino, in un tempo relativamente ristretto. Per quale motivo? Analizzando alcuni fattori possiamo provare a comprendere meglio questo fallimento hollywoodiano.

Cosa può rendere un film con una produzione importante, un cast d’eccezione, una sceneggiatura ben fatta e una regia sapiente supportata da una fotografia d’autore, un flop commerciale?

Probabilmente il marketing scarso, e alcune scelte commerciali sbagliate. Prendiamo ad esempio il trailer, che potete vedere qui sotto. Per quanto abbia un buon montaggio, del film si capisce che niente altro è se non un gangster movie d’azione ambientato negli anni ’20. Una sequenza di sparatorie e inseguimenti, che per altro nel film risultano essere di secondo piano, inframezzate da frasi sconnesse, in cui pare che l’unico scopo del protagonista sia essere crudele e spietato. Un trailer che ha tratto in inganno anche noi, prima di gustarci questa pellicola intensa ed emotiva, degna di entrare nel firmamento del noir vecchio stile, ma con un approccio moderno.

Lawless - la legge della notte - westville blog

Locandina inglese di Lawless guarda trailer

Un esempio simile, ma nel verso opposto, lo abbiamo avuto con Lawless. Gangster movie del 2012, ai limiti del fantasy, in cui toni cupi e rapporti sentimentali di amore e odio tra i vari personaggi avrebbero dovuto sostenere il film. La pellicola si rivelò come una sequenza di cliché, pregna di violenza ingiustificata e grottesca, battute banali e una regia approssimativa. Un esempio di come un ottimo cast possa essere sprecato. Attori capaci di ottime interpretazione, relegati in personaggi piatti e caricaturiali.

Ha ragione la critica?

Spesso si può essere in disaccordo con la critica, ma un fondo di verità c’è sempre. Così come continuiamo a sostenere per l’editoria, nel cinema è ancora più importante. Il Marketing è parte del processo artistico, e non si può sottovalutare. Stando a come il marketing ha proposto La legge della notte, la critica ha ragione. Fatto sta che secondo il nostro parere, la pellicola di Ben Affleck è davvero un esempio di come questo genere di film possa ancora trovare il suo posto in un mondo cinematografico saturo di film ricolmi di incredibili effetti speciali digitali. Su una cosa però la critica ha avuto fortemente ragione. La prova d’attore di Ben Affleck non è sicuramente all’altezza dell’interezza del film. Poche espressioni, e poco convincenti, per un personaggio che sicuramente avrebbe avuto più profondità e tridimensionalità nelle mani di un altro attore. Ci sarebbe piaciuto ad esempio vedere Ryan Gosling, reduce ormai da pellicole drammatiche davvero interessanti, oppure Bradley Cooper, anch’esso capace di scavare badilate di emotività nei suoi personaggi.

Ad ogni modo il nostro parere è positivo, e consigliamo ai nostri lettori di impiegare un paio d’ore del loro tempo per gustarsi un’America d’altri tempi, interessante, pericolosa e variopinta.

 

Giorgio Scerbanenco – La quadrilogia di Duca Lamberti

Giorgio Scerbanenco è una delle penne più autorevoli del panorama noir made in Italy. Versatile e prolifico scrittore di origine ucraina, ma italiano (e milanese) d’adozione, Scerbanenco ha all’attivo una produzione letteraria impressionante, sia per la quantità di materiale prodotto che per una proverbiale abilità nello spaziare tra differenti generi letterari – dal western, alla fantascienza, passando per la letteratura rosa. La definitiva consacrazione arriva con il genere poliziesco, prima della morte, avvenuta nel 1969, in seguito a un fatale arresto cardiaco.

DUCA LAMBERTI – Il successo arriva proprio a pochi anni dalla morte: nel 1966 Scerbanenco pubblica Venere Privata, romanzo che apre la quadrilogia noir che ha come protagonista Duca Lamberti, un giovane medico milanese radiato dall’Ordine in seguito alla somministrazione dell’eutanasia a una donna in stato terminale. Trascorsi i tre anni di carcere ai quali viene condannato, Lamberti viene aiutato dal commissario Carrua, vecchio amico di famiglia, che gli affiderà un incarico, proprio nelle prime pagine di Venere Privata. Lamberti inizierà così una seconda vita proprio nel corpo di polizia, dove si distinguerà – durante i successivi tre romanzi Traditori di Tutti, I ragazzi del Massacro, e I Milanesi Ammazzano al Sabato – come detective imperturbabile, cinico e molto brillante

Scerbanenco

Giorgio Scerbanenco

PROSA MAGISTRALE – Scerbanenco riesce a dare il suo meglio nella qualità della prosa: decenni di pratica in molteplici campi letterari hanno forgiato la sua scrittura, facendogli acquisire una consapevolezza stilistico-espressiva fuori dal comune, dimostrata da una narrazione fluida e suggellata da ottime scelte stilistiche. Ma i pregi della letteratura di Scerbanenco non finiscono qui: magistrale il suo ritratto di un’Italia complessa e controversa, malvagia e turpe, distante anni luce dallo splendente Paese dipinto nelle brillanti immagini anni ‘60, un’epoca passata alla storia come felice e spensierata, forte del boom economico di quegli anni. Letti a distanza di decenni i suoi romanzi risultano ancora attuali, e assoluti anticipatori di un genere che oggi in Italia vanta numerosi ottimi autori e un pubblico vastissimo e variegato.

Westville Romanzo Vittorio Bottini Alberto Staiz copertina media

La quadrilogia di Duca Lamberti – colonna portante sulla quale poggia la letteratura noir italiana contemporanea – non poteva che costituire una notevole fonte d’ispirazione per Westville, in particolare per le sue tinte cupe e ciniche, e per la capacità di Scerbanenco di scavare nei lati oscuri di una società in apparenza candida e spensierata, in realtà contorta, meschina e spietata.


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