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7 sconosciuti a El Royale – l’hard boiled quasi perfetto

7 sconosciuti a el Royale è una pellicola del 2018, firmata da Drew Goddard, e interpretata, tra gli altri, da Jeff Bridges, Dakota Johnson, Lewis Pullman e Chris Hemsworth.
Il suo approccio da noir classico è sostenuto da una visione maniacale della fotografia, quest’ultima accentuata da un’ambientazione spazio-temporale evocativa e unica nel suo genere.
Le pecche non mancano, ma nel complesso il film merita di diventare una pietra miliare del cinema d’autore.

7 sconosciuti a el royal westville news copertina

Scheda Film

  • Titolo originale: Bad Times at the El Royale
  • Durata: 141 min
  • Consigliato:
  • Voto: 4.5/5
  • Guarda su: Google Play

Trama

La pellicola è ambientata nel 1969.
Come nei più classici dei noir, il film si apre mostrandoci una persona che viene uccisa a sangue freddo da un killer, di cui non conosciamo l’identità. Il regista ci presenta subito dopo i personaggi attorno ai quali si snoda tutta la vicenda. Facciamo subito la conoscenza di padre Daniel Flynn (Jeff Bridges), un prete cattolico anziano, e di Darlene Sweet (Cynthia Erivo), una donna afroamericana che viaggia da sola, con bagagli molto voluminosi. I due fanno conoscenza nel parcheggio dell’albergo, per entrambi una tappa di viaggio.
Entriamo nel lussuoso El Royale, e facciamo la conoscenza di altri due personaggi. Il venditore Laramie Seymour Sullivan (Jon Hamm), uno spocchioso chiacchierone, che racconta il decadimento che ha subito l’albergo, di cui si dice storico frequentatore. Il concierge, Miles Miller, è poco più di un ragazzo, unico dipendente dell’albergo, da quando lo stesso è andato in rovina.
Miles si esibisce nella storica presentazione dell’albergo, la cui vera particolarità è di sorgere esattamente a metà tra due stati, ovvero tra la California e il Nevada. Una netta linea di demarcazione separa il lato dell’albergo in cui è permesso il gioco d’azzardo e una vita più sregolata, dalla più lussuosa e ordinata parte californiana.
Infine si aggiunge anche Emily. La ragazza ha modi bruschi e una mise palesemente hippy. Mancano ancora due persone all’appello, ma possiamo tranquillamente affermare che è qui che si apre la vicenda.
Si scoprirà poco dopo che ogni personaggio nasconde un segreto, così come lo stesso albergo nel quale alloggiano.

Comparto tecnico

7 sconosciuti a el Royale è la seconda fatica cinematografica per Goddard, come regista. La sua carriera di sceneggiatore comincia nel 2002 a Los Angeles, al lavoro su produzioni televisive.
Si può dire che questa pellicola sia una visione completa del regista, in quanto anche la sceneggiatura è firmata dallo stesso Goddard.
Il comparto tecnico si presenta altamente preparato a sviluppare l’idea del regista. Lo stesso sceglie come direttore della fotografia un maestro del concept: Seamus McGarvey. Il direttore della fotografia inglese si è affermato con diverse pellicole di successo, tra cui Godzilla, The Avengers e Cinquanta sfumature di grigio, ma è con il film d’autore che riesce ad esprimere la sua vera natura artistica.

Chris Hemsworth 7 sconosciuti a el royale

Infatti, come per Animali Notturni, pellicola del 2016 del regista e sceneggiatore Tom Ford, anche in 7 sconosciuti a El Royale si può notare una pulizia maniacale dell’immagine, e trova sfogo il concetto di simmetria, espresso anche nella location, a cavallo tra due stati. Infine i colori, dettati dai vari scenari, incidono molto sullo stato d’animo, che passa da una scanzonata ironia da rivista patinata di fine anni ’60, a un più tetro thriller a note gialle, degne di Agatha Christie.

Il cast – Attenzione, possibile spoiler!

jeff bridges 7 sconosciuti a el royale

Il cast vanta attori navigati, e più giovani, ma tutti talentuosi. Tutta la vicenda si snoda attorno agli stessi personaggi, isolati dal mondo.
Degno di gran nota è sicuramente Jeff Bridges, che riesce a interpretare un criminale pentito, alla fine dei suoi giorni, che continua però a mentire, e a cercare di recuperare un fantomatico bottino, abbandonato anni prima – si scoprirà poi – dall’uomo ucciso all’inizio. Insomma un ruolo non facile, che vede Bridges cimentarsi in un personaggio con diverse facce.
Grande interpretazione anche da parte di Lewis Pullman, attore di appena 26 anni, e figlio d’arte. Suo padre infatti è l’attore Bill Pullman, divenuto famoso principalmente negli anni ’90 con film del calibro di Ragazze vincenti, Indipendence Day e Strade perdute di David Lynch, un esempio poco brillante di neo-noir, di cui Pullman era il protagonista.
Pullman figlio interpreta il concierge dell’albergo, unico dipendente, e tossicodipendente, vive praticamente all’interno della struttura. Con un passato da eroe del Vietnam, unico sopravvissuto del suo plotone a un raid nemico, trova impiego a El Royale, ed costretto dai suoi capi a custodire il terribile segreto dell’albergo.
In perenne ricerca di una figura paterna e di redenzione, Lewis si lascia ingannare dal personaggio di Bridges, finendo poi per trovare lo scontro con la banda di Billy Lee, interpretato dallo statuario Chris Hemsworth. Billy è un hippy violento e sovversivo, impersonificazione del male della società, che per certi versi incarna la figura di Charles Manson. Oratore e abbindolatore, il ruolo di Hemsworth compare ben dopo la prima metà, denotando un cambio di toni. Pur mantenendo l’ironia che caratterizza la pellicola, il film diventa più violento, diretto e meno misterioso.

7 sconosciuti a el royale

Considerazioni finali sul film

La vera considerazione su 7 sconosciuti a El Royal può essere una sola: il cinema ha bisogno di film di questo calibro.
Queste sono pellicole che fanno bene a Hollywood, perché riportano il lato artistico del cinema a una dimensione più profonda, dove non a tutte le domande dev’esserci necessariamente una risposta. Alcuni argomenti sono più grandi di qualsiasi possibilità, anche per i protagonisti, che in questo caso sono palesemente degli anti eroi.
Tuttavia, quest’ultimo punto è stato anche il fulcro delle polemiche che non hanno permesso al film di Goddard di spiccare il volo e diventare un pieno successo. Malgrado il film abbia riscosso per lo più critiche positive, non è riuscito a convincere tutti.
Altro punto dolente è stato lo storytelling: una narrazione lenta, che aggiunge elementi connotativi degli anni ’60, come i riferimenti alla Manson’s Family e a J. Edgar Hoover, lasciati poi in sospeso.
Malgrado tutto ciò, 7 sconosciuti a El Royale è una chicca del cinema Hard Boiled, che lascia lo spettatore appassionatopiacevolmente inquieto.

The Dirt – Netflix ci regala i Motley Crue

Devo ammettere che ho cominciato a guardare The Dirt – il film sui Motley Crue – con una certa dose di scetticismo. Quando si tratta di lungometraggi, il colosso dello streaming ha spesso deluso le aspettative del pubblico.
Reduce infatti di un appena sufficiente Triple Frontier, produzione puramente Netflix con cast da serie A, non volevo costruirmi troppe aspettative.
Come per tanti altri fan del periodo glam metal, anche per me i Motley Crue hanno segnato l’adolescenza. Pensando più in grande, i Motley sono comunque una delle più grandi e iconiche band rock-metal esistenti.
Tornando al film, come dicevo, il mio scetticismo si è dipanato dopo poche scene.

the dirt motley crue netflix locandina

Scheda Film

  • Titolo originale: The Dirt
  • Durata: 108 min
  • Consigliato:
  • Voto: 3.5/5
  • Guarda su: Netflix

Il libro – il film

neil strauss motley crue the dirt netflix
Neil Strauss

Nel 2001 i Motley Crue pubblicano la loro autobiografia. 560 pagine contenenti alcune delle storie più belle, shockanti, dissacranti della storia della musica, dagli anni 70 a inizio 2000. Il libro si chiama The Dirt (Sperling&Kupfer), e narra l’inizio, l’ascesa, il declino e la ritrovata serenità di Nikki, Tommy, Mick e Vince, a.k.a. i Motley Crue.
Con lo zampino di Neil Strauss, abile giornalista del New York Times, di Rolling Stones, e autore di altre biografie, tra cui quella di Marilyn Manson e Jenna Jameson, il libro raggiunge presto le vette delle classifiche, diventando best seller. Fin da subito si vocifera di una trasposizione cinematografica, ma il progetto è ambizioso, più per marketing che per realizzazione, e rimane in sospeso per ben 18 anni.
Sarà proprio Netflix a prendere in mano i diritti, per realizzarne il film pubblicato il 22 Marzo 2019.

Comparto tecnico

Ad essere sincero, i miei dubbi hanno cominciato a vacillare ancor prima di vedere la pellicola. Il comparto tecnico è composto da alcuni professionisti, che nel tempo hanno dato prova di saper gestire prodotti molto simili a The Dirt, sia nel concept, che nella realizzazione.
La penna è affidata alla sapiente mano di Tom Kapinos, nome che qualcuno troverà familiare. Kapinos ha firmato come sceneggiatore e produttore una delle serie fiction più cult del panorama statunitense: Californication.
Il compito di trasformare l’adattamento di Kapinos in pellicola è stato affidato a Tremaine dai Motley Crue in persona. Esatto. I quattro della gang più rumorosa di Hollywood hanno voluto essere co-produttori del film, mettendosi nella condizione di poter decidere a chi affidare la loro storia.
Jeff Tremain, co-autore di Jackass, ha dovuto convincere il quartetto di essere il visionario giusto. Forse sono state le capacità di Jeff di gestire scene d’azione documentaristiche esagitate a convincere i Motley, fatto sta che il suo lavoro non solo ha convinto la band, ma li ha emozionati.

Ecco un’intervista a Nikki Sixx che parla della scelta di affidare la regia del film a Jeff Tramaine.

Il cast

Ultima nota di merito va al cast. Un peso importante, quello di impersonare quattro leggende della musica mondiale.
Per gusto personale ho apprezzato moltissimo la performance di Colson Baker, alias del rapper statunitense Machine Gun Kelly, nei panni del batterista Tommy Lee. La sua performance, oltre ad essere spassosa, e tecnicamente convincente anche nelle parti suonate, ha un tono molto sincero.
Anche Daniel Webber riesce a risultare convincente, specialmente nelle scene drammatiche, mostrando un lato del cantante Vince Neil più inerente al libro, che all’immaginario collettivo.
Si distingue bene per recitazione Iwan Rheon, che pecca tuttavia nella fisicità, risultando ben distante dalla sua controparte reale.
Douglas Booth viene invece chiamato a interpretare il ruolo più carismatico e delicato di tutta la band. Nikki Sixx è la mente, e il canzoniere principale della band. L’attore inglese ha solo 26 anni, e riesce a portare a termine perfettamente il suo compito.

attori the dirt motley crue netflix

Differenze tra libro e film

Per ovvie esigenze di tempo, molte parti del libro sono state tagliate, accorpate, rimaneggiate e stravolte. Sono stati volutamente creati degli “errori“, forse per generare un continuo evidente, specialmente tra l’ascesa e l’apice della carriera del gruppo.
Ovviamente non si può passar troppo sopra a certi strafalcioni temporali, ma che volete farci: a volte la verità va sacrificata per un bene superiore, cioè la magia della pellicola.
Rimane comunque una fedele trasposizione, non certo documentaristica, ma d’atmosfera e di sentimento, che il pubblico chiede. Una storia tutta di pancia e attitudine, condita da aneddoti grotteschi, indecenze e un velo di nostalgica ammirazione per quattro ragazzi divenuti leggenda.

Ovviamente non a tutti è piaciuta la pellicola, spesso per concetto. La bassa morale della band, e alcune storie sulla misoginia del leader, Nikki, non sono passate inosservate. La più grande critica che viene fatta al film è proprio il modo in cui “lava via” le parti più scabrose del libro, specie quelle riguardanti l’approccio poco umano verso le donne.

Considerazioni finali su the Dirt

Il biopic dei Motley Crue è un film da vedere se siete appassionati di musica, e avete la mente abbastanza aperta da capire che il cinema non è fatto da ideali e giustizia, ma da persone, visioni, concetti e sperimentazione… e soldi.
Il film è tecnicamente ben fatto, con un ottimo storytelling e un ritmo incalzante. La fotografia è curata nelle parti concettuali, e trascurata il giusto nelle scene più frenetiche, risultando sempre dinamica.
L’interpretazione convince, anche se la recitazione a tratti lascia un po’ a desiderare.
Vera pecca? La durata. Decisamente corto per gli standard attuali.


Sicuramente il successo di Bohemian Rhapsody e A star is born, hanno acceso nuovamente l’interesse per le pellicole che hanno per sfondo il music business e i drammi da rockstar: un particolare settore di Hollywood che non si è mai fermato, ma ha avuto alti e bassi nel tempo, spesso legati all’industria discografica.
Basti pensare a film come Rock Star, forse una delle pellicole che si avvicina di più per età storica, al film dei Crue. Uscito nel 2001, in piena esplosione del rap americano, il film fu dichiarato un box-office bomb, ovvero un flop commerciale.
Ad ogni modo ho trovato The Dirt ben fatto, spassoso e romantico il giusto: un misto congeniale di depravazione hollywoodiana, dramma e musica ormai vintage, che probabilmente ha poco a che fare con quello che realmente è successo dietro le quinte, ma nel suo piccolo regala (meno di) due ore di svago con i propri amici e qualche birra.


Sabrina, e le terrificanti avventure di Netflix

Sta arrivando Halloween, e come ogni media che si rispetti, Netflix ha deciso di rilasciare alcuni titoli a tema horror. Sappiamo che la paura è uno dei sentimenti più radicati e sinceri dell’animo umano, e come ogni anno, in questo periodo, la corsa allo shock più traumatizzante è cominciata. Tra i vari titoli del colosso americano dello streaming, Netflix, spicca quello de Le terrificanti avventure di Sabrina.

le terrificanti avventure di Sabrina NetflixPer chi non lo sapesse, la serie trae ispirazione da alcune storie comparse per la prima volta nel 1962, sulla rivista Archie’s Mad House, per poi diventare una serie a fumetti a sé stante: Sabrina, the teenage witch. Il fumetto ha poi visto diverse rivisitazioni, sia nei toni, che nella grafica, e col passare dei decenni ha avuto un pubblico sempre nuovo grazie ai vari restyling.

Il suo picco di notorietà l’ha ottenuto a cavallo tra gli anni novanta e i primi anni del duemila con la produzione della sit-com Sabrina, vita da strega, nata a sua volta dal film per la tv omonimo. Malgrado questa serie fosse completamente distaccata da qualsiasi legame con il mondo horror – per favorire un pubblico più vario – ha ottenuto forti consensi. I toni da commedia hanno permesso infatti alla produzione di portare avanti la serie per ben sette anni, riuscendo a concludere la storia senza tagli prematuri. In questo lasso di tempo sono stati girati altri due film, sempre inseriti nell’universo della serie. Le attrici della serie, tra cui Melissa Joan Hart, che ha interpretato Sabrina, hanno ottenuto un notevole successo, e sono entrate nei cuori dei giovani spettatori.

Cos’ha quindi di diverso questa nuova serie, e perché Netflix ha voluto rispolverare quest’idea dal terrificante armadio impolverato della nonna?

Reboot – dalla vita da strega, a Le terrificanti avventure di Sabrina

le terrificanti avventure di Sabrina westville news Melissa Joan Hart è l’interprete della serie Sabrina, vita da strega

Ormai è tempo di reboot per qualsiasi cosa. Quindi perché non resettare anche le vecchie sit-com? Si, ma con stile!
Innanzitutto partiamo dal dire che il reboot vero e proprio arriva dal mondo dei fumetti. La rivista Archie’d Mad House, ora Archie Comics, all’inizio del 2014, decise di ringiovanire tutte le sue testate. Sabrina subisce una rivisitazione stilistica che darà vita all’idea di portare la giovane strega su Netflix.

Storia

Sabrina Spellman è una giovane mezza strega, orfana di entrambi i genitori. Viene cresciuta dalle zie, streghe anch’esse, Hilda e Zelda. Con loro vive anche il cugino Ambrose, uno stregone. La trama si concentra principalmente sul cambiamento nella vita di Sabrina, allo scadere del suo sedicesimo compleanno. Secondo la religione occulta, quel giorno coincide con un giuramento che tutte le streghe e gli stregoni sono chiamati a compiere, nei confronti della Bestia. Inoltre Sabrina dovrà conciliare la sua natura paranormale con quella di umana. Avrà quindi i problemi di una normale teenager, come la scuola, l’amicizia, l’amore e la rivalità.

Tematiche

Come ci si può aspettare da una fucina di successi (e qualche insuccesso sistematico) come Netflix, Le terrificanti avventure di Sabrina è condita di tematiche che esulano dal tema horror classico, e si addentrano nel tema dell’orrore quotidiano. Uno dei primi argomenti trattati nelle parti “umane” di Sabrina è quello del bullismo. La presenza di Susie, amica androgina di Sabrina, vuole giustificare a livello di sceneggiatura, atti di puro bullismo da parte di alcuni ragazzi popolari della scuola, anche in modo pesante.
La vendetta è anch’esso un tema trattato nella serie, infatti è Sabrina a sistemare la faccenda, convinta da un demone con le fattezze della sua professoressa, e aiutata di alcune streghe, obbligando i quattro ragazzi a compiere atti omosessuali tra di loro.
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Non è davvero chiaro se sia Sabrina a voler vendetta, spinta dal demone, o il demone stesso che insinua l’idea della vendetta. In ogni caso, il fatto che il dubbio esista la dice lunga sulle intenzioni dell’intreccio.
Arriviamo quindi al punto di comprendere come l’orrore classico, l’occulto e mistico effetto grafico, siano solo un mezzo per giungere alle paure reali. Le sequenze mostrano come i protagonisti siano più spaventati delle implicazioni morali, legali e comportamentali, che dalle attività paranormali.
Nel rapporto che c’è tra i personaggi di Sabrina e il diavolo, è la parola sottomissione a ricorrere più spesso. Anche davanti alla possibilità che l’anima della ragazza bruci per 333 anni all’inferno, è proprio il concetto della sottomissione che fa desistere la coraggiosa protagonista.

Altre tematiche interessanti, trattate in questa prima stagione, sono il rapporto con l’autorità, il maschilismo, il femminismo, la diversità di culto e la morale giurisprudenziale.

Tecnicamente…

Tecnicamente Le terrificanti avventure di Sabrina è una serie girata in modo ineccepibile. I set sono tutti architettati ottimamente, e la fotografia ben curata e varia non annoia la vista. Gli effetti speciali sono interessanti, e a volte anche più inquietanti di quello che ci si può aspettare. Tuttavia questi ultimi sono molto rari, e lasciano un po’ di insoddisfazione, se lo rapportiamo al marketing promosso da Netflix prima del lancio.

kiernan shipka westville news Kiernan Shika è la giovane interprete della nuova Sabrina

Se teniamo conto che nei gradi della paura, la paura stessa è solo al terzo posto, mentre il terrore al sesto, su sette gradi complessivi, possiamo pensare che Netflix abbia sbagliato a chiamare la sere: Le terrificanti avventure di Sabrina.

La serie è davvero ben fatta, e spicca molto anche il cast, capitanato dalla giovane ma magistrale Kiernan Shipka.
La sceneggiatura de Le terrificanti avventure di Sabrina rimane però lì a metà. Non è un horror, non è una commedia, non è un thriller e non è un drammatico, ma a suo modo è un po’ tutti questi generi… sempre che non si abbia voglia di relegarlo semplicemente nel teen drama.

Ad ogni modo la nuova serie Netflix ha convinto la critica, e questo darà spazio agli autori per osare magari un po’ di più nella prossima stagione, attualmente già in lavorazione.

Quello che ci piacerebbe, per la seconda stagione, sarebbe vedere qualcosa di più forte, che si leghi meglio con la profondità dei temi trattati, che ci accompagni nel terrificante mondo della protagonista, più che in quello di una produzione un po’ ruffiana, seppure sopraffina, che vada bene per tutti (malgrado il V.M. 14 voluto dalla censura).

Trailer

Un saluto dal vecchio cast

Jim Carrey ritorna sul grande schermo con Dark Crimes

L’attore canadese Jim Carrey ha fatto spesso parlare di sé negli ultimi tempi. Purtroppo spesso il gossip, e a volte la cronaca, lo ha visto nelle parti dell’uomo con un lato oscuro, freddo e

Jim Carrey Dark Crimes

Jim Carrey mentre porta la bara della sua ex fidanzata Cathriona White. Leggi qui

tormentato. La carriera di Jim Carrey è a dir poco invidiabile, ma la vita privata parrebbe essere un po’ tormentata. Dopo la morte dell’ex fidanzata, e il suo proscioglimento da tutte le accuse di coinvolgimento nel suicidio della povera modella, la faccia di Jim è stata sempre meno associata a una risata ben distesa. Questa è proprio la prima sensazione che si ha, guardando il trailer di Dark Crimes, e il volto di Jim.
Non da meno sono i suoi post su Twitter. Il comico si è sempre più spesso lanciato in sfottò verso altre celebrità, con la sua passione per il disegno. Mentre molti fan non hanno apprezzato questo suo lato bizzarro, altri gli sono rimasti vicini, complice il fatto che sono cresciuti proprio con i suoi migliori successi (The Truman Show, The Mask, Ace Ventura). Come molti altri volti del cinema internazionale, anche Jim Carrey dispone ovviamente dell’accesso a situazioni molto agiate negli Stati Uniti, e per questo a volte, lui come altri, si trova a spalleggiare alcune idee bizzarre, come l’antivaccinismo e via dicendo.

Abbiamo quindi il quadro di un attore poliedrico, profondo e tormentato. Un professionista che si è fatto strada tra comicità pura ed episodi tragici, tra successi planetari e celebrità estrema, ma anche rintanato nella vita privata, tra silenzi stampa, dolore ed egocentrismo sfrenato e deleterio. Un attore capace di girare cult intramontabili (Man on the Moon) e B-movie – come Scemo e più scemo 2 – che malgrado la produzione ridotta, e lo scarso apprezzamento della critica ufficiale, ha collezionato molte candidature a premi dedicati.

Ci chiediamo se riuscirà Dark Crimes a inserirsi in questa rosa, senza sprofondare tragicamente come Number 23, unica vera tragedia nell’avventura cinematografica di Jim Carrey.

Non solo comicità

Jim Carrey Dark Crimes Kaufman

Jim interpreta uno dei suoi eroi – Andy Kaufman – in Man on the Moon

Jim Carrey non è solo un comico. Più volte ha dato prova di saper interpretare ruoli che vanno oltre l’espressione buffa e la battuta semplice ma d’effetto. Forse possiamo considerare Man on the Moon come la sua più memorabile interpretazione. Questa pellicola è stata per Jim l’incredibile occasione di un artista di interpretare una sua ispirazione, nel particolare l’eclettico e incredibile Andy Kaufman. Consigliamo il documentario prodotto da Netflix proprio su questo film.

Altri titoli non comici che hanno consacrato l’attore d’oltreoceano sono stati sicuramente Eternal Sunshine of the Spotless Mind, conosciuto in Italia con l’infelice traduzione Se mi lasci ti cancello, e The Majestic.

Alla luce di tutto ciò si può credere che Dark Crimes abbia la stoffa per essere un vero e proprio capolavoro. Rimane l’incognita della produzione, nomi che sulla carta possono essere competenti, ma che non hanno mai avuto la possibilità di girare un capolavoro. Sarà questo il caso?

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Dark Crimes: Trama

Tadek (Carrey) è un detective della polizia polacca che scopre per caso delle similitudini tra un omicidio di un uomo d’affari, e un omicidio descritto in un romanzo dello scrittore Krystov Kozlow. La sua mente tetra lo porterà a scoprire qualcosa di agghiacciante.
Questo è quello che ci è dato sapere, e dobbiamo dire la verità, è forse più emozionante così, di quanto lo sarebbe avere ogni singolo dettaglio della storia.

Aspettativa

L’aspettativa è alta, visto che l’ambientazione nord-est europea promette un tono cupo e freddo. Insomma sembra proprio il tipico noir europeo volto a farci provare quella sensazione di solitudine e disagio. Citiamo casualmente Jo Nesbo.
Non da meno è il look di Jim Carrey, con quell’espressione assente di cui spesso si caratterizza, quasi a voler far credere che in tutti questi anni abbia passato il tempo a prepararsi per questo ruolo.



Gone Baby Gone di Dennis Lehane: romanzo e film a confronto

Oggi vi proponiamo un articolo scritto a quattro mani. La modalità è esattamente la stessa che abbiamo usato per la stesura di Westville. Tempo fa, durante una conversazione sui legami tra cinema e letteratura noir, abbiamo scoperto che uno di noi aveva appena visto il film Gone Baby Gone, tratto dall’omonimo romanzo di Dennis Lehane. Casualmente, il romanzo era stato letto poche settimane prima dall’altro. L’idea di scrivere un articolo a quattro mani è venuta di conseguenza. Iniziamo però con alcune riflessioni generali sull’evoluzione del legame tra cinema e letteratura gialla.

Letteratura e cinema

La storia della letteratura è da sempre strettamente legata a quella del cinema. Innumerevoli romanzi sono stati portati sul grande schermo, con risultati non sempre all’altezza, a testimonianza tuttavia di come la letteratura spesso e volentieri sia in grado di fornire soggetti originali adatti a una trasposizione cinematografica. I risultati sono stati, come già sottolineato, non sempre soddisfacenti. Alcune pietre miliari della storia della letteratura americana hanno beneficiato di una trasposizione cinematografica inferiore al romanzo (si veda ad esempio Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald). In altri casi le pellicole sono arrivate a snaturare contenuti e significati, riducendo grandi romanzi a film trascurabili. Si prenda come esempio la pessima trasposizione cinematografica del masterpiece di Jack Kerouac On The Road. In altri casi i film tratti da romanzi hanno saputo ricreare le atmosfere del libro, a volte interpretandone i significati ma senza snaturarli. Film come Shining, Misery, Le ali della libertà o Stand By Me, sono esempi di pellicole di spessore, che hanno saputo onorare i relativi lavori di Stephen King, autore al quale il cinema si è spesso rivolto nel corso degli ultimi decenni.

Giallo, noir e legal thriller

Il giallo è probabilmente il genere letterario che più di tutti è stato saccheggiato dal mondo del cinema. Partendo dagli autori seminali del genere, da Agatha Christie a Conan Doyle, passando per i creatori dell’hard-boiled Raymond Chandler e Dashiell Hammett, fino ad arrivare ai recenti John Grisham – maestro del legal thriller – Jeffrey Deaver e James Ellroy: il giallo in tutte le sue forme e varianti ha saputo fornire trame originali, intriganti, sorprendenti, perfette per una versione cinematografica. Non c’è affermato autore di gialli che non sia stato portato sul grande schermo, con almeno un’opera. E si può affermare che il risultato finale è spesso stato all’altezza del originale letterario.

Gone Baby Gone: il romanzo

Il bostoniano Dennis Lehane figura senza dubbio tra gli scrittori contemporanei dalle cui opere sono stati tratti numerosi film, anche di grande successo. Shutter Island, La legge della notte, Mystic 

Una delle copertine prodotte per il romanzo

Una delle copertine prodotte per la versione italiana del romanzo – Guarda questo articolo

River sono tutti nati dalla sua penna. Allo stesso modo di Gone Baby Gone, pubblicato in Italia nel 1998 con il titolo di La casa buia. Ci troviamo di fronte a un noir/thriller di ottima fattura, sia per quanto riguarda lo sviluppo dell’intreccio, che per la maestria di Lehane di alternare punti di vista differenti e snocciolare colpi di scena a ripetizione.

La piccola Amanda McCready, bimba di quattro anni, scompare nel nulla, e i due detective Pat Kenzie ed Angie Gennaro vengono incaricati dagli zii della bimba di seguire il caso. Si scopre come la madre della piccola sia una donna degenerata, interessata forse più al risvolto mediatico del rapimento della figlia che preoccupata per le sorti della bimba, che al momento del rapimento si trovava in casa da sola, mentre la madre faceva baldoria in un bar. I due detective, compagni anche nella vita privata, iniziano a indagare con l’aiuto di Remy Broussard e Nick “Poole” Raftopoulous, una coppia di poliziotti seri e preparati. Si scopre immediatamente come la madre di Amanda e il suo compagno abbiano rubato una grossa somma di denaro a uno spacciatore locale, ritrovata dai quattro investigatori in una casa nei bassifondi della città assieme a due cadaveri. Arriva quindi una richiesta di riscatto, con l’organizzazione di un incontro che sfocerà in un violento scontro a fuoco. I soldi ritrovati verranno recuperati dai rapitori, mentre sul luogo della sparatoria viene ritrovata una bambola di proprietà di Amanda, un segno forse della sua morte. La storia sembra conclusa, ma si tratta invece di uno degli innumerevoli finali forniti da Lehane. Il rapimento di Amanda non è la conseguenza di un semplice regolamento di conti tra spacciatori, ma è la punta dell’iceberg di un giro di corruzione che tocca anche la polizia di Boston.

Gone Baby Gone si inserisce perfettamente nella migliore tradizione noir/thriller grazie a una scrittura incalzante ed efficace, una sapiente alternanza di azione e dialogo, un cambiamento continuo di prospettive e un finale sorprendente che lascia sbalorditi. Inoltre, Lehane è abile nella costruzione di un setting cupo, pericoloso, concretizzato in una Boston malfamata, corrotta, ma al tempo stesso affascinante.

Conosciamo meglio l’autore

Abbiamo già parlato di Lehane in altri articoli, quindi ci limiteremo a linkarvi questa interessante intervista di The Talks, in cui fin dalle prime risposte esce lo spirito creativo di questo autore profondo.

Dennis Lehane Photo by Gaby Gerster / © Diogenes Verlag

Dennis Lehane, Photo by Gaby Gerster / © Diogenes Verlag

Gone Baby Gone: il film

Tutti vogliono la verità… fin quando non la trovano. (tag line del film)

Appassionato di film noir anche moderni, capita di trovare delle perle davvero notevoli, specie se si è abituati a girare tra i vari Netflix, Google Play, Microdoft Store e via discorrendo. Chi è sprovvisto di televisione (come il sottoscritto) lo sa bene, la ricerca del film perfetto può richiedere del tempo.

Non per ripetersi, ma nelle trasposizioni cinematografiche si incappa sempre nei pericoli di una sceneggiatura troppo frettolosa. Questo tasto dolente lo si percepisce sempre più spesso in pellicole che si basano su romanzi articolati, intricati, dove per economia temporale vengono apportati dei tagli sostanziali all’intreccio o alla psicologia dei personaggi.

gone baby gone westville news

Copertina italiana del film

In Gone Baby Gone si ha la sensazione che il film riesca a mantenere un ritmo sempre incalzante, e l’escalation di scoperte da parte di Patrick (Casey Affleck) porti sia il protagonista, sia lo spettatore, ad un piano di consapevolezza sempre differente.
Come in altri film tratti da storie dello stesso autore, come Live by Night (La legge della notte), uno degli aspetti più interessanti è il continuo cambio di scenario, e di registro, dovendo il protagonista rapportarsi con persone di diversa estrazione sociale. Possiamo dare il merito a questa miscela di fotografia sapiente alla regia di Ben Affleck, che ha ormai trovato un suo equilibrio dietro la macchina da presa.
Lo sfondo di una Boston fredda e violenta accompagna il percorso psicologico di Pat. Il protagonista di questo noir si muove fin da subito agilmente tra la malavita di Boston, ma sarà la presenza di un elemento innocente, la bambina appunto, a rimettere in gioco la sua stessa morale.
Si può dire che il film basa la sua forza proprio sul concetto di “fare la cosa giusta”, tralasciando forse un po’ l’indagine. La stessa risulta talvolta forzata, e concentra la sceneggiatura sull’importanza che i vari personaggi danno alla vita della bambina.
Nel caso di Gone Baby Gone c’è un forte elemento che disturba la visione: la presenza della compagna e socia di Pat. L’attrice Michelle Monaghan non riesce proprio a convincere, ma probabilmente la colpa è da imputare a tagli netti alle parti previste per il personaggio di Angie. La donna viene relegata al classico stereotipo maschilista della donna fragile. La detective non lavora, non vuole lavorare, consigliando più volte al compagno di mollare il caso, passando più tempo ad asciugarsi le lacrime per la situazione tragica, che rimboccandosi le maniche. Il risultato è un personaggio noioso, stereotipato e volto a riempire buchi di narrazione dovuti più alla sua ingiustificata presenza, che alla trama perfettamente consistente anche senza di lei.
Note di merito sono le collaudate star Morgan Freeman e Ed Harris, che svolgono il loro lavoro con maestria, in particolar modo quest’ultimo, calato in personaggio con una potente carica emotiva.
Infine possiamo elogiare l’attrice Amy Ryan, interprete della mamma della bambina, la tossicodipendente Helen McCready. Il suo interesse per la vita in generale è proporzionale al suo egoismo, e le crisi isteriche dell’attrice sono più che convincenti.
La pellicola del 2007 è in definitiva un ottimo noir, forte di un’ambientazione accattivante e una fotografia magistrale, con un cast che ha svolto egregiamente il mestiere e una regia creativa. A confermare l’etichetta di noir, un finale che non ha solo la funzione di colpo di scena inaspettato, ma anche il sapore amaro di un lieto fine che non è propriamente da considerarsi tale.

Ci sentiamo quindi di consigliarvi sia di leggere il libro che visionare la pellicola, prestando attenzione sicuramente all’intreccio, ma anche all’aspetto emotivo e psicologico dei personaggi.

 

Il braccio violento della legge: il noir cambia pelle

Nuovo appuntamento cinematografrico del blog di Westville. Prosegue la carrellata di pellicole che hanno cambiato la storia del noir sul grande schermo. Dopo il cupo e affascinante Bullitt, ora è il turno de Il braccio violento della legge (titolo originale The French Connection), uscito nelle sale nel 1971.

Nuova Hollywood

Il celebre regista statunitense William Friedkin è indubbiamente passato alla storia per essere stato il regista de L’esorcista, uno dei più controversi e leggendari successi dell’intera storia del cinema. Tuttavia, Friedkin aveva già guadagnato un meritatissimo Oscar due anni prima, nel 1971, grazie al controverso Il braccio violento della legge. Un film che ha cambiato la storia del cinema, contribuendo alla nascita di quel movimento, chiamato “Nuova Hollywood”, che ha rappresentato forse l’apice assoluto del cinema d’oltreoceano per numero di capolavori prodotti in un periodo di tempo relativamente limitato. Rimanendo però in tema puramente noir, Il braccio violento della legge ha proseguito quell’opera di rinnovamento del genere, iniziata proprio con Bullitt. Pellicole seminali, che hanno contribuito in maniera sostanziale a traghettare il noir verso la sua dimensione definitiva.

Il braccio violento della legge

Roy Scheider e Gene Hackman

Il Braccio violento della legge

Jimmy Doyle (Gene Hackman) e Buddy Russo (Roy Scheider) sono due investigatori della Narcotici di New York. Due uomini dalla vita sregolata e solitaria. Due poliziotti dediti al lavoro, caratterizzati da metodi violenti e senza scrupoli. Dopo il fallimento di alcune operazioni, diversi indizi portano verso una grossa spedizione di droga proveniente da Marsiglia. Un traffico internazionale di droga gestito da un misterioso e benestante francese di nome Alain Charnier (Fernando Rey). Le indagini proseguono con difficoltà tra pedinamenti e false piste, fino ad assumere i contorni di una vera e propria ossessione. Il caso viene riassegnato, ma i due investigatori proseguono le indagini in solitaria. La svolta sembra arrivare con l’approdo al porto di New York di una nave proveniente dalla Francia. A bordo, un’auto carica di eroina. Seguono appostamenti, leggendari inseguimenti, retate, fino alla resa dei conti. L’epilogo sarà però amaro e sotto certi aspetti fallimentare.

Innovativo

Basato sulla storia vera di un effettivo maxi sequestro di eroina nell’ambito di un traffico internazionale, Il braccio violento della legge è un film rivoluzionario per linguaggio, contenuti e tecniche di montaggio. La differenza tra buoni e cattivi, seppur sempre chiara per tutta la durata del film, si assottiglia notevolmente. Charnier è un trafficante di droga gentiluomo, raffinato e colto. Doyle è un donnaiolo incallito. Un solitario misantropo. Un poliziotto irascibile e violento. Un anticonformista in perenne scontro con i suoi superiori. La New York descritta nelle sequenze del film è una città pericolosa, fredda, drogata, malfamata e desolante. Il setting diventa quindi reale e pulsante, e non più metaforico. Il finale amaro capovolge tutti i clichè del genere, introducendo nuove vie di interpretazione del noir, che qui raggiunge livelli assolutamente contemporanei per critica alla società, atmosfere e multidimensionalità dei personaggi.

il braccio violento della legge

Foto via: nydailynews.com

Hackman da Oscar

Il braccio violento della legge brilla in primis per un’interpretazione magistrale di tutto il cast. Su tutti, un superlativo Gene Hackman, non a caso premiato con l’Oscar come miglior attore protagonista. Ma i meriti non sono solamente suoi. Roy Scheider (protagonista quattro anni dopo del leggendario Lo squalo) è una spalla perfetta per gli istrionismi di Hackman. Infine, lo spagnolo Fernando Rey emana una classe e un’eleganza tipicamente europee, che aggiungono fascino e inconsuetudine al suo personaggio.

Azione e tensione

Friedkin ha saputo coniugare massicce iniezioni di azione con la tensione e l’immobilità delle sequenze degli appostamenti. Scene nelle quali lo scorrere del tempo e la spossatezza dei protagonisti bucano lo schermo penetrando a fondo nell’osservatore. Travolgente la lunga sequenza in cui Hackman percorre Brooklyn a tutta velocità a bordo di una Pontiac, all’inseguimento di un convoglio sopraelevato nel quale si nasconde un sicario in fuga. Una delle car chase più famose e realistiche della storia del cinema.

Il regista è stato inoltre abile nel delineare i protagonisti, in tutti i loro turbamenti e contraddizioni. I poliziotti non sono più immacolati paladini della legge, ma uomini dalla morale dubbia, il cui senso della giustizia rasenta i limiti della legge stessa. Grazie a Il braccio violento della legge il poliziesco è diventato violento, spietato, estenuante e amaro. In una sola parola: credibile.

Bullitt: Steve McQueen reinventa il noir a Hollywood

Le pagine di Westville News tornano a raccontare storie di cinema. Dopo aver parlato dell’importanza del lavoro di Michael Mann a cavallo tra anni ’80 e ’90, facciamo qualche passo indietro e andiamo a vedere dove tutto è cominciato. Ci sono pellicole che hanno segnato indelebilmente la storia del noir cinematografico, riscrivendone le regole e gettando le basi del poliziesco contemporaneo. Stiamo parlando di film che, anche a distanza di trenta, quaranta o addirittura cinquant’anni, risultano ancora attuali. Pellicole che non hanno perso un briciolo del fascino che le ha contraddistinte all’epoca della prima uscita nelle sale. Uno dei caposaldi del noir moderno è rappresentato senza dubbio da Bullitt, una delle migliori interpretazioni in assoluto di un divo immortale come Steve McQueen.

Bullitt

La locandina di “Bullitt”

Frank Bullitt

L’ambizioso e arrogante politico Walter Chalmers (Robert Vaughn) incarica Frank Bullitt (Steve McQueen) glaciale ed esperto tenente della squadra omicidi, della protezione di Johnny Ross, testimone chiave in un processo contro la mafia. Nonostante la stretta sorveglianza, Ross viene gravemente ferito da due sicari nella stanza d’albergo dove era confinato sotto protezione. Trasportato in ospedale, Ross muore per le gravi ferite subite. Con la complicità di un medico accondiscendente, Bullitt nasconde la notizia della morte del testimone. In questo modo Bullitt evita l’ira di Chalmers e può proseguire le indagini. Colpi di scena, scambi di persona, sparatorie e leggendari inseguimenti per le strade di San Francisco porteranno Bullitt verso la soluzione del caso. Memorabile la sequenza finale, ambientata nell’Aeroporto Internazionale di San Francisco.

Cinquant’anni e non sentirli

Bullitt è un noir moderno e coinvolgente, capostipite di una nuova generazione di polizieschi dalle tinte cupe. Steve McQueen sfodera un’interpretazione ipnotica, forse la sua migliore in assoluto. Glaciale, taciturno, tormentato, Frank Bullit è diventato il modello di investigatore freddo e determinato. Un personaggio apparentemente insensibile ma in realtà molto turbato. Un uomo a tal punto dedito al lavoro da non lasciare spazio alla vita privata, nonostante una bella fidanzata innamorata lo aspetti a casa ogni notte.

Intreccio e azione

I pregi di Bullitt non finiscono però qui. La sequenza dell’inseguimento tra la Ford Mustang di Bullitt e la Dodge Charger dei sicari è entrata nella storia del cinema come prototipo di car chase. Una lunga sequenza di quasi dieci minuti nella quale i protagonisti sono il rombo delle due vetture e gli iconici saliscendi delle strade di San Francisco. Una sequenza notevole, considerando anche i mezzi dell’epoca, che ha avuto centinaia di imitazioni, la maggior parte delle quali però non raggiungono il fascino e la tensione dell’originale. Un plauso anche all’ipnotica colonna sonora jazz firmata da Lalo Schifrin, che supporta le scene fondamentali donando tensione e mistero. Che altro dire. Bullitt è un classico del poliziesco americano che non finisce mai di stupire, ancora attuale nonostante l’età: un’eterna fonte di ispirazione, dal fascino meravigliosamente intramontabile.

La legge della notte, un noir d’autore a Hollywood

Oggi parliamo di cinema! Come dicevamo in un articolo precedente, a proposito del Neo-Noir, ad oggi cinema e letteratura sono più uniti che mai. La maggior parte delle sceneggiature hollywoodiane odierne derivano da adattamenti di romanzi. Anche se spesso non ce ne accorgiamo, potremmo esserci già imbattuti parecchio tempo prima, nell’ultimo film uscito al cinema. Ad esempio sullo scaffale di una libreria. Cambio di titolo e marketing diametralmente opposto contribuiscono a rendere invisibile questa trasformazione.

Non vorremmo essere fraintesi. Da sempre il cinema e l’editoria sono compagni di merende. Tuttavia la velocità con cui vengono prodotti i film oggi è impressionante, e quindi è sempre più

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probabile che si vada a pescare tra gli immensi scaffali dell’editoria americana. Le serie tv, che ormai dominano i palinsesti televisivi, stanno adottando lo stesso metodo. Si prenda come esempio True Detective, divenuta subito cult. Una serie noir fuori dagli schemi, forte un cast stellare, un’ottima regia e una fotografia davvero d’eccezione. Tuttavia, a reggere il gioco è proprio l’idea geniale alla base della storia, frutto della mente del talentuoso scrittore Nic Pizzolatto, di cui abbiamo abbiamo già scritto nelle scorse settimane sul blog. Potete approfondire l’argomento leggendo: Nic Pizzolatto, la mente dietro il successo di True Detective.

Alla base della pellicola

Locandina del film La legge della notte

Locandina del film La legge della notte

La legge della notte è un film del 2016, scritto, diretto, prodotto e interpretato da Ben Affleck.
Attore di ottima caratura, ma anche regista apprezzato, Ben Affleck ha già dimostrato di essere un ottimo creatore di prodotti cinematografici, nonché sceneggiatore raffinato e produttore brillante e lungimirante.

La legge della notte (titolo originale: Live by night) è un romanzo di Dennis Lehane, romanziere di riferimento per quanto concerne il romanzo thriller americano e la letteratura americana moderna. Autore di svariati titoli divenuti best sellers – come Shutter island e Gone, baby, gone, tramutati anch’essi successivamente in pellicole osannate dalla critica – insegna scrittura creativa avanzata ad Harvard. Meritevole di aver vinto numerosi premi letterari, ha dato prova più volte di essere in grado di mantenere i suoi lettori col fiato sospeso fino all’ultimo, con le sue ambientazioni cupe e affascinanti, e le storie pregne di colpi di scena e cambi di scenario interessanti.

La legge della notte

La Warner Bros comprò i diritti sul romanzo nel 2012, affidando a Di Caprio il ruolo di produttore. Dopo quattro anni, e l’affiancamento di Ben Affleck nei ruoli sopracitati, vede la luce una pellicola di incredibile fattura.

La storia

Joe Coughlin, un’irlandese che vive per le strade di Boston durante l’era del proibizionismo, deve cavarsela tra furti e rapine. Figlio del capitano della polizia di Boston, non vive facilmente la sua condizione di fuorilegge, dovendosi dividere tra la riluttanza del padre, e l’amore clandestino per la figlia prediletta di un importante boss della città.
La vicenda risulta essere a tratti classica, con i suoi cliché doverosi per un’ambientazione che ha fatto sognare numerose generazioni. Ma fa anche spavento, con la sua legge approssimativa, e la difficoltà derivate da una tragica depressione economica.

Brendan Gleeson in La legge della notte

Brendan Gleeson in La legge della notte

Tutto cambia quando a Joe viene data una severa lezione, e viene al tempo stesso privato del suo grande amore. Figura interessante sarà invece il padre, che malgrado il rifiuto verso tutto quello che il figlio rappresenta, troverà sempre la forza di amarlo. Una nota di merito va sicuramente a Brendan Gleeson. L’attore irlandese è riuscito perfettamente a calarsi nella parte, dando prova di una recitazione toccante e profonda.

Alcuni avvenimenti, che non vi sveleremo, porteranno Joe a trasferirsi a Tampa, in Florida, avanzando di carriera nella temuta mafia italiana. Ottime le dinamiche che regolano i rapporti commerciali tra le varie fazioni criminali. Vale la pena soffermarsi sulla perizia con cui vengono descritti i rapporti tra italiani, cubani, sudamericani, irlandesi e via discorrendo.
Quello da Boston a Tampa è un cambio di scenario inaspettato, non facile da digerire. Dopo una prima mezz’ora nel freddo di Boston, tra inseguimenti su strade asfaltate, per le vie di quella che era già una metropoli, ci ritroviamo nel caldo tropicale, tra palafitte e palme, in una zona che ancora deve scoprire il suo potenziale.

Che tipo di storia ci aspettiamo

Razzismo, droga, sigari di contrabbando, alcoolici illegali, pallottole e minacce, il tutto dosato sapientemente. Mai inverosimile e mai scontato, La legge della notte riesce a tenere lo spettatore incollato allo schermo. Perfino nei momenti più tranquilli l’attenzione viene focalizzata su una regia davvero sorprendente, una fotografia ben fatta e una perizia nei particolari davvero invidiabile. Per fare un esempio, quando un’auto della polizia finisce nel fiume, dopo un inseguimento nelle campagne limitrofi Boston, si possono vedere i riflessi tipici degli oli meccanici, probabilmente fuoriuscito a causa di una rottura.

Che tipo di eroe ci aspettiamo

Joe Coughlin non è un eroe. Questo dev’essere chiaro, e lo è fin dalle prime battute. Ladro, imbroglione, con una morale al limite tra l’accettabile e l’inaccettabile. Il vero motivo per cui La legge della notte è un noir, è proprio lui. Conscio di una situazione amorale, in cui lui stesso è protagonista, vive una sorta di conflitto interiore. Un protagonista tormentato, come tanti nei noir, a cui Ben Affleck è riuscito a dare un ruolo convincente solo come sceneggiatore. Purtroppo la presenza del personaggio non è supportata da una recitazione impeccabile.

Ben Affleck in un fotogramma de La legge della notte

Ben Affleck in un fotogramma de La legge della notte

La critica

Il film è stato stroncato dalla critica, dimostrandosi un flop al botteghino, in un tempo relativamente ristretto. Per quale motivo? Analizzando alcuni fattori possiamo provare a comprendere meglio questo fallimento hollywoodiano.

Cosa può rendere un film con una produzione importante, un cast d’eccezione, una sceneggiatura ben fatta e una regia sapiente supportata da una fotografia d’autore, un flop commerciale?

Probabilmente il marketing scarso, e alcune scelte commerciali sbagliate. Prendiamo ad esempio il trailer, che potete vedere qui sotto. Per quanto abbia un buon montaggio, del film si capisce che niente altro è se non un gangster movie d’azione ambientato negli anni ’20. Una sequenza di sparatorie e inseguimenti, che per altro nel film risultano essere di secondo piano, inframezzate da frasi sconnesse, in cui pare che l’unico scopo del protagonista sia essere crudele e spietato. Un trailer che ha tratto in inganno anche noi, prima di gustarci questa pellicola intensa ed emotiva, degna di entrare nel firmamento del noir vecchio stile, ma con un approccio moderno.

Lawless - la legge della notte - westville blog

Locandina inglese di Lawless guarda trailer

Un esempio simile, ma nel verso opposto, lo abbiamo avuto con Lawless. Gangster movie del 2012, ai limiti del fantasy, in cui toni cupi e rapporti sentimentali di amore e odio tra i vari personaggi avrebbero dovuto sostenere il film. La pellicola si rivelò come una sequenza di cliché, pregna di violenza ingiustificata e grottesca, battute banali e una regia approssimativa. Un esempio di come un ottimo cast possa essere sprecato. Attori capaci di ottime interpretazione, relegati in personaggi piatti e caricaturiali.

Ha ragione la critica?

Spesso si può essere in disaccordo con la critica, ma un fondo di verità c’è sempre. Così come continuiamo a sostenere per l’editoria, nel cinema è ancora più importante. Il Marketing è parte del processo artistico, e non si può sottovalutare. Stando a come il marketing ha proposto La legge della notte, la critica ha ragione. Fatto sta che secondo il nostro parere, la pellicola di Ben Affleck è davvero un esempio di come questo genere di film possa ancora trovare il suo posto in un mondo cinematografico saturo di film ricolmi di incredibili effetti speciali digitali. Su una cosa però la critica ha avuto fortemente ragione. La prova d’attore di Ben Affleck non è sicuramente all’altezza dell’interezza del film. Poche espressioni, e poco convincenti, per un personaggio che sicuramente avrebbe avuto più profondità e tridimensionalità nelle mani di un altro attore. Ci sarebbe piaciuto ad esempio vedere Ryan Gosling, reduce ormai da pellicole drammatiche davvero interessanti, oppure Bradley Cooper, anch’esso capace di scavare badilate di emotività nei suoi personaggi.

Ad ogni modo il nostro parere è positivo, e consigliamo ai nostri lettori di impiegare un paio d’ore del loro tempo per gustarsi un’America d’altri tempi, interessante, pericolosa e variopinta.