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Mindhunter: Netflix da spazio al noir in una serie profonda e spiazzante

Netflix è diventata una vera e propria fucina di film e serie tv, cresciuta in potenza e redditività. Dai comici ai drammatici, dalle serie sui supereroi alle dark Comedy dai toni sopra le righe. Tra la marea travolgente di produzioni che la piattaforma propone, ci sono delle chicche davvero interessanti.

Oggi vi parliamo di Mindhunter.

Mindhunter: tratto da…

Mindhunter libro westville news

Il libro di Douglas e Olshaker in una delle sue molte ristampe

Come ormai abbiamo già ripetuto più volte qui e qui, le produzioni cinematografiche e televisive sono sempre più spesso adattamenti di opere letterarie. Anche Mindhunter è tratto da un libro, ma non un “semplice” romanzo. La storia narrata in questa nuova serie è un adattamento del libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano. Le menti sono quelle di John E. Douglas e Mark Olshaker, rispettivamente la materia prima e la penna.
Perché materia prima?

La storia è effettivamente una biografia di Douglas, ex agente del Federal Bureau of Investigation, attivo dal 1970 al 1995. Per non dover riassumere tutta la sua vita, già narrata nel libro, posso dirvi che il ruolo di Douglas all’interno dell’FBI fu principalmente quello di studiare… le menti criminali. A quei tempi il concetto di serial killer non esisteva, e lo studio della psiche criminale era materia nuova, principalmente rilegata agli intellettualoidi delle università della nazione. Le fatiche di Douglas furono incredibili, e si prolungarono per molto tempo, visto che la sua mansione principale era quella di viaggiare per il paese, fornendo supporto e aggiornamento ai corpi di polizia locale. Il tutto viene narrato con passione dalla penna di Olshaker, autore e produttore con una passione sfrenata per questo genere di interessi.

Mindhunter prodotto da Netflix

fincher theron mindhunter

David Fincher e Charlize Theron sono i produttori della serie Netflix Mindhunter

La serie prodotta da Netflix risulta sicuramente fedele al libro, ma con diverse licenze. Il protagonista non è Douglas, ma l’agente federale Holden Ford. Ricordo che la serie è tratta dalla vita di Douglas, e racconta molti passi della sua carriera in maniera fedele. Ma la serie è basata solo in parte sul libro omonimo, mentre i produttori Fincher e Theron si sono sentiti liberi di dare spazio ad una sceneggiatura accattivante e a personaggi dalle caratteristiche incredibili. Ah! Come avrete letto nella didascalia qui a fianco, questa serie di Netflix è prodotta da un tanto incredibile quanto improbabile duo. Mentre Charlize Theron è rimasta affascinata dalla storia, David Fincher si è spinto oltre, e ha sapientemente girato ben quattro episodi, tra cui apertura e chiusura della prima stagione.

Gli ingredienti di Mindhunter sono vicini al noir

Jonathan Groof Holt McCallany mindhunters westville news

Jonathan Groof e Holt McCallany sono gli agenti dell’FBI Ford e Tench

Come originariamente narrato, siamo nel 1977. L’agente federale Holden Ford (Jonathan Groof) è molto affascinato dalla mente criminale, e dai meccanismi che la rendono così diversa da una mente comune. Galvanizzato anche da una strana storia sentimentale con una studentessa di psicologia, lo stesso Holden desidera ardentemente affrontare un viaggio nella mente dei più efferati assassini della storia americana. Sarà poi l’incontro con l’agente dell’FBI Bill Tench, in carica al reparto di scienze comportamentali, a favorire le ricerche di Ford. La scintilla professionale scatta immediatamente tra i due, nel momento in cui Ford viene a conoscenza delle mansioni di Bill, impegnato a viaggiare per tutta la nazione, facendo corsi di aggiornamento sulle tecniche investigative ai corpi di polizia locale. Questo darebbe l’opportunità a Ford di avvicinarsi ai più importanti istituti di detenzione americani, dove sono rinchiusi alcuni tra i più efferati criminali seriali.

Fin dalle prime scene, capiamo che il tono della serie è sicuramente crudo, ma non è la violenza fine a se stessa il messaggio. La fotografia è pulita, semplice, ma allo stesso tempo complessa e carica di comunicazione. Ogni personaggio è ben caratterizzato, e l’ambiguità con cui vengono proposte le conversazioni è talvolta disarmante.

Violenza

In Mindhunter non è il sangue, o la violenza fisica a fare da padrone, bensì quella verbale. Ford e Tench, con il supporto solo in parte della dottoressa Wendy Carr (basata sulla figura reale della dottoressa Ann Wolbert Burgess) affronteranno diversi colloqui con quelli che loro stessi definiranno per la prima volta come “serial killer“. Da Dennis Rader a Jerry Brudos, gli assassini seriali intervistati si apriranno e daranno sfogo alla voce interiore che li ha guidati nei loro crimini. Quello che rende tinta di nero questa storia è la figura di Edmund Emil Kemper III, un assassino che guiderà Ford alla ricerca della sua curiosità per la mente criminale, dando un senso all’esposizione di una violenza così sanguigna in una serie dai toni lenti e introspettivi.

Regia e sceneggiatura

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Il vero Edmin Emil Kemper III

Una regia che cattura l’attenzione, e dona un tono profondo e silenzioso alla vicenda. Il tutto viene sorretto da una sceneggiatura che sapientemente sa come allungare e creare tensione nella storia, aggiungendo talvolta elementi poco utili, ma comunque interessanti. Il montaggio non ha particolari elementi innovativi, ma permette allo spettatore di immergersi totalmente in conversazioni talmente assurde da essere credibili. La differenza tra la regia di Fincher e gli altri direttori che si alternano dietro la camera è abbastanza chiara agli appassionati, tuttavia non disturba affatto, anzi, aiuta a creare momenti di alternanza tra tensione e distensione.

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Cameron Britton è l’attore che magistralmente interpreta il serial killer

 

Non è necessaria una seconda stagione, ma ci speriamo

Mindhunter è sicuramente una storia auto conclusiva, se la guardiamo come semplice storia. Ma la sete di conoscenza del protagonista ci spinge a nostra volta a voler conoscer più a fondo una materia che ad oggi viene quasi data per scontata nelle opere poliziesche. La devianza etica e morale dei comportamenti e dei ragionamenti dei serial killer, in questa storia, si contrappone alle procedure federali di cinquant’anni fa. Inoltre è il percorso psicologico di Ford, e dei personaggi intorno a lui ad attirare l’attenzione, e a spingerci a voler sapere… poi? Che succede?

Critica

Molto acclamata dalla critica, la positività delle recensioni spinge a pensare che una seconda stagione sia comunque d’obbligo per questa serie unica nel suo genere, e dai toni tipicamente noir.

Considerazione personale

Questa serie è davvero sensazionale, sia dal punto grafico e tecnico, che dal punto narrativo. Sapere che è basata su una storia vera aiuta sicuramente, ma tutta la crew, dall’ideatore, al tecnico delle luci, ha fatto un ottimo lavoro. Nel recensirla ho comunque tralasciato tanti, tantissimi dettagli importanti poiché credo che guardarlo a “scatola chiusa”, com’è successo a me, lasci la bocca secca e una sensazione di incompletezza personale che solo certe opere sanno fare. 

Vittorio Bottini

L’ispettore Callaghan: violenza nelle strade di San Francisco

Westville news prosegue la carrellata di consigli cinematografici noir. Dopo Bullitt e Il braccio violento della legge, chiudiamo un’ipotetica trilogia di polizieschi seminali con il primo film della fortunata serie dell’ispettore Callaghan: Il caso scorpio è tuo!

I violenti anni settanta

Uscito nelle sale nel 1971 (lo stesso anno de Il braccio violento della legge), il primo film della leggendaria serie dell’ispettore Callaghan ha proseguito quell’opera di rinnovamento del genere, già analizzata nelle pagine di Westville News. Clint Eastwood, in uno dei ruoli più iconici di tutta la sua filmografia, ha saputo interpretare un personaggio passato alla storia per la brutalità dei metodi e una spiccata tendenza all’insubordinazione. Più che rivoluzionare il ruolo del detective protagonista, Eastwood ha saputo accentuare caratteristiche già proprie dei due protagonisti dei film precedentemente analizzati in questa sede. Spietato, immune a qualsiasi ordine dei superiori, freddo, consapevole della reiterata impotenza del dipartimento di polizia, Callaghan diventa un moderno cowboy metropolitano. Solo contro tutti, e mosso da un senso del dovere che rasenta la testardaggine. Il fine giustifica i mezzi: tutto è lecito per arrivare alla soluzione del caso. Anche utilizzare metodi brutali, al limite della legalità.

Scorpio

Liberamente ispirato a un reale fatto di cronaca – l’ignoto serial killer Zodiac – L’ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! mette in scena un’epica battaglia tra un misterioso killer che minaccia San Francisco con omicidi causali a scopo di lucro (Andy Robinson) e l’ispettore della polizia Harry Callaghan (Clint Eastwood). Noto per la sua intransigenza, i metodi duri e la tendenza all’insubordinazione, Callaghan viene assegnato al caso, ribattezzato Scorpio. Si tratta di un misterioso serial killer che uccide in maniera apparentemente casuale, colpendo la popolazione di San Francisco senza distinzione di razza, religione, sesso ed età. Il rapimento di una giovane ragazza e la conseguente richiesta di un grosso riscatto portano Callaghan a uno scontro con il killer.

Callaghan

Clint Eastwood nei panni dell’ispettore Callaghan (foto via:cinema.everyeye.it)

Autoincaricatosi di consegnare il riscatto, Callaghan ferisce Scorpio, che riesce tuttavia a fuggire. La fuga è però breve e Scoprio viene arrestato, dopo essere stato torturato dall’ispettore, nel tentativo di scoprire le sorti della giovane rapita. Rilasciato proprio in virtù delle torture subite, Scorpio prosegue i suoi crimini arrivando a sequestrare uno scuolabus con alcuni piccoli innocenti a bordo. Seguirà lo scontro finale con Callaghan, in una sequenza passata alla storia.

Callaghan, poliziotto e giustiziere

Eastwood interpreta un personaggio ormai entrato nella leggenda. Brutale, senza pietà, incontrollabile, sempre al limite della legge in tutte le sue azioni, Callaghan non si fa problemi quando l’unica soluzione è quella di insubordinarsi e agire al di là della legge. Il poliziotto diventa giudice e giuria al tempo stesso. Una soluzione estrema ma che sembra essere l’unica, in una San Francisco dove la violenza dilaga e la polizia appare impotente. Callaghan diventa un modello al quale ispirarsi. Basti pensare al Charles Bronson de Il Giustiziere della notte, o al Bruce Willis della serie di Die Hard e de L’ultimo Boy Scout. Protagonisti solitari, dai metodi poco ortodossi, ma assolutamente capaci, mossi da un alto senso del dovere e da un concetto di giustizia tutto personale.

Don Siegel, maestro d’azione

Il grande successo de L’ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! – titolo tradotto brutalmente, come era consuetudine negli anni settanta – è merito anche della sapiente regia di Don Siegel, un maestro del poliziesco anni settanta (da riscoprire molte perle della sua filmografia, tra cui, consigliatissimi, Fuga da Alcatraz e Chi ucciderà Charlie Varrick?) che ha contribuito a riscriverne i linguaggi e i temi, iniettando una massiccia dose di violenza a un genere ancora troppo legato a romantici canoni del passato.

Imprescindibile

L’ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! È una pellicola imprescindibile per tutti gli amanti del noir moderno. Capostipite di una fortunata serie – ben quattro i sequel – Scorpio è un poliziesco ad alta tensione, ricco di azione. Un film che ha rivoluzionato i linguaggi del genere, aggiungendo importanti tasselli alla creazione del noir contemporaneo.

L’innocenza perduta: l’America di James Ellroy

Il blog di Westville continua a esplorare l’universo del genere poliziesco e noir. Dopo Don Winslow, Nic Pizzolatto, Jo Nesbo e Jean-Claude Izzo, ora è il turno di uno dei pesi massimi del poliziesco contemporaneo: James Ellroy. Nato a Los Angeles nel 1948, il quasi settantenne Ellroy è considerato uno dei più rivoluzionari e innovativi scrittori del panorama noir contemporaneo. Andiamo a scoprire perchè.

Da un’infanzia tormentata ai primi passi nel mondo della letteratura

James Ellroy ha avuto un’infanzia a dir poco difficile, costellata da eventi drammatici e innumerevoli difficoltà: su tutti la perdita della madre, assassinata nel 1958 in circostanze misteriose. Un delitto che ancora oggi non ha trovato soluzione. In seguito alla successiva perdita del padre, a soli 17 anni Ellroy inizia un vita di vagabondaggi, sopravvivendo con espedienti e piccoli furti. Frequenti gli arresti per reati minori e costanti i problemi con droghe e alcool. Una vita al limite, prima del provvidenziale aiuto di un gruppo di sostegno. Ellroy allontana la bottiglia e inizia una nuova vita, lavorando come caddy nei circoli di golf di Los Angeles e muovendo i primi passi nel mondo della letteratura poliziesca, da sempre sua grande passione.

Nel 1981 esce il suo primo romanzo, Prega Detective. Ellroy intraprende una costante ascesa nel mondo del poliziesco. La consacrazione arriverà tra la metà degli anni ’80 e gli anni ’90, con la pubblicazione di quelle che sono le sue opere più rilevanti: la Tetralogia di Los Angeles (composta da Dalia nera, Il grande nulla, il celebratissimo L.A. Confidential e White Jazz) e l’ambiziosa, rivoluzionaria e mastodontica Trilogia americana (American Tabloid, Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio).

Ellroy

James Ellroy (foto via: futuroquotidiano.com)

Ellroy rivoluziona il noir

Con i sette romanzi appena citati James Ellroy ha perfezionato la sua scrittura, introducendo quelli che sono diventati i suoi marchi di fabbrica, con i quali ha di fatto reinventato il genere noir. Con le sue sperimentazioni Ellroy ha aperto nuove strade interpretative in un genere fortemente legato a dei canovacci tradizionali. La tetralogia è ambientata a Los Angeles tra la fine degli anni ’40 e la fine degli anni ’50. I romanzi non sono collegati l’uno con l’altro, anche se condividono molti personaggi e la presenza, al centro delle vicende, del dipartimento di polizia come assoluto protagonista. Tuttavia, non stiamo parlando di polizieschi classici. Ellroy scava nei meandri più nascosti della società americana, scovando corruzione e marciume, mostrati al lettore attraverso una lente d’ingrandimento che risalta quello che è forse il comandamento fondamentale delle opere di Ellroy: nessuno è innocente.

EllroyLa tetralogia spicca anche per una costruzione dei singoli romanzi ai limiti della follia: intrecci intricatissimi costellati di intrighi, tradimenti, omicidi efferati, e personaggi triplogiochisti e senza scrupoli. Si prenda come esempio il celebre L.A. Confidential, la cui fortunata trasposizione cinematografica si è imposta sul grande schermo come uno dei migliori film polizieschi di fine anni ’90. Una pellicola ad alta tensione, molto ben strutturata, nonostante un’evidente (e doverosa) semplificazione dell’intreccio. Nel romanzo infatti, oltre ai tre personaggi principali, si segnala la presenza di almeno una decina di personaggi secondari (molto ben caratterizzati) e decine di personaggi “terziari”, che fanno da contorno alle vicende, aggiungendo però tasselli fondamentali nella barocca architettura della trama, a tratti molto complessa, ma in definitiva molto robusta.

Precisione maniacale

La presenza di Ellroy dietro ogni voce narrante appare sempre presente con autorevolezza, perfettamente consapevole della direzione verso la quale la trama si sta muovendo. La dimostrazione di una pianificazione maniacale dell’intreccio prima della stesura vera e propria. Nella quadrilogia inoltre, Ellroy ha iniziato la mescolare fiction con avvenimenti realmente accaduti, intrecciando le vicende di personaggi inventati con le vite di persone realmente esistite.

Ellroy definitivo: la Trilogia americana

EllroyLe caratteristiche sopracitate vengono perfezionate ed estremizzate nella Trilogia Americana: quindici anni di storia americana (dal 1958 al 1973) vengono passati al setaccio da Ellroy, che mescola realtà e finzione, analizzando e raccontando la Storia e inventando dove la Storia non è di dominio pubblico. Il risultato è un ritratto disilluso, marcio e nauseante di quindici anni di storia americana costellata da omicidi, intrighi, lotte di potere. Al centro dell’intreccio le personalità che hanno dominato la nazione più potente al mondo in quegli anni, – dai fratelli Kennedy a Edgard Hoover, da Jimmy Hoffa a Howard Hughes – le cui vicende si intrecciano a quelle dei protagonisti, personaggi fittizi ma molto verosimili, partoriti dalla geniale mente dell’autore.

Ellroy costruisce un mosaico intricatissimo, dove le voci di molteplici narratori si intersecano, in un gioco di potere fatto di tradimenti, quadrupli giochi, e legami segreti tra politica, mafia, sindacati, Cia ed Fbi. Ellroy evolve ulteriormente il suo stile, alternando narrazione canonica (caratterizzata da punti di visti differenti e alternati) con estratti di giornale, memorandum segreti di Cia ed Fbi, e comunicazioni segrete tra i vari personaggi. Uno stratagemma il cui scopo è quello di iniettare nel testo informazioni oggettive, e fornire così al lettore una precisa chiave di lettura di un intreccio dall’interpretazione altrimenti troppo complessa se basata solo sulle voci narranti soggettive dei protagonisti.

Ellroy imprescindibile e innovativo

James Ellroy è lo scrittore che ha cambiato i connotati del noir americano, portandolo a un nuovo livello di sperimentazione stilistica e tematica. La sua opera ha rappresentato lo spartiacque, e la fonte d’ispirazione per molti altri autori che oggi appassionano i lettori di tutto il mondo. Il mastodontico dittico di Don Winslow formato da Il potere del cane e Il cartello – intricata e spietata analisi del narco traffico tra Messico e California dall’architettura complessa e baroccheggiante – forse non sarebbe nemmeno stato concepito senza le sperimentazioni di Ellroy. E questo è solo un esempio a testimonianza di come le opere di Ellroy siano imprescindibili per chiunque voglia approcciarsi al mondo del noir, nonché delle letture travolgenti e senza tempo.

Miami Vice: tinte noir negli splendenti anni ’80

Gli anni ’80 sono considerati un decennio di ricchezza, benessere e spensieratezza. Un’economia occidentale galoppante, un benessere diffuso in tutti gli strati sociali, e la Guerra Fredda che si avviava verso la sua conclusione – con la vittoria del modello occidentale – sono fattori fondamentali che hanno influenzato cinema, letteratura e musica. Nella musica a stelle e strisce, prima dell’avvento di quel nichilismo cardine dell’epoca grunge, negli anni ’80 imperversavano da una parte un pop plastificato ma musicalmente ben costruito, e dall’altra un rock dalle forti tinte glam, eccessivo e spregiudicato. La voglia di fare baldoria si rifletteva nella musica, così come nel cinema, in un decennio dove i lieto fine regnavano incontrastati in quelle che – con molta probabilità – sono state le commedie più frizzanti mai girate nella storia del cinema più recente.

É Tutto oro quello che luccica?

Gli anni ’80 non furono solo divertimento sfrenato e ricchezza facile. Molti i problemi legati a questo decennio che hanno avuto ripercussioni negli anni successivi. Lasciando perdere discorsi di carattere economico e politico, da un punto di vista sociale gli anni ’80 sono stati in primis il decennio dell’AIDS, nonché il periodo in cui le droghe pesanti – cocaina ed eroina su tutte – hanno imperversato nella cultura occidentale, creando un fenomeno globale molto problematico. In questo contesto si inserisce la celebre serie televisiva Miami Vice, che di questi anni ’80 ha saputo cogliere il lato più oscuro, perverso e dark, riscrivendo le regole del noir, in un’epoca che di noir ha avuto (apparentemente) ben poco.

Il vizio di Miami

Cinque stagioni dal 1984 al 1989, con un inizio in sordina e un clamoroso successo a partire dall’inizio della seconda stagione. Miami Vice ha rappresentato uno dei più grandi successi della storia della recente tv americana, cambiandone le mode e riscrivendone i canoni. Il canovaccio è semplice: le indagini della sezione antidroga di Miami, la capitale statunitense del traffico di sostanze stupefacenti. Due protagonisti, Sonny Crockett e Ricardo Tubbs (rispettivamente Don Johnson e Philip Michael Thomas) – bellocci, brillanti e alla moda – che, comandati dal tenente Castillo (un magistrale Edward James Olmos), combattono il traffico di droga in una lotta senza esclusione di colpi, fatta di sparatorie, doppi giochi, intrighi e tradimenti. Dall’altro lato, affiorano anche le problematiche e controverse vicende personali che affliggono i due protagonisti per tutta la durata della serie.

Miami Vice

Don Johnson e Philip Michael Thomas in Miami Vice

Controtendenza

Miami Vice ha sbattuto in faccia al pubblico occidentale tutto quello che negli anni ’80 sembrava non esistere: droga, malavita, mafia, traffico d’armi, prostituzione, il tutto raccontato con un atmosfera dark, dai pesanti risvolti nichilisti, in chiara opposizione ai cliché del momento. Molte puntate si concludono con un finale amaro, in contrasto con i lieto fine quasi obbligati tipicamente anni ’80, offrendo spunti esistenzialisti ancora inediti nella tv occidentale del periodo, ancora alle prese con i canoni di felicità plastificata tipici di quel decennio, peraltro ben presenti nella serie stessa. I due protagonisti sono infatti brillanti e alla moda, guidano auto veloci, sono ambiti dalle donne e si muovono in ambienti raffinati e di alto livello sociale. L’outfit di Don Johnson – t-shirt e giacca di Armani, tutto rigorosamente dalle tinte pastello – è passato alla storia.

Ma questo ostentare classe e raffinatezza non riesce a nascondere il marcio nel quali i protagonisti si trovano a doversi muovere, afflitti anche dalle rispettive vicende personali che non fanno altro che aumentare il nichilismo di quella che può essere considerata la prima serie televisiva moderna. Non fosse per i vestiti e i tagli di capelli, Miami Vice potrebbe essere benissimo – con i dovuti aggiornamenti – una serie tv dei giorni nostri.

Innovativo

Le innovazioni di Miami Vice – in aperto contrasto con qualsiasi altra serie tv dello stesso periodo – hanno inoltre riguardato anche l’introduzione nelle serie tv di criteri tipicamente cinematografici che, nello specifico, hanno toccato il montaggio, le scenografie, l’uso delle luci e soprattutto la colonna sonora: celebri divi della musica hanno prestato il loro volto in numerosi episodi, e brani entrati nella storia della musica hanno fatto da sottofondo in numerose puntate. Come non ricordare In the air tonight di Phil Collins durante il finale dell’episodio pilota?

Tutto merito delle illuminazioni del creatore della serie, quel Michael Mann celebre regista di molti blockbuster, che ha in seguito magistralmente diretto Al Pacino e Robert De Niro in Heat-La Sfida (1995): uno spettacolare, crudele, spietato e affascinante noir metropolitano, pellicola che ha rappresentato l’apice assoluto della sua carriera.

Miami Vice ha rappresentato un vero punto zero. Un cambiamento profondo del genere noir, sia nel piccolo schermo che sulla carta: le sfumature più malinconiche e cupe di Westville sono anche frutto dell’influenza di una serie televisiva che ha fatto parte della nostra infanzia, ed è ben presente nel nostro background di scrittori noir.

L’eclettico factotum Don Winslow tra i maestri del poliziesco contemporaneo

Proseguiamo la nostra personalissma rubrica di consigli letterari, continuando la lista di autori di genere poliziesco/noir che, in un modo o nell’altro, hanno influenzato lo sviluppo e la stesura di Westville.

Un tratto comune alla maggior parte delle librerie italiane è la presenza in vetrina di un numero di autori ricorrenti: scrittori molto famosi e al tempo stesso molto prolifici, che ogni anno sono in grado di sfornare una nuova pubblicazione. Tra questi c’è Don Winslow, uno scrittore che, romanzo dopo romanzo, è diventato uno dei massimi esponenti del poliziesco americano contemporaneo. Una storia personale particolare e affascinante la sua, che lo ha portato alla scrittura solo dopo aver svolto innumerevoli esperienze lavorative.

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Don Winslow

FACTOTUM – Nato nel 1961 a New York, prima di diventare un professionista della crime fiction, Winslow ha cambiato una moltitudine di professioni differenti: gestore di una catena di teatri, guida turistica in Africa, fino alla fondamentale esperienza di investigatore privato, che gli ha fornito il background perfetto dal quale pescare i soggetti per le sue storie poliziesche.

Una carriera iniziata in sordina quella di Winslow, con la serie di romanzi – pubblicati all’inizio degli anni ’90 – che hanno come protagonista l’investigatore Neal Carey. Winslow ha poi deciso di abbandonare la professione investigativa per concentrarsi unicamente sulla scrittura.

IL SUCCESSO – Dopo il buon successo di Morte e vita di Bobby Z, pubblicato nel 1997, è arrivata la consacrazione nel decennio successivo: il masteripiece Il potere del cane (2005), mastodontica opera incentrata sul traffico di droga tra Messico e California; L’inverno di Frankie Machine (2006), appassionante storia di un killer della mafia ormai pacificamente in pensione, richiamato da un boss al quale deve un favore per un ultimo, difficile, lavoro; La pattuglia dell’alba (2008), incentrato sulle indagini del surfista Boone Daniels, ex poliziotto e investigatore a tempo perso. Questi sono solo alcuni dei titoli più significativi che hanno reso Winslow un maestro del poliziesco contemporaneo, apprezzato non solo in patria ma anche nel resto del mondo.

PROSA SECCA E AFFILATA – I romanzi di Winslow sono un puro concentrato di azione, ricchi in ogni singola pagina di colpi di scena, ribaltamenti, tradimenti e storie che si intrecciano e si annodano, sbrogliandosi in finali originali e sempre inaspettati.

Winslow è un maestro nella costruzione dell’intreccio, vere e proprie opere di architettura narrativa. Inoltre un plauso va anche al suo stile di prosa sempre molto secca e costituita da frasi brevi e incalzanti: uno stile godibile e meno superficiale di quello che si potrebbe pensare a una prima occhiata, che aggiunge un tocco in più a romanzi che hanno dalla loro già un’elaborazione tematica molto complessa.