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Narcos: il narcotraffico al tempo di Netflix

Nel mese di febbraio dell’anno in corso, Netflix ha pubblicato la seconda stagione di Narcos: Messico. Si tratta della quinta serie di una delle produzioni di più grande successo tra quelle distribuite dalla nota società californiana. È tempo quindi di fare un bilancio generale e spiegare perché Narcos rappresenta una chicca irrinunciabile per tutti gli amanti delle serie televisive, in particolare per gli appassionati del genere crime.

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Pablo Escobar

La peculiarità di Narcos, fin dall’esordio nel 2015, è sempre stata quella di raccontare la storia del narcotraffico sviluppando una trama basata su fatti realmente accaduti, con l’aggiunta di una componente di fiction ricca di colpi di scena e degna del miglior crime movie. Le prime tre serie di Narcos ruotano attorno al narcotraffico colombiano, e in particolare alla figura di Pablo Escobar, probabilmente il più famoso e spietato narcotrafficante della storia.

La storia di Escobar la conosciamo tutti: l’ascesa negli anni ’70; la ricchezza negli anni’80 e il conseguente tentativo di scalata ai vertici della politica colombiana; gli omicidi spietati; la corruzione dilagante; la guerra con i cartelli rivali e i tentativi della DEA di catturarlo. Nel 1991 Escobar si arrende e patteggia l’incarcerazione nella Cattedrale, carcere di lusso appositamente costruito per la sua detenzione, dal quale fuggirà l’anno successivo. Si scatena una caccia all’uomo senza precedenti, che porterà alla disgregazione del cartello, fino all’epilogo, con la morte di un Escobar ormai braccato e impotente, nel 1993, durante una fuga per i tetti di Medellin.

The Cali Cartel

La terza serie vede l’ascesa del Cartello di Cali, che raggiunge l’apice colmando il vuoto di potere creatosi con la morte di Escobar e la disgregazione del cartello di Medellin. Con atteggiamento da affaristi che agiscono nell’ombra e lontani dall’ostentata spocchia di Escobar, i quattro leader del cartello di Cali arriveranno a dominare il narcotraffico americano, fino a quando la DEA non scenderà in campo per annientarli, forti anche dell’aiuto di Jorge Salcedo, capo della sicurezza del cartello che, vistosi negare la possibilità di abbandonare il business per ritirarsi a vita privata, deciderà di contattare la DEA, diventando uno dei testimoni chiave nella lotta al narcotraffico.

Narcos: Messico

La quarta e la quinta stagione di Narcos spostano la loro attenzione sul Messico degli anni ‘80, dove lo spietato trafficante Miguel Angel Felix Gallardo (interpretato dal messicano Diego Luna) riunisce tutti i cartelli messicani in una federazione di narcotrafficanti. Dediti alla coltivazione e allo spaccio di erba e – in parte – eroina, i messicani intuiscono la potenzialità del commercio della cocaina – richiestissima negli Stati Uniti – e si propongono prima come corrieri per i colombiani, diventando poi i veri re dello spaccio di droga mondiale. L’uccisione, dopo una lunga tortura, dell’agente della DEA Kiki Camarena condurrà verso l’escalation nella guerra ai cartelli messicani, con la conseguente caduta di Felix Gallardo.

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Diego Luna in “Narcos: Messico” (hollywoodreporter.com)

La seconda serie di Narcos: Messico si conclude proprio con l’arresto, e la successiva estradizione negli Stati Uniti, del capo della federazione: un fatto che porterà, a livello storico, alla disgregazione della federazione e a una conseguente lunghissima e cruenta guerra tra cartelli, che trascinerà il Messico in una vera e propria guerra civile. Sarà questo il soggetto della (probabile ma ancora non annunciata) nuova serie?

Le caratteristiche

La peculiarità del format – in particolare delle prime due serie – è la fortissima connotazione storica, frutto di un magistrale lavoro di ricerca degli sceneggiatori e del lavoro di consulenza di Javier Peňa e Steve Murphy (interpretati nella serie dai bravi, Pedro Pascal e Boyd Holbrook), i due agenti della DEA che hanno dedicato parte della loro carriera alla ricerca del più grande narcotrafficante della storia. È proprio la voce narrante di Steve Murphy quella che, accompagnando lo spettatore durante le prime due serie, racconta gli sviluppi politico-sociali della caccia a Escobar, coadiuvata da immagini d’epoca e di repertorio della Colombia anni ’70 e ’80: un espediente che contestualizza lo sviluppo della trama fornendo una base storico-politica solidissima. Il risultato è qualcosa a metà strada tra la docuserie, il documentario storico-biografico e una crime story degna delle migliori sceneggiature hollywoodiane.

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Steve Murphy e Javier Pena intrepretati da Boyd Holbrook e Pedro Pascal (hallofseries.com)

La terza serie di Narcos è accompagnata dalla voce narrante di Javier Peňa, impegnato – questa volta senza il suo compagno Murphy – nello smantellamento del cartello di Cali, i cui leader, acerrimi nemici di Escobar, avevano già fatto la loro comparsa nelle prime due serie. Il format, vincente e molto originale, viene riproposto anche nelle due serie messicane, narrate questa volta dall’agente della DEA Walt Breslin, personaggio simbolico che non ha basi storiche ma che riunisce nella sua figura tutti gli agenti che hanno contribuito alla lotta al narcotraffico.

Storia e fiction

Divertendosi nella ricerca delle informazioni in rete, in particolare sulle biografie delle decine di personaggi che compaiono nella narrazione, si può facilmente comprendere come la serie sia eccezionalmente sviluppata e documentata e – nonostante alcune licenze narrative volte a fornire maggior chiarezza nello sviluppo della narrazione, evitando naturali tempi morti e aumentando la spettacolarizzazione dell’intreccio – i fatti storici costituiscano lo scheletro imprescindibile sul quale la serie si muove. Le inesattezze storiche e gli elementi di fiction, seppur presenti, non intaccano una ricostruzione dei fatti a mio modo di vedere chiara e affidabile.

Da un punto di vista puramente cinematografico, Narcos vanta una produzione di altissimo livello, forte di una ricostruzione scenografica perfetta degli anni ’70 e ’80, e di un intreccio ricco di tensione e colpi di scena a ripetizione, come da miglior tradizione crime e noir. Da non dimenticare il cast, composto di attori di grande spessore, equamente divisi tra statunitensi e sudamericani, alcuni dei quali già affermati a Hollywood. Tra tutte spicca l’interpretazione di Escobar, fornita da un ispiratissimo Wagner Moura, abile a mostrare al pubblico tutte le sfaccettature di un criminale spietato e sanguinario, diviso tra l’amore sconfinato per la sua famiglia e le sanguinarie e testarde ambizioni criminali. Degno di nota anche Michael Peňa nelle vesti di Kiki Camarena.

Further readings

Per chi volesse – come fatto dal sottoscritto – approfondire la storia del narcotraffico e le vicende storiche che hanno costituito la base di Narcos, la lista delle letture è particolarmente lunga. Per fare un esempio, la vita di Pablo Escobar è l’oggetto di decine di pubblicazioni, tra cui ben due libri scritti dal figlio Juan Pablo, un romanzo biografico frutto della penna dalla moglie Victoria e persino un memoir scritto dall’affascinante giornalista colombiana Virginia Vallejo, amante di Escobar dal 1983 al 1987.
Nel mare delle pubblicazioni, suggerisco Caccia a Pablo Escobar (Newton Compton Editori), scritto da Steve Murphy e Javier Peňa: l’appassionante racconto autobiografico delle rispettive vite e carriere dei due agenti della DEA, fino al momento in cui si trovano in Colombia, uno al fianco dell’altro, per dare la caccia al più grande criminale del periodo.

Per quanto riguarda le vicende messicane, data la complessità, la durata e la quantità di figure coinvolte nella guerra alla droga, il mio suggerimento è quello di immergersi nella lettura della Trilogia del Cartello di Don Winslow, composta da Il potere del cane, Il cartello e Il confine, tutti editi da Einaudi. Lo scrittore americano ricostruisce la storia del narcotraffico messicano, imbastendo una storia fittizia ma fortemente basata sulle vicende e sui personaggi realmente esistiti: la tecnica di mescolare fiction e storia portata alla ribalta da James Ellroy con American Tabloid, applicata, in questo caso, alla storia del narcotraffico.

Alberto Staiz

The Dirt – Netflix ci regala i Motley Crue

Devo ammettere che ho cominciato a guardare The Dirt – il film sui Motley Crue – con una certa dose di scetticismo. Quando si tratta di lungometraggi, il colosso dello streaming ha spesso deluso le aspettative del pubblico.
Reduce infatti di un appena sufficiente Triple Frontier, produzione puramente Netflix con cast da serie A, non volevo costruirmi troppe aspettative.
Come per tanti altri fan del periodo glam metal, anche per me i Motley Crue hanno segnato l’adolescenza. Pensando più in grande, i Motley sono comunque una delle più grandi e iconiche band rock-metal esistenti.
Tornando al film, come dicevo, il mio scetticismo si è dipanato dopo poche scene.

the dirt motley crue netflix locandina

Scheda Film

  • Titolo originale: The Dirt
  • Durata: 108 min
  • Consigliato:
  • Voto: 3.5/5
  • Guarda su: Netflix

Il libro – il film

neil strauss motley crue the dirt netflix
Neil Strauss

Nel 2001 i Motley Crue pubblicano la loro autobiografia. 560 pagine contenenti alcune delle storie più belle, shockanti, dissacranti della storia della musica, dagli anni 70 a inizio 2000. Il libro si chiama The Dirt (Sperling&Kupfer), e narra l’inizio, l’ascesa, il declino e la ritrovata serenità di Nikki, Tommy, Mick e Vince, a.k.a. i Motley Crue.
Con lo zampino di Neil Strauss, abile giornalista del New York Times, di Rolling Stones, e autore di altre biografie, tra cui quella di Marilyn Manson e Jenna Jameson, il libro raggiunge presto le vette delle classifiche, diventando best seller. Fin da subito si vocifera di una trasposizione cinematografica, ma il progetto è ambizioso, più per marketing che per realizzazione, e rimane in sospeso per ben 18 anni.
Sarà proprio Netflix a prendere in mano i diritti, per realizzarne il film pubblicato il 22 Marzo 2019.

Comparto tecnico

Ad essere sincero, i miei dubbi hanno cominciato a vacillare ancor prima di vedere la pellicola. Il comparto tecnico è composto da alcuni professionisti, che nel tempo hanno dato prova di saper gestire prodotti molto simili a The Dirt, sia nel concept, che nella realizzazione.
La penna è affidata alla sapiente mano di Tom Kapinos, nome che qualcuno troverà familiare. Kapinos ha firmato come sceneggiatore e produttore una delle serie fiction più cult del panorama statunitense: Californication.
Il compito di trasformare l’adattamento di Kapinos in pellicola è stato affidato a Tremaine dai Motley Crue in persona. Esatto. I quattro della gang più rumorosa di Hollywood hanno voluto essere co-produttori del film, mettendosi nella condizione di poter decidere a chi affidare la loro storia.
Jeff Tremain, co-autore di Jackass, ha dovuto convincere il quartetto di essere il visionario giusto. Forse sono state le capacità di Jeff di gestire scene d’azione documentaristiche esagitate a convincere i Motley, fatto sta che il suo lavoro non solo ha convinto la band, ma li ha emozionati.

Ecco un’intervista a Nikki Sixx che parla della scelta di affidare la regia del film a Jeff Tramaine.

Il cast

Ultima nota di merito va al cast. Un peso importante, quello di impersonare quattro leggende della musica mondiale.
Per gusto personale ho apprezzato moltissimo la performance di Colson Baker, alias del rapper statunitense Machine Gun Kelly, nei panni del batterista Tommy Lee. La sua performance, oltre ad essere spassosa, e tecnicamente convincente anche nelle parti suonate, ha un tono molto sincero.
Anche Daniel Webber riesce a risultare convincente, specialmente nelle scene drammatiche, mostrando un lato del cantante Vince Neil più inerente al libro, che all’immaginario collettivo.
Si distingue bene per recitazione Iwan Rheon, che pecca tuttavia nella fisicità, risultando ben distante dalla sua controparte reale.
Douglas Booth viene invece chiamato a interpretare il ruolo più carismatico e delicato di tutta la band. Nikki Sixx è la mente, e il canzoniere principale della band. L’attore inglese ha solo 26 anni, e riesce a portare a termine perfettamente il suo compito.

attori the dirt motley crue netflix

Differenze tra libro e film

Per ovvie esigenze di tempo, molte parti del libro sono state tagliate, accorpate, rimaneggiate e stravolte. Sono stati volutamente creati degli “errori“, forse per generare un continuo evidente, specialmente tra l’ascesa e l’apice della carriera del gruppo.
Ovviamente non si può passar troppo sopra a certi strafalcioni temporali, ma che volete farci: a volte la verità va sacrificata per un bene superiore, cioè la magia della pellicola.
Rimane comunque una fedele trasposizione, non certo documentaristica, ma d’atmosfera e di sentimento, che il pubblico chiede. Una storia tutta di pancia e attitudine, condita da aneddoti grotteschi, indecenze e un velo di nostalgica ammirazione per quattro ragazzi divenuti leggenda.

Ovviamente non a tutti è piaciuta la pellicola, spesso per concetto. La bassa morale della band, e alcune storie sulla misoginia del leader, Nikki, non sono passate inosservate. La più grande critica che viene fatta al film è proprio il modo in cui “lava via” le parti più scabrose del libro, specie quelle riguardanti l’approccio poco umano verso le donne.

Considerazioni finali su the Dirt

Il biopic dei Motley Crue è un film da vedere se siete appassionati di musica, e avete la mente abbastanza aperta da capire che il cinema non è fatto da ideali e giustizia, ma da persone, visioni, concetti e sperimentazione… e soldi.
Il film è tecnicamente ben fatto, con un ottimo storytelling e un ritmo incalzante. La fotografia è curata nelle parti concettuali, e trascurata il giusto nelle scene più frenetiche, risultando sempre dinamica.
L’interpretazione convince, anche se la recitazione a tratti lascia un po’ a desiderare.
Vera pecca? La durata. Decisamente corto per gli standard attuali.


Sicuramente il successo di Bohemian Rhapsody e A star is born, hanno acceso nuovamente l’interesse per le pellicole che hanno per sfondo il music business e i drammi da rockstar: un particolare settore di Hollywood che non si è mai fermato, ma ha avuto alti e bassi nel tempo, spesso legati all’industria discografica.
Basti pensare a film come Rock Star, forse una delle pellicole che si avvicina di più per età storica, al film dei Crue. Uscito nel 2001, in piena esplosione del rap americano, il film fu dichiarato un box-office bomb, ovvero un flop commerciale.
Ad ogni modo ho trovato The Dirt ben fatto, spassoso e romantico il giusto: un misto congeniale di depravazione hollywoodiana, dramma e musica ormai vintage, che probabilmente ha poco a che fare con quello che realmente è successo dietro le quinte, ma nel suo piccolo regala (meno di) due ore di svago con i propri amici e qualche birra.


Sabrina, e le terrificanti avventure di Netflix

Sta arrivando Halloween, e come ogni media che si rispetti, Netflix ha deciso di rilasciare alcuni titoli a tema horror. Sappiamo che la paura è uno dei sentimenti più radicati e sinceri dell’animo umano, e come ogni anno, in questo periodo, la corsa allo shock più traumatizzante è cominciata. Tra i vari titoli del colosso americano dello streaming, Netflix, spicca quello de Le terrificanti avventure di Sabrina.

le terrificanti avventure di Sabrina NetflixPer chi non lo sapesse, la serie trae ispirazione da alcune storie comparse per la prima volta nel 1962, sulla rivista Archie’s Mad House, per poi diventare una serie a fumetti a sé stante: Sabrina, the teenage witch. Il fumetto ha poi visto diverse rivisitazioni, sia nei toni, che nella grafica, e col passare dei decenni ha avuto un pubblico sempre nuovo grazie ai vari restyling.

Il suo picco di notorietà l’ha ottenuto a cavallo tra gli anni novanta e i primi anni del duemila con la produzione della sit-com Sabrina, vita da strega, nata a sua volta dal film per la tv omonimo. Malgrado questa serie fosse completamente distaccata da qualsiasi legame con il mondo horror – per favorire un pubblico più vario – ha ottenuto forti consensi. I toni da commedia hanno permesso infatti alla produzione di portare avanti la serie per ben sette anni, riuscendo a concludere la storia senza tagli prematuri. In questo lasso di tempo sono stati girati altri due film, sempre inseriti nell’universo della serie. Le attrici della serie, tra cui Melissa Joan Hart, che ha interpretato Sabrina, hanno ottenuto un notevole successo, e sono entrate nei cuori dei giovani spettatori.

Cos’ha quindi di diverso questa nuova serie, e perché Netflix ha voluto rispolverare quest’idea dal terrificante armadio impolverato della nonna?

Reboot – dalla vita da strega, a Le terrificanti avventure di Sabrina

le terrificanti avventure di Sabrina westville news Melissa Joan Hart è l’interprete della serie Sabrina, vita da strega

Ormai è tempo di reboot per qualsiasi cosa. Quindi perché non resettare anche le vecchie sit-com? Si, ma con stile!
Innanzitutto partiamo dal dire che il reboot vero e proprio arriva dal mondo dei fumetti. La rivista Archie’d Mad House, ora Archie Comics, all’inizio del 2014, decise di ringiovanire tutte le sue testate. Sabrina subisce una rivisitazione stilistica che darà vita all’idea di portare la giovane strega su Netflix.

Storia

Sabrina Spellman è una giovane mezza strega, orfana di entrambi i genitori. Viene cresciuta dalle zie, streghe anch’esse, Hilda e Zelda. Con loro vive anche il cugino Ambrose, uno stregone. La trama si concentra principalmente sul cambiamento nella vita di Sabrina, allo scadere del suo sedicesimo compleanno. Secondo la religione occulta, quel giorno coincide con un giuramento che tutte le streghe e gli stregoni sono chiamati a compiere, nei confronti della Bestia. Inoltre Sabrina dovrà conciliare la sua natura paranormale con quella di umana. Avrà quindi i problemi di una normale teenager, come la scuola, l’amicizia, l’amore e la rivalità.

Tematiche

Come ci si può aspettare da una fucina di successi (e qualche insuccesso sistematico) come Netflix, Le terrificanti avventure di Sabrina è condita di tematiche che esulano dal tema horror classico, e si addentrano nel tema dell’orrore quotidiano. Uno dei primi argomenti trattati nelle parti “umane” di Sabrina è quello del bullismo. La presenza di Susie, amica androgina di Sabrina, vuole giustificare a livello di sceneggiatura, atti di puro bullismo da parte di alcuni ragazzi popolari della scuola, anche in modo pesante.
La vendetta è anch’esso un tema trattato nella serie, infatti è Sabrina a sistemare la faccenda, convinta da un demone con le fattezze della sua professoressa, e aiutata di alcune streghe, obbligando i quattro ragazzi a compiere atti omosessuali tra di loro.
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Non è davvero chiaro se sia Sabrina a voler vendetta, spinta dal demone, o il demone stesso che insinua l’idea della vendetta. In ogni caso, il fatto che il dubbio esista la dice lunga sulle intenzioni dell’intreccio.
Arriviamo quindi al punto di comprendere come l’orrore classico, l’occulto e mistico effetto grafico, siano solo un mezzo per giungere alle paure reali. Le sequenze mostrano come i protagonisti siano più spaventati delle implicazioni morali, legali e comportamentali, che dalle attività paranormali.
Nel rapporto che c’è tra i personaggi di Sabrina e il diavolo, è la parola sottomissione a ricorrere più spesso. Anche davanti alla possibilità che l’anima della ragazza bruci per 333 anni all’inferno, è proprio il concetto della sottomissione che fa desistere la coraggiosa protagonista.

Altre tematiche interessanti, trattate in questa prima stagione, sono il rapporto con l’autorità, il maschilismo, il femminismo, la diversità di culto e la morale giurisprudenziale.

Tecnicamente…

Tecnicamente Le terrificanti avventure di Sabrina è una serie girata in modo ineccepibile. I set sono tutti architettati ottimamente, e la fotografia ben curata e varia non annoia la vista. Gli effetti speciali sono interessanti, e a volte anche più inquietanti di quello che ci si può aspettare. Tuttavia questi ultimi sono molto rari, e lasciano un po’ di insoddisfazione, se lo rapportiamo al marketing promosso da Netflix prima del lancio.

kiernan shipka westville news Kiernan Shika è la giovane interprete della nuova Sabrina

Se teniamo conto che nei gradi della paura, la paura stessa è solo al terzo posto, mentre il terrore al sesto, su sette gradi complessivi, possiamo pensare che Netflix abbia sbagliato a chiamare la sere: Le terrificanti avventure di Sabrina.

La serie è davvero ben fatta, e spicca molto anche il cast, capitanato dalla giovane ma magistrale Kiernan Shipka.
La sceneggiatura de Le terrificanti avventure di Sabrina rimane però lì a metà. Non è un horror, non è una commedia, non è un thriller e non è un drammatico, ma a suo modo è un po’ tutti questi generi… sempre che non si abbia voglia di relegarlo semplicemente nel teen drama.

Ad ogni modo la nuova serie Netflix ha convinto la critica, e questo darà spazio agli autori per osare magari un po’ di più nella prossima stagione, attualmente già in lavorazione.

Quello che ci piacerebbe, per la seconda stagione, sarebbe vedere qualcosa di più forte, che si leghi meglio con la profondità dei temi trattati, che ci accompagni nel terrificante mondo della protagonista, più che in quello di una produzione un po’ ruffiana, seppure sopraffina, che vada bene per tutti (malgrado il V.M. 14 voluto dalla censura).

Trailer

Un saluto dal vecchio cast

Fauda: ciliegie e caos

Avete presente le ciliegie. Si, proprio loro. Quanto sono buone, e quante tipologie ne esistono dalle nostre parti. Recuperando uno tra i classici luoghi comuni che le accompagnano: una tira l’altra.
Ma non sempre è così.

Ne esiste una “variante” confinata nel nostro vicino Oriente che se “mangiata” può recare danni irreversibili, se non letali. Una ciliegia sui generis per intenderci. Si chiama Duvdevan – ciliegia in ebraico – e non è una ciliegia, bensì un’unità di combattimento che opera principalmente in Cisgiordania. Terra difficile quella, unitamente a tutta la zona che abbraccia Gerusalemme est con la Striscia di Gaza. Terra piena di contrasti e contraddizioni, terra dove il sostantivo vita troppo spesso si lega al suo, drammatico, opposto. La Sayeret Duvdevan comunemente chiamata Unità 217, agisce entro i territori comportandosi e vivendo come le comunità arabe; da qui il termine: Mista’ arvim, letteralmente, vivere come gli arabi. Il camuffamento che rispecchi gli usi e i costumi, ma anche le consuetudini e il vivere quotidiano arabo – psicologia compresa – determina la buona riuscita o meno di un’operazione.

Fauda: caos

In questo contesto, riproponendo alla lettera il modus vivendi delle unità operative sul campo, e delle comunità arabe, nasce il tentativo – riuscito – di creare una serie televisiva israeliana che originariamente venne trasmessa sul canale Yes Oh, nel 2015, per poi confluire su Netflix a partire dal 2016: Fauda, che altro non significa che: caos. Non aspettatevi, come il famoso jingle pubblicitario del secolo scorso recitava: Effetti speciali. Nessuna sorpresa da questo versante: niente Daredevil o The Punisher di varia e dubbia natura. Quella di Fauda è la realtà che quotidianamente si vive, che spesso si sopporta, che sempre si accetta. Quella di Fauda è la storia di Doron membro di una unità Duvdevan, ripreso sul campo d’azione nell’intento di contrastare e porre fine alle iniziative di un terrorista e combattente di Hamas: Taofky Hamed.

Nella seconda stagione da pochi giorni su Netflix, gli avvenimenti cambieranno, come logica di copione necessita. Ma questo dualismo, questa contrapposizione, si riproporrà sotto altri termini. Due storie che corrono in parallelo. Due uomini sul filo perenne dell’incertezza. Due vite sempre pronte e coscienti che tutto, in un attimo, può venire meno. Dietro la macchina da presa Assaf Bernstein è bravo a lasciare nell’incertezza lo spettatore ed empatico nel saper gestire al meglio le emozioni dei protagonisti. A coadiuvarlo, i due creatori della serie: Lior Raz – Doron nella serie – e Avi Issacharoff .

Il caos rappresentato con abile maestria è figlio diretto di decenni di rivolte. Anni di incomprensioni, di odio, di rappresaglie e bombardamenti. Di tentativi di pace, subito o quasi, delegittimati da azioni terroristiche e innalzamenti di muri. L’impossibilità di arrivare a giusti compromessi, o quantomeno, di provarci. Fauda è anche questo tentativo: provare una nuova via. Vi sono “aperture” insperate, seppur, concedetemelo, su piani sentimentali e affettivi.

Il cast di Fauda

Niente spoiler

Senza troppo esporre – tradotto: niente spoiler – sceneggiatura e regia lasciano, seppur marginalmente, intravvedere questo, forse, ultimo disperato tentativo. Un dialogo necessario come il pane. Indispensabile come l’acqua.
Non ci sono vincitori, in Fauda.
E neppure vinti.

Chi rivendica la propria Terra, chi invece, vorrebbe riottenerla. Un contrasto che , come si diceva, ha origini lontane: dal 1948 ad oggi Israele e Palestina hanno inanellato una lunga, estenuante scia di sangue. Intellettuali arabi ed israeliani, società civile, giornalisti: in molti si sono prodigati – e si stanno prodigando – per ricucire questo enorme strappo.

Penso ad Edward Said scomparso nel 2003, a David Grossman e Amos Oz . E ancora, Amin Maalouf, Boualem Sansal. Emblematico poi l’esempio di Ali Salem, scrittore satirico egiziano: fece un viaggio in Israele per un tentativo, parole sue, di sradicare l’odio. Scrittori che hanno analizzato con assoluta obiettività e precisione la situazione, considerando anche e soprattutto, il punto di vista e le opinioni altrui. Il loro tentativo di trovare una riappacificazione però rimane spesso e volentieri isolato.

Quale futuro?

E allora il futuro di quelle terre rimane avvolto in una nebbia densa e misteriosa. Emblematica l’intervista rilasciata da una donna israeliana riguardo ai suoi due figli che raggiungono la scuola su autobus diversi. Fauda mette a nudo tutti gli aspetti del come si cerchi di sopravvivere in quei territori. Non giudica Fauda. Semplicemente, descrive senza mezzi termini, con un resoconto freddo e tagliente, le difficoltà che si verificano a breve distanza da noi. I personaggi e le vicende raccontate sono il perfetto specchio che, in misura minore, siamo costretti a vivere anche alle nostre latitudini: un esemplare, obiettivo, spietato racconto del caos che ci circonda.

Il suggerimento che mi permetto di darvi è di immergervi nelle due stagioni con imparzialità assoluta. Di lasciarvi coinvolgere da quelle che non sono “avventure” di supereroi; anzi qui si tratta esattamente del contrario. Come dicevo, niente effetti speciali, ma dura e cruda realtà. Valutare Fauda con un mero numero è riduttivo. La sceneggiatura è spartana. Direi quasi essenziale e limitata. Asciutta. Non cercate “pièce teatrali” di prim’ordine. Non ne troverete, e tutto sommato, non ve n’è necessità alcuna. Fauda rimane un documento trasposto in una serie televisiva. Una cronaca di fatti contemporanei in una variante fiction. Niente è lasciato al Caso in Fauda, ma è tutto nelle mani del Caos.

Consigli di lettura

In ultimo, mi permetto di aggiungere come postilla finale alcuni volumi consultati: sia chiaro, la produzione letteraria è vasta e infinita, ma alcuni libri esemplificativi e di chiara e cristallina consultazione potrebbero rendere più agevole un eventuale approfondimento.

Alain Gresh, Israele, Palestina. La verità su un conflitto, Einaudi

Michael Bar-Zohar Nissim Mishal, Mossad, Feltrinelli

James Gelvin, Il conflitto israelo-palestinese. Cent’anni di guerre, Einaudi

Aaron Cohen, Fratelli guerrieri, Tea

L’espresso Nr.21 del 20 maggio 2018, Gaza brucia

Amos Oz, Contro il fanatismo, Universale Economica Feltrinelli

 

Come narrativa consiglio vivamente questi tre meravigliosi e intensi volumi:

David Grossman, Qualcuno con cui correre, Oscar Mondadori

Eshkol Nevo, La simmetria dei desideri, Beat bestseller

Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, Universale Economica Feltrinelli

Per chi vive a Milano e dintorni, potete reperire questi libri, e discuterne insieme a me, presso:

Libreria Il Domani
Piazzale Luigi Cadorna, 9, 20123 Milano MI – Più Info

I suddetti sono reperibili anche online:

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Mindhunter: Netflix da spazio al noir in una serie profonda e spiazzante

Netflix è diventata una vera e propria fucina di film e serie tv, cresciuta in potenza e redditività. Dai comici ai drammatici, dalle serie sui supereroi alle dark Comedy dai toni sopra le righe. Tra la marea travolgente di produzioni che la piattaforma propone, ci sono delle chicche davvero interessanti.

Oggi vi parliamo di Mindhunter.

Mindhunter: tratto da…

Mindhunter libro westville news

Il libro di Douglas e Olshaker in una delle sue molte ristampe

Come ormai abbiamo già ripetuto più volte qui e qui, le produzioni cinematografiche e televisive sono sempre più spesso adattamenti di opere letterarie. Anche Mindhunter è tratto da un libro, ma non un “semplice” romanzo. La storia narrata in questa nuova serie è un adattamento del libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano. Le menti sono quelle di John E. Douglas e Mark Olshaker, rispettivamente la materia prima e la penna.
Perché materia prima?

La storia è effettivamente una biografia di Douglas, ex agente del Federal Bureau of Investigation, attivo dal 1970 al 1995. Per non dover riassumere tutta la sua vita, già narrata nel libro, posso dirvi che il ruolo di Douglas all’interno dell’FBI fu principalmente quello di studiare… le menti criminali. A quei tempi il concetto di serial killer non esisteva, e lo studio della psiche criminale era materia nuova, principalmente rilegata agli intellettualoidi delle università della nazione. Le fatiche di Douglas furono incredibili, e si prolungarono per molto tempo, visto che la sua mansione principale era quella di viaggiare per il paese, fornendo supporto e aggiornamento ai corpi di polizia locale. Il tutto viene narrato con passione dalla penna di Olshaker, autore e produttore con una passione sfrenata per questo genere di interessi.

Mindhunter prodotto da Netflix

fincher theron mindhunter

David Fincher e Charlize Theron sono i produttori della serie Netflix Mindhunter

La serie prodotta da Netflix risulta sicuramente fedele al libro, ma con diverse licenze. Il protagonista non è Douglas, ma l’agente federale Holden Ford. Ricordo che la serie è tratta dalla vita di Douglas, e racconta molti passi della sua carriera in maniera fedele. Ma la serie è basata solo in parte sul libro omonimo, mentre i produttori Fincher e Theron si sono sentiti liberi di dare spazio ad una sceneggiatura accattivante e a personaggi dalle caratteristiche incredibili. Ah! Come avrete letto nella didascalia qui a fianco, questa serie di Netflix è prodotta da un tanto incredibile quanto improbabile duo. Mentre Charlize Theron è rimasta affascinata dalla storia, David Fincher si è spinto oltre, e ha sapientemente girato ben quattro episodi, tra cui apertura e chiusura della prima stagione.

Gli ingredienti di Mindhunter sono vicini al noir

Jonathan Groof Holt McCallany mindhunters westville news

Jonathan Groof e Holt McCallany sono gli agenti dell’FBI Ford e Tench

Come originariamente narrato, siamo nel 1977. L’agente federale Holden Ford (Jonathan Groof) è molto affascinato dalla mente criminale, e dai meccanismi che la rendono così diversa da una mente comune. Galvanizzato anche da una strana storia sentimentale con una studentessa di psicologia, lo stesso Holden desidera ardentemente affrontare un viaggio nella mente dei più efferati assassini della storia americana. Sarà poi l’incontro con l’agente dell’FBI Bill Tench, in carica al reparto di scienze comportamentali, a favorire le ricerche di Ford. La scintilla professionale scatta immediatamente tra i due, nel momento in cui Ford viene a conoscenza delle mansioni di Bill, impegnato a viaggiare per tutta la nazione, facendo corsi di aggiornamento sulle tecniche investigative ai corpi di polizia locale. Questo darebbe l’opportunità a Ford di avvicinarsi ai più importanti istituti di detenzione americani, dove sono rinchiusi alcuni tra i più efferati criminali seriali.

Fin dalle prime scene, capiamo che il tono della serie è sicuramente crudo, ma non è la violenza fine a se stessa il messaggio. La fotografia è pulita, semplice, ma allo stesso tempo complessa e carica di comunicazione. Ogni personaggio è ben caratterizzato, e l’ambiguità con cui vengono proposte le conversazioni è talvolta disarmante.

Violenza

In Mindhunter non è il sangue, o la violenza fisica a fare da padrone, bensì quella verbale. Ford e Tench, con il supporto solo in parte della dottoressa Wendy Carr (basata sulla figura reale della dottoressa Ann Wolbert Burgess) affronteranno diversi colloqui con quelli che loro stessi definiranno per la prima volta come “serial killer“. Da Dennis Rader a Jerry Brudos, gli assassini seriali intervistati si apriranno e daranno sfogo alla voce interiore che li ha guidati nei loro crimini. Quello che rende tinta di nero questa storia è la figura di Edmund Emil Kemper III, un assassino che guiderà Ford alla ricerca della sua curiosità per la mente criminale, dando un senso all’esposizione di una violenza così sanguigna in una serie dai toni lenti e introspettivi.

Regia e sceneggiatura

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Il vero Edmin Emil Kemper III

Una regia che cattura l’attenzione, e dona un tono profondo e silenzioso alla vicenda. Il tutto viene sorretto da una sceneggiatura che sapientemente sa come allungare e creare tensione nella storia, aggiungendo talvolta elementi poco utili, ma comunque interessanti. Il montaggio non ha particolari elementi innovativi, ma permette allo spettatore di immergersi totalmente in conversazioni talmente assurde da essere credibili. La differenza tra la regia di Fincher e gli altri direttori che si alternano dietro la camera è abbastanza chiara agli appassionati, tuttavia non disturba affatto, anzi, aiuta a creare momenti di alternanza tra tensione e distensione.

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Cameron Britton è l’attore che magistralmente interpreta il serial killer

 

Non è necessaria una seconda stagione, ma ci speriamo

Mindhunter è sicuramente una storia auto conclusiva, se la guardiamo come semplice storia. Ma la sete di conoscenza del protagonista ci spinge a nostra volta a voler conoscer più a fondo una materia che ad oggi viene quasi data per scontata nelle opere poliziesche. La devianza etica e morale dei comportamenti e dei ragionamenti dei serial killer, in questa storia, si contrappone alle procedure federali di cinquant’anni fa. Inoltre è il percorso psicologico di Ford, e dei personaggi intorno a lui ad attirare l’attenzione, e a spingerci a voler sapere… poi? Che succede?

Critica

Molto acclamata dalla critica, la positività delle recensioni spinge a pensare che una seconda stagione sia comunque d’obbligo per questa serie unica nel suo genere, e dai toni tipicamente noir.

Considerazione personale

Questa serie è davvero sensazionale, sia dal punto grafico e tecnico, che dal punto narrativo. Sapere che è basata su una storia vera aiuta sicuramente, ma tutta la crew, dall’ideatore, al tecnico delle luci, ha fatto un ottimo lavoro. Nel recensirla ho comunque tralasciato tanti, tantissimi dettagli importanti poiché credo che guardarlo a “scatola chiusa”, com’è successo a me, lasci la bocca secca e una sensazione di incompletezza personale che solo certe opere sanno fare. 

Vittorio Bottini

Gone Baby Gone di Dennis Lehane: romanzo e film a confronto

Oggi vi proponiamo un articolo scritto a quattro mani. La modalità è esattamente la stessa che abbiamo usato per la stesura di Westville. Tempo fa, durante una conversazione sui legami tra cinema e letteratura noir, abbiamo scoperto che uno di noi aveva appena visto il film Gone Baby Gone, tratto dall’omonimo romanzo di Dennis Lehane. Casualmente, il romanzo era stato letto poche settimane prima dall’altro. L’idea di scrivere un articolo a quattro mani è venuta di conseguenza. Iniziamo però con alcune riflessioni generali sull’evoluzione del legame tra cinema e letteratura gialla.

Letteratura e cinema

La storia della letteratura è da sempre strettamente legata a quella del cinema. Innumerevoli romanzi sono stati portati sul grande schermo, con risultati non sempre all’altezza, a testimonianza tuttavia di come la letteratura spesso e volentieri sia in grado di fornire soggetti originali adatti a una trasposizione cinematografica. I risultati sono stati, come già sottolineato, non sempre soddisfacenti. Alcune pietre miliari della storia della letteratura americana hanno beneficiato di una trasposizione cinematografica inferiore al romanzo (si veda ad esempio Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald). In altri casi le pellicole sono arrivate a snaturare contenuti e significati, riducendo grandi romanzi a film trascurabili. Si prenda come esempio la pessima trasposizione cinematografica del masterpiece di Jack Kerouac On The Road. In altri casi i film tratti da romanzi hanno saputo ricreare le atmosfere del libro, a volte interpretandone i significati ma senza snaturarli. Film come Shining, Misery, Le ali della libertà o Stand By Me, sono esempi di pellicole di spessore, che hanno saputo onorare i relativi lavori di Stephen King, autore al quale il cinema si è spesso rivolto nel corso degli ultimi decenni.

Giallo, noir e legal thriller

Il giallo è probabilmente il genere letterario che più di tutti è stato saccheggiato dal mondo del cinema. Partendo dagli autori seminali del genere, da Agatha Christie a Conan Doyle, passando per i creatori dell’hard-boiled Raymond Chandler e Dashiell Hammett, fino ad arrivare ai recenti John Grisham – maestro del legal thriller – Jeffrey Deaver e James Ellroy: il giallo in tutte le sue forme e varianti ha saputo fornire trame originali, intriganti, sorprendenti, perfette per una versione cinematografica. Non c’è affermato autore di gialli che non sia stato portato sul grande schermo, con almeno un’opera. E si può affermare che il risultato finale è spesso stato all’altezza del originale letterario.

Gone Baby Gone: il romanzo

Il bostoniano Dennis Lehane figura senza dubbio tra gli scrittori contemporanei dalle cui opere sono stati tratti numerosi film, anche di grande successo. Shutter Island, La legge della notte, Mystic 

Una delle copertine prodotte per il romanzo

Una delle copertine prodotte per la versione italiana del romanzo – Guarda questo articolo

River sono tutti nati dalla sua penna. Allo stesso modo di Gone Baby Gone, pubblicato in Italia nel 1998 con il titolo di La casa buia. Ci troviamo di fronte a un noir/thriller di ottima fattura, sia per quanto riguarda lo sviluppo dell’intreccio, che per la maestria di Lehane di alternare punti di vista differenti e snocciolare colpi di scena a ripetizione.

La piccola Amanda McCready, bimba di quattro anni, scompare nel nulla, e i due detective Pat Kenzie ed Angie Gennaro vengono incaricati dagli zii della bimba di seguire il caso. Si scopre come la madre della piccola sia una donna degenerata, interessata forse più al risvolto mediatico del rapimento della figlia che preoccupata per le sorti della bimba, che al momento del rapimento si trovava in casa da sola, mentre la madre faceva baldoria in un bar. I due detective, compagni anche nella vita privata, iniziano a indagare con l’aiuto di Remy Broussard e Nick “Poole” Raftopoulous, una coppia di poliziotti seri e preparati. Si scopre immediatamente come la madre di Amanda e il suo compagno abbiano rubato una grossa somma di denaro a uno spacciatore locale, ritrovata dai quattro investigatori in una casa nei bassifondi della città assieme a due cadaveri. Arriva quindi una richiesta di riscatto, con l’organizzazione di un incontro che sfocerà in un violento scontro a fuoco. I soldi ritrovati verranno recuperati dai rapitori, mentre sul luogo della sparatoria viene ritrovata una bambola di proprietà di Amanda, un segno forse della sua morte. La storia sembra conclusa, ma si tratta invece di uno degli innumerevoli finali forniti da Lehane. Il rapimento di Amanda non è la conseguenza di un semplice regolamento di conti tra spacciatori, ma è la punta dell’iceberg di un giro di corruzione che tocca anche la polizia di Boston.

Gone Baby Gone si inserisce perfettamente nella migliore tradizione noir/thriller grazie a una scrittura incalzante ed efficace, una sapiente alternanza di azione e dialogo, un cambiamento continuo di prospettive e un finale sorprendente che lascia sbalorditi. Inoltre, Lehane è abile nella costruzione di un setting cupo, pericoloso, concretizzato in una Boston malfamata, corrotta, ma al tempo stesso affascinante.

Conosciamo meglio l’autore

Abbiamo già parlato di Lehane in altri articoli, quindi ci limiteremo a linkarvi questa interessante intervista di The Talks, in cui fin dalle prime risposte esce lo spirito creativo di questo autore profondo.

Dennis Lehane Photo by Gaby Gerster / © Diogenes Verlag

Dennis Lehane, Photo by Gaby Gerster / © Diogenes Verlag

Gone Baby Gone: il film

Tutti vogliono la verità… fin quando non la trovano. (tag line del film)

Appassionato di film noir anche moderni, capita di trovare delle perle davvero notevoli, specie se si è abituati a girare tra i vari Netflix, Google Play, Microdoft Store e via discorrendo. Chi è sprovvisto di televisione (come il sottoscritto) lo sa bene, la ricerca del film perfetto può richiedere del tempo.

Non per ripetersi, ma nelle trasposizioni cinematografiche si incappa sempre nei pericoli di una sceneggiatura troppo frettolosa. Questo tasto dolente lo si percepisce sempre più spesso in pellicole che si basano su romanzi articolati, intricati, dove per economia temporale vengono apportati dei tagli sostanziali all’intreccio o alla psicologia dei personaggi.

gone baby gone westville news

Copertina italiana del film

In Gone Baby Gone si ha la sensazione che il film riesca a mantenere un ritmo sempre incalzante, e l’escalation di scoperte da parte di Patrick (Casey Affleck) porti sia il protagonista, sia lo spettatore, ad un piano di consapevolezza sempre differente.
Come in altri film tratti da storie dello stesso autore, come Live by Night (La legge della notte), uno degli aspetti più interessanti è il continuo cambio di scenario, e di registro, dovendo il protagonista rapportarsi con persone di diversa estrazione sociale. Possiamo dare il merito a questa miscela di fotografia sapiente alla regia di Ben Affleck, che ha ormai trovato un suo equilibrio dietro la macchina da presa.
Lo sfondo di una Boston fredda e violenta accompagna il percorso psicologico di Pat. Il protagonista di questo noir si muove fin da subito agilmente tra la malavita di Boston, ma sarà la presenza di un elemento innocente, la bambina appunto, a rimettere in gioco la sua stessa morale.
Si può dire che il film basa la sua forza proprio sul concetto di “fare la cosa giusta”, tralasciando forse un po’ l’indagine. La stessa risulta talvolta forzata, e concentra la sceneggiatura sull’importanza che i vari personaggi danno alla vita della bambina.
Nel caso di Gone Baby Gone c’è un forte elemento che disturba la visione: la presenza della compagna e socia di Pat. L’attrice Michelle Monaghan non riesce proprio a convincere, ma probabilmente la colpa è da imputare a tagli netti alle parti previste per il personaggio di Angie. La donna viene relegata al classico stereotipo maschilista della donna fragile. La detective non lavora, non vuole lavorare, consigliando più volte al compagno di mollare il caso, passando più tempo ad asciugarsi le lacrime per la situazione tragica, che rimboccandosi le maniche. Il risultato è un personaggio noioso, stereotipato e volto a riempire buchi di narrazione dovuti più alla sua ingiustificata presenza, che alla trama perfettamente consistente anche senza di lei.
Note di merito sono le collaudate star Morgan Freeman e Ed Harris, che svolgono il loro lavoro con maestria, in particolar modo quest’ultimo, calato in personaggio con una potente carica emotiva.
Infine possiamo elogiare l’attrice Amy Ryan, interprete della mamma della bambina, la tossicodipendente Helen McCready. Il suo interesse per la vita in generale è proporzionale al suo egoismo, e le crisi isteriche dell’attrice sono più che convincenti.
La pellicola del 2007 è in definitiva un ottimo noir, forte di un’ambientazione accattivante e una fotografia magistrale, con un cast che ha svolto egregiamente il mestiere e una regia creativa. A confermare l’etichetta di noir, un finale che non ha solo la funzione di colpo di scena inaspettato, ma anche il sapore amaro di un lieto fine che non è propriamente da considerarsi tale.

Ci sentiamo quindi di consigliarvi sia di leggere il libro che visionare la pellicola, prestando attenzione sicuramente all’intreccio, ma anche all’aspetto emotivo e psicologico dei personaggi.